martedì 28 giugno 2011

COMPOSIZIONI: SCRITTI VARI EDITI E INEDITI, CANZONI

ARTICOLI SU GIORNALI, NOTE DI REGIA SU PROGRAMMI TEATRALI, SAGGI, RICERCHE, VERSI SU RACCOLTE DI POESIE:

“IL LAGO LEMANO”, è una lirica [in:] “Convegno Poetico”, Editrice ‘La Procellaria’, Messina 1963.

A premer l'acque
stanno i Giura imponenti
contro i Savoia,
mentre dalle sponde
rene diverse
sugano leste
per vaporare in vino.

Una fluida via
lorda di progresso
si filtra in quest'onde
silente
ed esce cantando
in coltre brillante.

Un diadema di fiori
fa sempre cornice,
un cielo dipinge
in colori più belli:
di giorno col sole,
di notte
le stelle son tanti pennelli.

Migliaia di ali
rammendano svelte
gli squarci pei rozzi battelli.

Un alito fresco,
che dalla più limpida pace si snida,
è profumo d'estate,
è profumo di vita!

“CONTEMPLATIVA VISIONE UMANA" e “PANORAMICA VISIONE DELL'AMORE”, è una raccolta di versi [in:] “Voci Nuove”, Editrice ‘La Procellaria’, Messina 1963.

Un gallo quando si svegliò,
vide le galline,
allora mormorò:
"Oh! Come son carine…!
E' bello viver qui;
son tutte giovincelle,
c'è Lella, c'è Carlina, Mimì,
e Lilla con le tredici sorelle".
Così s'avvicinò alla più mora
E quasi prepotente disse a lei:
"Eih, bellezza, dimmi l'ora!"
- E' l'alba, son le sei.
"Tu lo sai? Sei la più bella.
Mi piaci per il petto e per la linea snella;
perciò ti voglio a letto!"
Risero le compagne,
ma ella una lacrima cacciò
e,
correndo alle montagne,
tuttequante abbandonò.
Il gallo, addolorato,
allor le corse appresso,
…ne era innamorato.
"Ma che galletto fesso!"
dissero tre brutte
"Per una sgallettata
sacrifica noi tutte
già pronte alla nottata".

Quest-ce-que tu as
ma petite babiole?
J'ai mon chandail
baignè de tes larmes.
Tu as posè ta tete
contre ma poitine,
mais sans dormir, alors!
Et moi,
j'ai caressè tes joues,
j'ai baisè tes cheveux
e comptè
les battements de ton coeur
…sans savoir.

Bambola che mi stai ad ascoltare,
m'hai fitta in cor la nostalgia:
il Tuo sguardo che mi fa sognare,
è come una dolce melodia.

Hai sulle labbra il bel colore
del fior gentile che si chiama rosa;
il sole che Ti scalda al suo tepore,
vorrebbe pur baciarTi, ma non osa.

Hai nel sorriso tutto il cielo
che si rispecchia nell'immenso mare,
del fiorellin leggiadro sullo stelo
la gentilezza che mi fa più amare.

Bambola cara, quando vien la sera
Ti sogno sempre se Ti sto lontano,
mi fai rammento della primavera,
il cielo rosa che scolora piano.

Vorrei poterTi offrire di viole,
di nuvole vaganti un bel diadema
e con un raggio timido di sole
tessere un bellissimo poema.

Vorrei cullarTi con la ninna nanna
e riscaldarTi mentre fuori fiocca,
"C'era una volta un cuore, una capanna…"
mentre che sogni, poi, baciarTi in bocca.

Ev'ry rose
paint the garden of the life.
Ev'ry flower
surround it.
It's all a scent in the air.
The sun,
the sky,
are more and more schinin'.
The brook water also,
in the coolness of the wood,
is more lively.
With grace,
elegant,
sings the bullfinch.
Butterflies,
flowerbeds,
…ev'rything smiles.
And you,
dear,
enraptured,
concur to cheer
my gloomy heart.
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GIORNALI:

“THE SWOONER: FRANCIS ALBERT SINATRA”
è il primo articolo scritto e pubblicato da Alberto Macchi su:
“Lo Sconciglio” di Roma, del 1961

“NESSUNO LO SENTE"
è la prima poesia scritta da Alberto Macchi, pubblicata su:
“Lo Sconciglio” di Roma, del 1962
Le foglie dell'albero,
agitate dal vento,
gridano.
…nessuno le sente!
Che freddo!
Un uomo col bavero alzato
al tronco si para.
Ai piedi, le foglie,
le foglie più gialle.
Pallido e curvo geme.
…nessuno lo sente!
Il vento percorre la strada,
la pioggia lo segue infuriata.
Ma dalla finestra vicina,
due occhi di bimbo,
laddove
una mano disegna e il vetro traspare,
lo stanno a guardare.
E' biondo
…e ora
sta gridando affacciato lassù:
"Per voi, signore!"
…e lancia un soldino
che il vento trasporta lontano.


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"SIGISMONDO FELICE FELINSKI: SPETTACOLO", "CARAVAGGIO: VITA E SPETTACOLO", "IL TEATRO ENRICO MARCONI DI VARSAVIA", "L'ANGOLO DELLA POESIA", "SCENA TEATRALE DA STANISLAO KOSTKA", "SCENA TEATRALE DA BEATO ANGELICO", "SCENA TEATRALE DA BRAT ALBERT", "SCENE TEATRALI DA CARAVAGGIO", BEATIFICAZIONE GIOVANNI PAOLO, "SCENA TEATRALE DA SIGISMONDO FELICE FELINSKI" II", "SCENA TEATRALE DA CARLO DOLCI"
sono raccolti in:
"Spettacolo e non solo... teatro, cinema, televisione, ma anche storia, poesia, arte e... fantasia, Rubrica a cura di Alberto Macchi"
"Spektackl i nie tylko... teatr, kino, telewizja, ale także historia, poezja, sztuka i... wyobraźnia, Stała rubryka Alberta Macchiego"
e "CARLO TOMATIS" "CATERINA GATTAI FILIPPAZZI TOMATIS", "ENRICO MARCONI", "FILIPPO BUONACCORSI CALLIMACO ESPERIENTE", "LUIGI CAROLI", "GIUSEPPINA RAIMONDI GARIBALDI", "FRANCESCO NULLO", "DOMENICO MERLINI", "MARCELLO BACCIARELLI", "BARTOLOMEO BERECCI", "BERNARDO BELLOTTO", "DOMENICO COMELLI", "ANTONIO CORAZZI" sono raccolti in:
«Gli Italiani in Polonia nei secoli»
Schede di Alberto Macchi, con il contributo della Dott.ssa Angela Sołtys del Castello Reale di Varsavia
«Włosi w Polsce na przestrzeni stuleci»
Noty autorstwa Alberta Macchiego przy wspól.lpracy dr Angeli Sołtys z Zamku Królewskiego w Warszawie:
Le suddette due rubriche sono pubblicate su:

in versione on line e cartacea:


In questo Numero Zero, miei cari lettori, mi limiterò ad illustrarvi quali sono i miei programmi relativamente alla collaborazione col presente periodico “Gazzetta Italia”, oggi al suo esordio. Uno spazio, questo a me riservato, che io intendo, a mia volta, riservarlo a voi, miei amici e futuri miei nuovi amici, o meglio, a noi, come fossimo tutti insieme riuniti in un cenacolo. Sì, attraverso queste pagine noi, voi ed io, avremo la possibilità di comunicare spaziando senza limiti nell’infinito mondo dello Spettacolo, un mondo che comprende Teatro, Cinema, Televisione, Danza, Musica, Canto, Poesia, Arte, Storia, Letteratura, un mondo che io conosco bene, per esservi stato immerso, più o meno, per tutta la vita; un mondo che parla di uomini, fatto da uomini, condannato, assolto o apprezzato da uomini. Un mondo speciale, che contiene in sé parole speciali, sì parole come TEATRO (il cui anagramma è ATTORE) o come SATIRA (il cui anagramma è RISATA).
Ma coloro che non mi conoscono potrebbero ben dire: “Dicci chi sei, prima di continuare con questo tuo monologo!”. E costoro, credo, avrebbero perfettamente ragione. Sarà bene allora che prima mi presenti. Dunque! Potrei rispondere con la sola frase: “Sono un operatore, o se preferite, un lavoratore dello spettacolo”. Però così non appagherei di certo la loro curiosità. Allora, entro nel particolare, senza intraprendere comunque un nuovo monologo: “Sono un drammaturgo ed un regista, cittadino del mondo, nato a Roma e rinato a Varsavia, che ha sempre viaggiato e che continua a viaggiare, tramite la macchina, i treni e gli aerei, nello spazio e, tramite lo studio, le ricerche e gli spettacoli, nel tempo”. Ecco, io son tutto qui!
Ora attendo le vostre lettere, con le vostre domande, con le vostre richieste. Però, per quanto riguarda questo numero, dovendo scegliere l’argomento, ovviamente per mancanza di richieste, ho ritenuto opportuno limitarmi ad informarvi circa l’ultimo spettacolo messo in scena nell’autunno del 2009 a Varsavia, in lingua italiana prima, con attori italiani e in lingua polacca poi, con attori polacchi; sto parlando di “Sigismondo Felice Feliński”, di cui vi ho riportato, qui appresso, oltre alla Locandina, al Programma e alla Foto di Scena, anche questa mia Nota che, al tempo dell’andata in scena, venne diffusa tra il pubblico:
“Il testo teatrale dal titolo “Zygmunt Szczęsny Feliński”, mi è stato commissionato da Padre Mirosław Nowak Parroco della Chiesa di Ognissanti in Varsavia, perché venga rappresentato in Polonia e possibilmente anche in Italia, nelle due lingue, durante i festeggiamenti per la Canonizzazione dell’Arcivescovo Sigismondo Felice Feliński, a partire dall’11 ottobre 2009, giorno in cui a Roma in Piazza San Pietro, Papa Benedetto XVI lo ha elevato agli onori degli altari.
Ambientato principalmente in Russia, a Jaroslavl’ sul Volga, questo lavoro, è stato da me espressamente arricchito di annotazioni registiche e di didascalie drammaturgiche, per dare a chi, dopo di me dovesse metterlo in scena, l’opportunità di ricreare l’atmosfera di questi momenti solenni. Altre tre operazioni analoghe le feci anni addietro quando, su richiesta del Rettore Padre Casimiro Przydatek della Compagnia di Gesù, scrissi “Stanislao Kostka e il Teatro Gesuitico del XVI secolo”, ambientato, quella volta, a Sant’Andrea al Quirinale a Roma, messo poi in scena in quella Chiesa dei Gesuiti e in Vaticano; ancora quando Padre Edoardo Aldo Cerrato, Procuratore Generale della Confederazione degli Oratoriani, mi commissionò “Cesare Baronio e l’Oratorio Filippino del XVI secolo” perché lo rappresentassi nell’anno 2007, in occasione della Commemorazione del Quarto Centenario dalla morte del Venerabile Cardinale Cesare Baronio ed infine quando Padre Innocenzo Venchi, Postulatore Generale dei Domenicani, m’invitò a scrivere e a rappresentare la vita del Beato Angelico nella Basilica di Santa Maria Sopra Minerva a Roma.
In ogni caso, io personalmente, questa mia proposta la considero un omaggio all’”Uomo Feliński”, una figura straordinaria; una persona autentica, generosa, pura d’animo, particolarmente sensibile alle vicende del suo popolo.
Quest’atto unico, come ogni rappresentazione teatrale, è fiction, naturalmente, con scene di atmosfere e rievocazioni oniriche, ma esso è anche teatro storico e d’azione, oltre che di parola; una pièce scritta per essere rappresentata ovunque, sia in spazi teatrali che in spazi non convenzionali, come antichi palazzi, ville, chiese, musei, con le loro scenografie architettoniche naturali.
La bibliografia e le note incluse in questo dramma, come in tutte le mie precedenti opere teatrali riguardanti biografie di personaggi storici, che ho scritto da quaranta anni ad oggi, sono il risultato di una scrupolosa ricerca.
Il mio compito, comunque, come ho sempre dichiarato in ogni mio scritto che abbia riguardato appunto la vita di personaggi storici, non è quello del critico, del teologo o del filosofo, dello storico o dello storico dell’arte, ma semplicemente quello dell’uomo di teatro, incline a frugare nelle più recondite pieghe dell’animo umano, minatore nelle cave dei sentimenti, approdato per la tenace ricerca, dentro quella miniera inesauribile che furono certamente, in questo caso, il cuore e la mente di Sigismondo Felice Feliński”.
Miei cari lettori, vi ho sottoposto quanto sopra perché possiate, attraverso questa – sia pur sintetica – documentazione, farvi un’idea di quello spettacolo teatrale e di quel personaggio, in previsione d’una prossima replica, a cui spero – questa volta – anche voi possiate partecipare come spettatori. A presto! ("Gazzetta Italia" n. 0, Aprile 2009)


Adam Chmielowski - Santo Fra Alberto/Adam Chmielowski - św. Brat Albert
(dal Sito Web: http://www.mbkp.info/swieci/albert_chmielowski.html)

Scena Quarta: DIALOGO: Cracovia, 20 ottobre 1900. Fra' Alberto, con una sigaretta accesa fra le labbra, è nella sua cella che conversa con il sacerdote Padre Ceslao Lewandowski. Entrambi sono seduti.
FRA' ALBERTO: Vi ho confidato le mie avventure amorose, i miei vizi, presenti e passati…, rievocandovi tutte le mie esperienze in giro per l'Europa e per la Russia. Cose che credevo d'aver rimosso definitivamente con la Confessione e con l'Ordinazione.
REV. LEWANDOWSKI: (Non fa nessun commento e sembra non avere alcuna reazione)
FRA' ALBERTO: Vedete, Padre Lewandowski, cosa può fare il Signore attraverso la Sua onnipotenza! Trasformare un uomo come me, da uomo di mondo ad uomo di Dio. E in questi giorni, il Signore Iddio, l'avrete saputo anche voi, ne ha permessi di miracoli! Ha reso possibile, ad esempio, che gli uomini illuminassero prodigiosamente con lampadine elettriche l’intera cupola di San Pietro a Roma!
REV. LEWANDOWSKI: (Resta in silenzio)
FRA' ALBERTO: E, l’altro prodigio degli uomini, ancora per volere del Signore, la grazia d’aver resa possibile l’apparizione dell'immagine del Pontefice su uno schermo cinematografico, che si muoveva e benediceva tutti, come fosse realmente lì presente, in Piazza San Pietro, davanti alla gente accorsa per poterlo vedere. Se non credessi fermamente nel Signore e nel Papa, chissà, come riporta anche qualche giornale, potrei arrivare a considerare queste invenzioni, come delle vere e proprie diavolerie, manifestazioni del Demonio, impegnato in una delle sue azioni per stupire e, nello stesso tempo, manipolare gli uomini. E tutte queste scoperte sono avvenute proprio in occasione del 32° Santo Giubileo, ricorrenza che non si celebrava più, da ben 75 anni…, se non si considera quello a "porte chiuse" di Pio IX. (Spegne la sigaretta nel posacenere, si alza in piedi)
REV. LEWANDOWSKI: (Si alza in piedi)
FRA' ALBERTO: Beh, è ora di andare. In gamba fratello! In gamba più di me naturalmente! (Solleva il saio e mostra l'unica gamba che ha) Vedete, io, di gamba ne ho soltanto una. L'altra l'ho perduta per onorare la patria quando avevo soltanto 18 anni. Al fronte rimasi ferito e fui fatto prigioniero. In carcere, poi, dato l’aggravarsi delle mie condizioni, dovetti subire l'amputazione dell'arto sinistro. E senza anestesia. Ma malgrado fossi rimasto con una sola gamba, riuscii a fuggire a Parigi mescolandomi ad alcuni prigionieri di guerra francesi…. Eppure da allora ho sempre avuto un grande equilibrio, un grande equilibrio interiore soprattutto. È l'equilibrio interiore, più che quello fisico, che è importante. È l'equilibrio interiore che bisogna difendere sempre, capite? E la forza necessaria ci può venire esclusivamente dall'amore per il Signore. Per mantenere l’equilibrio del corpo, (Mostra la protesi dell’altra gamba) come potete vedere, basta una protesi.
REV. LEWANDOWSKI: (Sorpreso. Si gira e si dirige verso la porta salutando con un inchino a mani giunte in segno di ossequio)
FRA' ALBERTO: Potreste controbattere con un commento, che so, con un cenno, invece di fuggire come un animale impaurito.
REV. LEWANDOWSKI: (Si ferma e guarda negli occhi Fra' Alberto)
FRA' ALBERTO: Cristo ha avuto il Suo Anticristo, Il Papa ha avuto il suo Antipapa, il Giubileo di Leone XIII, appena un mese fa, ha avuto il suo Controgiubileo… e io, possibile non posso avere un mio contraddittorio? Uno come voi che mi controbatta? Ditemi qualcosa! Non vi è piaciuta la mia espressione "in gamba", v'è parsa un'uscita infelice? Oppure il mio gesto di mostrarvi la mia protesi v'è parso di cattivo gusto?… Allora esprimete una vostra osservazione, non potete starvene zitto così come avete fatto tutto il tempo, qui con me! Ho capito! (Mostra il moncherino della gamba amputata) E' questo che vi inorridisce e che vi ha fatto ammutolire? (E ride)…, o forse chissà, avete il prezioso dono di saper ascoltare. Sarete certamente un perfetto confessore!
REV. LEWANDOWSKI: (Con voce dimessa) Io vi immaginavo una persona riservata, un pittore tormentato, un artista fragilissimo, come il Beato Angelico.
FRA' ALBERTO: (Riprende a ridere) Io, un pittore come il Beato Angelico! Il Diavolo e l'Acqua Santa! (Ride)
REV. LEWANDOWSKI: (Esce)
FRA' ALBERTO: (Prende il rosario, si inginocchia davanti ad un Crocifisso e comincia a pregare finché non cade in piena estasi)
REV. LEWANDOWSKI: (Torna indietro e spia nella cella attraverso un finestrino)
(Scena tratta dal Dramma Teatrale “Fra Alberto” di Alberto Macchi) ("Gazzetta Italia", Varsavia Marzo 2011)

Scena Czwarta: DIALOG: Kraków, 20 października 1900 roku. Brat Albert, z zapalonym papierosem w ustach prowadzi w swojej celi rozmowę z Księdzem Czesławem Lewandowskim. Obydwaj mężczyźni siedzą.
BRAT ALBERT: Zwierzyłem ci się z moich przygód miłosnych, z moich złych nawyków, tych obecnych i tych przeszłych...., wspominając wszystkie doświadczenia z moich podróży po Europie i Rosji. Zdarzenia, które - jak sądziłem - udało już mi się wymazać z pamięci po spowiedzi i złożeniu ślubów zakonnych.
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Nie komentuje. Sprawia wrażenie, że słowa rozmówcy nie wywarły na nim żadnego wrażenia).
BRAT ALBERT: Przyszło mi nawet wywołać wizerunek obecnego papieża na ekranie kinematografu, który poruszał się tak żwawo, że dawał złudzenie, jak gdyby to działo się naprawdę. Gdyby moja wiara w Boga i wierność Kościołowi nie były tak niezachwiane, mógłbym pomyśleć, daję słowo, że wszystkie te nowe wynalazki to istne sztuczki diabła ! I wszystko to z okazji 32-ego Świętego Jubileuszu, uroczystości, której nie obchodziło się już od dobrych 75 lat..., jeśli nie liczyć tamtego jubileuszu za Piusa IX, „przy bramach zamkniętych”. (Gasi papierosa w popielniczce i wstaje)
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Wstaje)
BRAT ALBERT: No cóż, pora iść. Głowa do góry i stój mocno na nogach. Oczywiście, mocniej ode mnie!
(Podnosi brzeg habitu i odsłania jedyną nogę, jaka mu pozostała). Widzisz, mam tylko jedną nogę. Drugą straciłem w obronie ojczyzny, kiedy miałem zaledwie osiemnaście lat. Rannego, wzięli mnie do niewoli. We więzieniu musiałem poddać się amputacji lewej nogi bez żadnej narkozy. Ale pomimo tego, że zostałem bez nogi, udało mi się zbiec do Paryża, wmieszawszy się w tłum jeńców wojennych, Francuzów... I przy tym wszystkim utrzymywałem zawsze równowagę, wielką równowagę, przede wszystkim wewnętrzną. A właśnie równowaga wewnętrzna, bardziej niż fizyczna, ma wielkie znaczenie. I należy ją zawsze chronić, rozumiesz ? A to możesz osiągnąć jedynie w miłości ku Bogu.
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zaskoczony. Obraca się i kieruje do wyjścia. Żegnając się, przyklęka i składa dłonie na znak szacunku)
BRAT ALBERT: Mógłbyś mi coś odrzec, skomentować, zareagować, zamiast uciekać jak wypłoszona zwierzyna.
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zatrzymuje się i patrzy w oczy Brata Alberta)
BRAT ALBERT: Chrystus miał mieć swego Antychrysta, papież miał swego Antypapieża, jubileusz za Leona XIII, ledwie w miesiąc po otwarciu, musiał zderzyć się z kontrjubileuszem. Możliwe, abym ja nie znalazł nikogo, kto by mi się sprzeciwił? Kogoś, jak ty, kto chciałby oponować? Powiedzże mi coś ! Nie spodobało ci się moje powiedzenie "Stój na nogach". Sądzisz, że nie wypadło szczęśliwie ? A może gest, z jakim obnażyłem przed tobą moje kalectwo wydał ci się w złym guście ? Wyraż zatem swoje zdanie, nie możesz milczeć tak, jak dotychczas! Zrozumiałem! (Pokazuje protezę amputowanej nogi) Ten przedmiot budzi w tobie wstręt i sprawił, że zaniemówiłeś? (Śmieje się) Zresztą - kto wie - może to dar słuchania innych? Byłbyś z pewnością świetnym spowiednikiem!
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Przytłumionym głosem) Wyobrażałem sobie, że jesteś osobą zamkniętą, artystą pełnym niepokoju, malarzem wrażliwym jak ....Fra Angelico.
BRAT ALBERT: (Ponownie wybucha śmiechem) Ja? Ja malarzem jak Fra Angelico! Diabeł i woda święcona! (Śmieje się).
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Wychodzi).
BRAT ALBERT: (Bierze różaniec, klęka przed krucyfiksem i zaczyna żarliwie modlić się, aż popada w głęboką ekstazę).
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zawraca i nadsłuchuje przez okienko przebite w murze celi).
(Scena od "Brat Albert" Alberta Macchiego) ("Gazzetta Italia", Varszava, marc 2011)

STORIA DEL TEATRO ENRICO MARCONI DI VARSAVIA:


Incisione N.1 Piazza Grzybowski a Varsavia nel 1856 - Ryc. nr 1 Pl. Grzybowski w Warszawie, 1856 r.

Incisione N.2 Piazza Grzybowski a Varsavia nel 1867 - Ryc. nr 2 Pl. Grzybowski w Warszawie, 1867 r.

Incisione N.3 Il teatro “Enrico Marconi” nel 1866 - Ryc. nr 3 Teatr Henryka Marconi’ego w 1866 r.

Incisione N.4 del 1866 - Ryc. nr 4 1866 r.; (fonte: Tygodnik Ilustrowany, 6-18 kwietnia 1863)
Il teatro sito all’altezza di Świętokrzyska 32 a Varsavia, con ingresso da Ul. Bagno, dal maggio del 2009 ha assunto il nome di “Enrico Marconi”, l’architetto italiano divenuto famoso a Varsavia nell’Ottocento per aver progettato, tra molte altre opere, la Chiesa Parrocchiale d’Ognissanti e quindi tutti gli ambienti sottostanti, tra cui questo teatro. Tali locali, come la chiesa stessa, erano e sono costituiti da strutture tipiche di quell’epoca e cioè ‘a Pilastri’, ‘ad Archi’ e ‘a Volte’, in uno stile che potremmo definire Classico-Neorinascimentale. Durante l’ultima guerra mondiale, gran parte della Chiesa d’Ognissanti venne danneggiata dai bombardamenti, ma alcuni sotterranei si salvarono dalla distruzione.
Lo spazio dov’è situato l’attuale teatro, sembra che, già nell’Ottocento, fosse stato destinato, in qualche modo, a teatro o comunque a luogo d’incontri. Però tra il 7 luglio 1856, anno in cui fu posta la prima pietra per la costruzione della chiesa e il 31 ottobre 1883, giorno in cui la stessa fu consacrata - in attesa che ultimassero i lavori della parte sovrastante - questa zona fu utilizzata per le cerimonie religiose, per le varie celebrazioni liturgiche.
Dall’incisione n. 1 del 1856 si può osservare che la Piazza Grzybowski di Varsavia è ancora senza chiesa. Dall’incisione n. 2, del 1867 invece vediamo che la chiesa, a quella data, era in costruzione. In quel periodo infatti, nei sotterranei già terminati, proprio nello spazio dell’attuale teatro, era stato allestito sul palcoscenico, sopra i gradini, un altare provvisorio, amovibile e sotto, da un lato, era stata posta una vistosa acquasantiera: vedi l’incisione n. 3 del 1866. C’è da rilevare che questa Chiesa d’Ognissanti sembra sia sorta proprio a ridosso d’una chiesetta preesistente, come si potrebbe supporre da una osservazione attenta dell’incisione n. 2. E l’altare maggiore appare oggi tale e quale a quello originale, stando all’incisione n. 4 del 1866. Intorno alla metà del Novecento questo spazio venne trasformato in sala cinematografica. Ma dopo questa destinazione tale struttura, da allora, sembra, sia rimasta quasi del tutto inutilizzata nel corso degli anni. Poi con l’uso degli spazi adiacenti e quindi del teatro stesso, da parte di alcuni gruppi di fedeli per le loro riunioni o di cori polifonici per le prove, sembra ci sia stata una sorta di recupero. Però bisogna attendere il maggio del 2009 perché il teatro venga a riassumere, sia pur se in minima parte, la sua dignità. E ciò è stato possibile grazie ad un protocollo d’intesa intercorso tra la Parrocchia d’Ognissanti e l’Associazione “Italiani in Polonia” di Varsavia che, concordemente, hanno affidato la Direzione Artistica del Teatro ad Alberto Macchi, un regista e drammaturgo di Roma, di lunga e provata esperienza e che opera ormai da circa quindici anni, oltre che in Italia, anche in Polonia. Il Teatro Marconi oggi, come risulta dalla foto A, è stato, in una prima fase, risistemato e in una seconda fase rinnovato: vedi foto B. In futuro l’Associazione “Italiani in Polonia”, grazie a contributi esterni, spera di poterlo anche ristrutturare, naturalmente nel rispetto dell’antica architettura e struttura, sempreché la Chiesa stessa non decida di provvedere prima.
Il teatro comunque, attualmente è utilizzato da un gruppo di teatranti riuniti in un Laboratorio Teatrale Permanente, aperto a italiani e polacchi, assolutamente gratuito, ideato e a cura dello stesso Alberto Macchi. Esso, a tutt’oggi, ha accolto conferenze, incontri, dibattiti, letture drammatizzate, recital di poesie, proiezioni video e performance varie, oltre alle prove degli spettacoli Felinski e Caravaggio. E, nel corso dell’anno, parecchie sono state le personalità del mondo dello Spettacolo, della Cultura, dell’Arte e della Chiesa, soprattutto polacche, ma anche italiane, che hanno onorato con la loro presenza tra il pubblico, con il loro consenso e con la loro partecipazione attiva, il Teatro “Enrico Marconi”, quest’antico spazio della Parrocchia d’Ognissanti, al centro della città di Varsavia, tornato, in qualche modo, malgrado gli impedimenti e le palesi difficoltà, a vivere. Ma perché questo Teatro non rischi di ridursi in un deposito di polvere e di umido, ma continui a fungere sempre di più da ‘agorà per incontri culturali’, come merita - non fosse altro per la sua ubicazione al centro della città, vis-à-vis col ‘Palazzo della Cultura’ - ci si augura che uno sponsor, che qualche autorità, s’accorga di esso e dia una mano a recuperarlo totalmente, come un bene prezioso, non fosse altro per quelle generazioni future che un giorno, magari stanche dei contatti sempre più virtuali, vorranno ritornare ai contatti umani. (Articolo di Alberto Macchi, "Gazzetta Italia", Ottobre 2010)

HISTORIA TEATRU HENRYKA MARCONI’EGO W WARSZAWIE.
Teatr usytuowany na wysokości ulicy Świętokrzyskiej 32 w Warszawie, z wejściem od ul. Bagno, od maja 2009 roku nazwany został imieniem Henryka Marconi’ego, na cześć włoskiego architekta, który zasłynął w XIX wieku projektując liczne obiekty w Warszawie, wśród nich kościół parafialny pw. Wszystkich Świętych wraz ze wszystkimi budynkami należącymi do kompleksu, w tym także teatrem.
Budowle te, podobnie jak sam kościół, wzniesiono na typowych dla tamtego okresu podporach – pilastrach, łukach i sklepieniach, a więc w stylu, który możemy nazwać neorenesansowym. Podczas ostatniej wojny, większa część kościoła Wszystkich Świętych została zniszczona w czasie bombardowań Warszawy, jednak fragment podziemi ocalał przed zniszczeniem.
Zdaje się, że miejsce, w którym obecnie usytuowany jest teatr, już w XIX w. przeznaczone było pod teatr lub innego rodzaju miejsce spotkań.
Jednak między 7 lipca 1856 r., kiedy to położono pierwszy kamień pod budowę kościoła, a 31 października 1883 r. gdy kościół został poświęcony – czekając jeszcze na ukończenie prac na powierzchni – miejsce to służyło różnym uroczystościom religijnym i liturgicznym.
Na ryc.1, pochodzącej z 1856 r. widać plac Grzybowski w Warszawie jeszcze bez kościoła. Natomiast na ryc. 2 z 1867 r. widzimy, że kościół w tym czasie był już w budowie.
W tym właśnie okresie, w wykończonych już podziemiach, dokładnie w miejscu, gdzie obecnie znajduje się teatr, na scenie ponad schodami, został ustawiony prowizoryczny ołtarz, a poniżej, z boku postawiono pokaźną kropielnicę – ryc.3 z 1866 r.
Warto wspomnieć, że kościół Wszystkich Świętych miał być wzniesiony na ruinach istniejącego tu wcześniej kościółka, co można wywnioskować przyglądając się uważnie ryc. 2.
Na ryc. 4, pochodzącej z 1866 r., dzisiejszy ołtarz główny wygląda tak, jak ten oryginalny.
Mniej więcej w połowie XX wieku, miejsce to zostało zaadaptowane na salę kinową. Jednakże zdaje się, iż w późniejszym okresie struktura nie była użytkowana przez szereg lat.
Następnie, dzięki wykorzystywaniu przez niektóre grupy wiernych, terenów przyległych, czyli także teatru, na próby chóru, zostały podjęte pewnego rodzaju wysiłki w celu odratowania obiektu.
Trzeba było czekać jednak aż do maja 2009, aby teatr odzyskał, chociaż w jakiejś części swoją godność.
Stało się to możliwe dzięki porozumieniu pomiędzy parafią Wszystkich Świętych, a Stowarzyszeniem „Italiani in Polonia”, którzy wspólnie powierzyli dyrekcję artystyczną Teatru Alberto Macchi z Rzymu, reżyserowi i dramaturgowi z wieloletnim stażem, który już od piętnastu lat prowadzi działalność, zarówno we Włoszech, jak i w Polsce.
Teatr Marconi’ego, jak widać na fotografii A, początkowo został przeorganizowany, a następnie częściowo odnowiony: fotografia B. W przyszłości Stowarzyszenie „Italiani in Polonia”, dzięki zewnętrznemu dofinansowaniu ma nadzieję zrestrukturyzować lokal, zachowując przy tym elementy architektoniczne i strukturę, o ile oczywiście sam kościół wcześniej o to nie zadba.
Obecnie teatr jest wykorzystywany przez grupę organizującą Warsztaty Teatralne, otwarte dla wszystkich i całkowicie bezpłatne, pomysłodawcą których jest właśnie Alberto Macchi. W ramach Warsztatów organizowne są konferencje, spotkania, dyskusje, odczyty, recitale poezji, projekcje filmowe i różne występy, a także próby spektakli na temat postaci takich, jak Feliński, czy Caravaggio.
Na przestrzeni ostatniego roku wiele osobistości ze świata teatru, kultury, sztuki oraz osób związanych z Kościołem, przede wszystkim z Polski, ale także z Włoch, zaszczyciło Teatr swoją obecnością, zasiadając wśród publiczności. Także dzięki ich uznaniu i aktywnemu uczestnictwu, teatr Henryka Marconi’ego, historyczne miejsce na terenie parafii Wszystkich Świętych, w samym sercu Warszawy, mimo licznych przeciwności losu powrócił do życia.
Aby teatr ten nie stał się jednak siedliskiem kurzu i wilgoci i mógł dalej funkcjonować jako „agora spotkań kulturowych”, na co zdecydowanie zasługuje – chociażby ze względu na swoje położenie w samym centrum miasta, nprzeciwko Pałacu Kultury – żywimy nadzieję, że zdobędzie uwagę uznanie sponsora lub władz i zostanie naprawdę odratowany, jako dobro o wielkiej wartości, przynajmniej dla przyszłych pokoleń, które być może pewnego dnia, zmęczone kontaktami wirtualnymi, zechcą powrócić do bezpośrednich kontaktów międzyludzkich. (Artykuł Alberta Macchiego, “Gazzetta Italia”, Pażdziernik 2010)

Padre Nostro che sei nei cieli, non m’abbandonare. Ho bisogno costantemente di Te, come tua creatura e come indegno fraticello predicatore “Osservante” di San Domenico. Abbiamo tutti bisogno di Te su questa terra, Signore Gesù Cristo. Particolarmente oggi, a più di quattordici secoli dalla Tua venuta, la gente ha bisogno di spiritualità. E lo sta dimostrando in tutti i modi. Con la confusione che regna ovunque per lo scisma della Tua Chiesa e per l’insorgere degli Antipapi e dei Patriarchi. Il Vaticano s’arricchisce di opere d’arte e costruisce nuove chiese, mentre il papa lotta con tutte le sue forze per riconquistare l’unità della Chiesa. Eppure, malgrado tutto ciò, Signore Iddio, la gente non riesce a ritrovarTi. Padre Nostro che sei nei cieli venga il Tuo regno! La mia ascesi serena e austera, assieme alla mia arte pittorica io la sto dedicando a Te, Signore. Come pure la mia preghiera, assieme alla contemplazione delle cose divine. Ma è ben poca cosa tutto questo. Lo so. Qualcuno va dicendo che con il mio linguaggio io raggiungo nel profondo gli spiriti, che li muovo a pietà, che ho saputo trasformare l’arte in preghiera. Ma come sarebbe stato possibile tutto ciò, se poi è vero, senza l’intercessione di San Domenico presso di Te? Sei Tu che mi hai eletto uno strumento nelle Tue mani. Di una cosa sono certo: io sto con Te, mio Dio. Spero di far parte del Tuo esercito, spero di contribuire a sconfiggere il Male. Per adesso sono soltanto un peccatore presuntuoso. Non sono ancora quello che vorrei essere, Gesù, giacché sono assoggettato come ogni Tua creatura agli impulsi dei sensi, agli efflussi, come lo furono San Paolo o Sant’Agostino e lo sono e lo saranno tutti gli uomini e i santi terreni ancora. Ma ci sto mettendo tutto l’impegno per poter essere quello che vorrei essere: un uomo senza vincoli, scevro da condizionamenti terreni, un artista ispirato, sempre più libero d’esprimere quell’arte che avvicina al Cielo. Gloria a Te Signore, così misericordioso. Aiutami ad alimentare la fede con la Grazia dello Spirito Santo. La mia visione personale del mondo, di questo mondo di roghi, di patiboli, di croci, ma anche di pulpiti, è la gioia dell’Annunciazione. Signore misericordioso non ci abbandonare. Proteggi il potere della Tua Chiesa, illumina i tuoi ministri, liberaci dai falsi ministri; soffriamo già abbastanza del funesto potere temporale. Ti chiedo di ispirare gli artisti, di proteggerli perché sono loro che possono diffondere il Tuo Verbo. Ma sono costoro, persone tanto sensibili e vulnerabili, a volte incapaci d’implorarti, altre volte timorose. Il pittore spesso è consapevole della propria insufficienza. Basti pensare alla limitatezza della sua arte. Chi può esprimere ad esempio, col pennello, il concetto dell’eternità e dell’infinito? Il Tuo nome? Padre Nostro che sei nei Cieli sia santificato il Tuo nome. Venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà, come in Cielo così in terra. E liberaci dal male, così sia! (Preghiera tratta dal mio testo teatrale “Beato Angelico”, scritto nel 1989, pubblicato nel 2005 e messo in scena a Roma nelle Chiese di San Stanislao dei Polacchi e Santa Sabina e nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva) ("Gazzetta Italia", Varsavia 2/2011)



Ojcze Nasz, który jesteś w niebie, nie opuszczaj mnie. Nieustannie potrzebuję Ciebie jako stworzenie twoje i jako niegodny twój sługa, kaznodzieja z zakonu św. Dominika. Wszyscy na tej ziemi potrzebujemy Ciebie, Panie Jezu Chryste. Szczególnie dzisiaj, gdy przeszło czterdzieści wieków mija od Twego przyjścia, ludzie poszukują duchowości. I to ich pragnienie przejawia się na wszelkie sposoby. W zamęcie, jaki zapanował powszechnie, wśród podziałów targających twoim Kościołem, który obrasta we wspaniałe dzieła ludzkiej ręki i wciąż wznosi nowe świątynie, pośród tego wszystkiego, Panie Boże, ludzie nie umieją odnaleźć Ciebie. Ojcze nasz, który jesteś w Niebie, przyjdź Królestwo Twoje! Cichą i surową ascezę razem z moim malarstwem dedykuję Tobie, Panie. Tak, jak dedykuję moją modlitwę wraz z kontemplacją spraw boskich. Wszystko to wszakże za mało. Wiem o tym. Powiadają, że moją mową docieram do głębi ludzkiej duszy, że zdolny jestem rozbudzać w nim żarliwość wiary, że pojąłem, jak przekształcać sztukę w modlitwę. Ale jakżeby to wszystko mogło stać się możliwe bez udziału św. Dominika, orędującego u Ciebie. To Ty uczyniłeś ze mnie Swoje narzędzie. Tego tylko jestem dziś pewne, że jestem z Tobą, mój Boże. Ufam, że jestem Twoim żołnierzem, który ma swój udział w pokonywaniu zła. Tu, na ziemi, jestem tylko pysznym grzesznikiem. Jakże daleko mi do tego, kim chciałbym stać się, Jezu! Jak całe Twoje stworzenie podlegam nakazom pożądań i zmysłów, tak jak podlegali im święty Paweł i święty Augustyn, tak jak są i będą im podlegli wszyscy ludzie i wszyscy święci na ziemi, którzy jeszcze nadejdą. Ale przykładam cały swój zapał, aby stać się tym, kim pragnę być – człowiekiem uwolnionym od ograniczeń doczesnych, natchnionym artystą, coraz bardziej swobodnym w uprawianiu tej sztuki, która przybliża do Niebios. Chwała Ci Panie, pełen miłosierdzia! Wspieraj mnie w umacnianiu wiary łaską Ducha Świętego. Moja wizja świata, tego świata płonących stosów, szubienic i krzyży, ale także kazalnic, z których głoszone jest Twoje słowo, natchniona jest radością Zwiastowania. Panie Miłosierny, nie opuszczaj nas! Wspieraj siłę Swojego Kościoła, oświecaj sprawiedliwe sługi, a wyzwól go od fałszywych ministrów, już nadto doświadczyliśmy zgubnych skutków władzy doczesnej. Obdarz natchnieniem artystów i wspieraj ich, bo oni właśnie mogą rozgłaszać Twoje słowo. Lecz słabi i wrażliwi, sami niekiedy nie umieją Cię prosić, Panie, okazując czasem bojaźliwość. Malarz często jest świadom własnej niewystarczalności. Dość pomyśleć o ograniczeniach, jakie narzuca mu jego sztuka. Jak na przykład wyrazić pędzlem istotę wieczności lub nieskończoności? Jak wyrazić Twoje imię? Ojcze Nasz, który jesteś w niebie, święć się Imię Twoje! Przyjdź Królestwo Twoje, bądź wola Twoja, jako w niebie, tak i na ziemi. I wybaw nas ode złego. Niechże tak się stanie! (Preghiera tratta dal mio testo teatrale “Beato Angelico”, scritto nel 1989, pubblicato nel 2005 e messo in scena a Roma nelle Chiese di San Stanislao dei Polacchi e Santa Sabina e nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva) ("Gazzetta Italia", Warszawa 2/2011)

CARLO: (Torna a sedersi) Dopo morto, avrò tutta l'eternità davanti a me, per la gloria, per la fama. Sì perché dopo morti gli artisti acquistano più fascino e le loro opere più valore. Per cui ci saranno, un giorno, ricche principesse, regnanti e papi che vorranno acquistare i miei quadri per le loro collezioni, quadri che poi scambieranno da una corte all'altra, da un paese all'altro. È stato così per i pittori del passato e sarà così per sempre. (Guardandosi ad uno specchio) Ecco un artista valente, un pittore con un'ottima reputazione! (Rivolto al pubblico) Vedete come sono orgoglioso di me quando dialogo con me stesso? Tutto il contrario di come appaio in società. La gente, i committenti, gli altri artisti, mi conoscono come un tipo assolutamente discreto e riservato. Poi con questi occhialini, che mi danno un certo tono! (Se li toglie, li guarda) Non ho soltanto questi, ne conservo diversi in casa. Credo di averne una vera e propria collezione. Certo non come quella che possedeva Filippo Neri (Si rimette gli occhiali). Lui era un vero collezionista, un appassionato. Di occhiali ne ha raccolti di ogni tipo. (Pausa) Dicevo, allora, tutti mi hanno sempre giudicato un artista corretto, timido, un pittore delicato nell'esecuzione, un uomo di santissimi costumi, modesto, dedito alle pratiche religiose. Invece, mi avete sentito parlare prima: altro che modesto o timido! Voi direte: "Adesso, da vecchio, sarai impazzito, sarai diventato più aggressivo". No! Non è vero. Oggi forse ho più coraggio di tirar fuori quello che ho dentro da sempre: la presunzione, la passione, il temperamento. Quel temperamento che invece credo di aver espresso proprio nella pittura. Per chi sa leggere tra le righe, vedendo i miei quadri, se ne dovrebbe accorgere subito. Se si considera che i miei primi ritratti li ho dipinti che avevo soltanto nove anni, non credete allora che abbia dimostrato una certa determinazione già da ragazzo? Guardate questo (Va a recuperare una tela per terra in un angolo) Questo è un "Ecce Homo" a cui sono particolarmente legato, un'opera di cui non ho voluto mai disfarmi, tanto ne sono affezionato. Questo dipinto è l’espressione di tutta la mia vita interiore. Ebbene. Sapete quanto m'è costato realizzarla? (Solleva in alto la tela e la gira verso il pubblico) Guardate, giudicate voi. Un "Ecce Homo" che ho fatto quando avevo 19 anni. Invero questa è una copia che feci per me stesso, quasi in contemporanea con l’originale commissionatomi, per tenerla sempre con me. L'originale m'è stata ordinata e regolarmente pagata, per cui ho dovuto consegnarla al committente. Osservate che chiarezza di linee, che contorni, che impronta. (Abbassa la tela) Da allora ho cambiato più volte il mio stile nel dipingere. Se prima ero raffinato, levigato come uno smalto, poi sono passato alle pennellate larghe e brillanti per arrivare quasi alla tecnica del miniatore. C'è stato un periodo in cui ho evidenziato le ombre delle carni con un'intonazione livida. Ultimamente invece, ho ripreso a fare le carni rossastre d'un tempo, a far ritratti su fondo di cielo, con i contorni ruvidi del Caravaggio e le vesti sempre dal tono grigio livido. (Solleva la tela e la rimira) Ma voi non potete immaginare quello che ho sofferto nel dipingerlo. Io sono religioso e non certo bigotto come qualcuno mi definisce. Frequento le chiese, ma poi non più di tanto. Se sono entrato già da giovanissimo, a far parte della Confraternita Religiosa di San Benedetto Bianco, l'ho fatto, sì per devozione, ma non vi nascondo, che l’ho fatto in particolar modo per avere contatti con i frati e con i canonici. Loro, del resto, sono sempre stati per gli artisti in genere - e lo sono tutt'oggi per me - i committenti più importanti. (Guarda la tela che ha ancora in mano) L'originale di questa tela ad olio la feci per Michele Lombardi, un frate appunto, uno della Comunità di San Benedetto Bianco. (Pausa) Ma, ripeto, quanto mi è costato farlo! È stato come partorire una terribile confessione dopo una lunga gestazione. E quanto tempo ho impiegato! Iniziai, ricordo, una notte che ero da solo a bottega. Sì, perché allora avevo già una mia bottega. Ero con questa tela davanti, da giorni, che la guardavo, senza toccarla. Pensavo, consideravo, mi torturavo. Mi mancavano soltanto una dozzina di pennellate, eppure mi sentivo come se fossi bloccato. Sì. Mi consideravo indegno di poter riprodurre la figura del Cristo. Mi restava così difficile, ad esempio, abbassargli lo sguardo, per cui non lo feci. Rappresentarlo con la corona di spine sul capo, flagellato, umiliato, mi era impossibile! Esprimere l'oltraggio che ha dovuto subire da noi uomini, i suoi figli, inferociti, impazziti; dalla sua condanna fino alla sua crocifissione. Stavo impazzendo, credetemi! Dall'espressione che man mano questo volto assumeva sembrava volesse dire: "Eppure vi ho tanto amato!". Ecco allora che mi venne da rimettere in discussione tutta le mie convinzioni religiose, le scelte della mia vita fino ad allora. E se mi venne da ispirarmi al Beato Angelico, un pittore che avverto tanto vicino al mio pensiero, un po' fu perché egli è toscano come me, ma soprattutto fu perché, come me, egli amava proporre i suoi dipinti di soggetto religioso imperniati di quella devozione che giustamente si deve al Signore, alla Vergine, ai Santi. Però, malgrado tutto, mi son dovuto subito ravvedere. Sì, perché mi sono sentito improvvisamente come un impostore, per aver pensato questo e ancora di più per aver accettato di realizzare un tale lavoro, per giunta dietro compenso. Ora voi mi direte: "Ma questo è normale. Certamente sarà accaduto a chissà quanti pittori e scultori del presente e del passato. Quando costoro hanno scelto di rappresentare un soggetto sacro o, ancora peggio, l'immagine di Dio, chi più, chi meno, avrà sicuramente provato questi stessi tuoi tormenti". (Pausa) Sì, è vero. Avete ragione. Ora che ci penso, è accaduto anche a Jacopo Maria Foggini quando scolpì per Filippo Baldinucci uno straordinario "Ecce Homo" in legno di tiglio, a grandezza naturale. Me lo confidò proprio lui un giorno che ci siamo parlati. (Pausa) Non so! Comunque per me è stata sempre come una tortura. Alcune notti ho avuto perfino gli incubi. (Mentre va a rimettere a posto suo il quadro) E non ci si abitua. Infatti ogni volta che ho accettato di dipingere soggetti religiosi, poi mi sono tormentato, corroso dentro. Anche se, dipingendo i santi, ho sempre pensato che loro sono stati uomini come noi, prima di divenire santi. A volte, come accadeva al Beato Angelico, sentivo di dover dipingere certe immagini disponendomi davanti al cavalletto in ginocchio. Forse volevo infliggermi una punizione per quello che io in quel momento consideravo un sacrilegio. Poi, per consolarmi, mi dicevo che dipingere figure sacre, in fondo era come pregare. Anzi quei quadri spesso erano destinati ad invitare la gente a pregare nelle chiese o nelle case. Ed essi potevano perfino infondere in qualcuno frutti di cristiana pietà. Allora tornavo a dipingere in piedi o seduto. E chiedevo al Signore: Dio, liberami da me stesso! (Considera) Anche perché sovente io stesso sono il peggior nemico di me stesso. (Pausa) Ma incominciamo dall'inizio. (Va a sedersi, questa volta su una seggiola) Io, come mi definì un giorno un mio committente polacco, scherzando ma non troppo, nella vita sono stato “un po' pio e un po' rio”. Anche se tutti, data la mia figura e i miei modi garbati, mi hanno considerato sempre come pio. Eppure il mio aspetto esteriore e i miei comportamenti sono stati e sono tutt’altro che comuni. Porto gli occhiali da alcuni anni, a volte mi son fatto crescere una folta barba, altre volte soltanto i baffi, ora invece, come potete vedere, ho il pizzetto. Spesso ho indossato cappelli eccentrici, sciarpe coloratissime, mantelli neri; insomma sono sempre stato, un po' come un attore col suo bell'abito di scena, truccato, profondamente immerso nel suo ruolo. Ora non state a guardarmi così come sono. Adesso sono soltanto un vecchio, vedovo ormai da più di due anni, malandato, pieno d'acciacchi e di preoccupazioni, uno senza neanche più tanta voglia di vivere. Uno che non si diverte più ad esibirsi. Sapete, quando ormai tutto ci appare così ripetitivo!? Pensate, a soli quattro anni rimasi orfano di mio padre. Fu un dramma per me l'averlo perduto così presto. E questo, credetemi, mi ha condizionato tutta la vita. Fin da bambino, ho sempre avuto il senso della famiglia. E numerosa per giunta! E l'idea di averne un giorno una, mi ha accarezzato fin dall'adolescenza. Forse perché, oltre che orfano di mio padre, a soli nove anni ho dovuto allontanarmi anche da mia madre per andare a lavorare nella bottega del Vignali. Sta di fatto che fin da ragazzo quando incontravo una donzella che mi piaceva, subito mi attaccavo a lei morbosamente. E la corteggiavo. E la ossessionavo. La volevo a tutti costi senza però, a dire il vero, realmente innamorarmene. Era un forte desiderio di possesso, di farla mia, che mi spingeva verso di lei. La sublimavo, un modo forse per cautelarmi, per mantenere sempre le dovute distanze da lei. Comunque son dovuto arrivare quasi a quarant'anni, prima d'aver potuto dire d'averne trovata una di cui m’ero veramente innamorato, tanto da desiderare di sposarla: mia moglie Teresa. E allora giù a far l'amore, giù a far figli. Tra vivi e morti, ne ho avuti una decina, tutte femmine, un solo maschio, Andrea, che chiamai così per far rivivere, almeno con il suo nome, mio padre. Tra le femmine, tolta una che si è fatta monaca presso il nuovo Ordine delle Oblate di Santa Maria, sapete, quello fondato da Giacinta Ruspoli, tutte le altre, più o meno si sono dedicate al disegno, alla pittura, al ricamo o alla decorazione su ceramica. Nel 1659, quando morì mia madre nacque Agnese. Anche a lei volli mettere, per la stessa ragione di mio padre, il nome di mia madre, Agnese appunto. Oggi, per conseguenza, sono contornato da una miriade di nipoti. E mia figlia Agnese, caparbia e intraprendente come sua madre, ella continua ancora a dipingere in questa mia bottega, nel locale qui accanto (Lo indica), malgrado io abbia praticamente smesso di lavorare. Perché non ci sto più con gli occhi, ma soprattutto con la testa. Sarà follia? Forse! A volte ho l'impressione di non riuscir più a controllare la mente. Sono almeno quattro anni che, contrariamente alla mia natura, ho violenti attacchi di collera. Pensate, quando il pittore napoletano Luca Giordano venne a Firenze, ebbi allora la mia prima grossa crisi. Sì, già la sua presenza in città mi aveva scatenato una collera furibonda, poi quando questi asserì che la mia lentezza nel dipingere mi avrebbe portato a morire di fame, questo mi procurò una reazione nervosa tremenda. Poi detto proprio da un cialtrone come lui soprannominato Luca Fapresto, per la rapidità che ha sempre avuto nel realizzare un quadro! Capite, comunque, che testa matta che ho? Per qualcuno la mia pazzia scaturirebbe da uno smodato fervore religioso. Bah! Chissà? Sicuramente ha influito l’aver perso Teresa, la mia sposa. A volte m’accorgo di perdere la memoria e anche il senso del ridicolo. Così avviene che dimentico di essere stonato. E quando mi trovo con i miei amici De’ Bardi alla Camerata Fiorentina, di cui sono diventato un assiduo frequentatore, succede che mi metto a cantare destando l’ilarità di tutti i presenti, così impietosi, malgrado sappiano che sono stato capace di comporre dei brani musicali. (Brano tratto dal testo teatrale “Carlo Dolci e il Cristo Ecce Homo” di Alberto Macchi, edito dalla Editrice Colosseo a Roma nel 2006) ("Gazzetta Italia", Varsavia 6/2011)



CARLO: (Ponownie siada) Kiedy umrę, będę miał przed sobą całą wieczność. Tak, gdyż po śmierci artyści stają się bardziej interesujący, a ich dzieła są bardziej cenione. Dlatego też pewnego dnia znajdą się majętne księżniczki, królowie i papieże, którzy będą chcieli kupować do swych kolekcji moje obrazy, a te później wędrować będą od dworu do dworu, z kraju do kraju... Tak działo się z malarzami w przeszłości i tak będzie zawsze. (Spogląda w lustro) Oto stoi przed wami artysta o wyjątkowym talencie, malarz wielkiej sławy. (Zwracając się do publiczności) Widzicie, kiedy rozmawiam ze sobą, jaki jestem z siebie dumny? Wprost przeciwnie do tego, kim wydaję się w towarzystwie. Przyjaciele, klienci, artyści mają mnie za człowieka niepozornego i powściągliwego. Na dodatek te okulary, które dodają mi powagi! (Ściąga je i przygląda się im) Mam nie tylko tę jedną parę, w domu przechowuję ich mnóstwo. Ale nie można tego nazwać kolekcją. Daleko mi do Filippa Neri. (Ponownie zakłada okulary) To był dopiero pasjonat! Zgromadził okulary każdego rodzaju. (Pauza) Tak więc mówiłem, że wszyscy mają mnie za artystę poprawnego, nieśmiałego, malarza o precyzyjnym stylu, człowieka o nieskazitelnych manierach, skromnego, oddanego praktykom religijnym. Ale, jak już przed chwilą usłyszeliście, daleko mi do skromności i nieśmiałości. Powiecie może: „Teraz, na starość, pewnie pomieszało ci się w głowie i stałeś się bardziej niecierpliwy”. Nie! To nieprawda. Dziś mam więcej odwagi, by ukazywać otwarcie to, co od zawsze kryło się we mnie: zarozumiałość, pasję, temperament. Ten temperament, który, jak mi się wydaje, udało mi się wyrazić w moim malarstwie. Kto umie czytać między wierszami, powinien od razu się o tym przekonać patrząc na moje obrazy. Jeśli wziąć pod uwagę, że pierwsze moje portrety namalowałem, kiedy miałem dziewięć lat, to nie wydaje się wam, że już jako chłopiec wykazywałem sporo determinacji? Popatrzcie na ten. (Wstaje i idzie po płótno leżące na ziemi w rogu pokoju) To „Ecce Homo”. Jestem do niego szczególnie przywiązany. To dzieło, którego nigdy nie chciałem się pozbyć. Jest ono wyrazem mojego życia duchowego. Zresztą nic dziwnego. Wiecie ile trudów kosztowało mnie jego wykonanie? (Podnosi obraz w górę i obraza go w stronę publiczności) Patrzcie i sami oceńcie. „ Ecce Homo”, którego stworzyłem mając lat 19. Tak naprawdę to kopia, którą malowałem prawie równocześnie z oryginałem, by móc ją zatrzymać dla siebie na zawsze. Oryginał był na zamówienie, więc musiałem oddać go zleceniodawcy. Zauważcie tę czystość linii, te kontury. (Obniża obraz) Od tamtego czasu wiele razy zmieniałem swoją technikę. Jeśli początkowo była wyrafinowana i gładka niczym emalia, porzuciłem ją, by przejść do bardziej zamaszystych pociągnięć pędzla, i aby w końcu wypracować styl równający się precyzją miniaturzyście. Był czas, kiedy malowane przeze mnie ciała miały odcień sinawy. Ostatnio jednak znów zacząłem podmalowywać je czerwienią, a głowy malować na tle nieba z konturami surowymi niczym u Caravaggia, szaty zaś zawsze w odcieniach niebiesko szarych. (Unosi obraz, ponownie ogląda go z podziwem) Ale wy nie możecie sobie wyobrazić tego, co musiałem przecierpieć malując Jego postać. Jestem człowiekiem religijnym, ale na pewno nie dewotą. Praktykującym, ale nie do przesady. Owszem, wstąpiłem do konfraterni świętego Benedykta Białego, zrobiłem to z pobożności, ale nie ukrywam, że przede wszystkim, by nawiązać znajomości z braćmi i kanonikami. Oni zresztą byli i są do dziś moimi głównymi klientami. (Patrzy na obraz, który trzyma w ręce) Oryginał tego dzieła, na przykład, namalowałem dla Michele Lombardiego, należącego do tej samej konfraterni. (Przerywa) Ale powtarzam, ile mnie ono kosztowało! To było niczym poród po wielu miesiącach ciąży. I ile czasu na nie poświęciłem. Zacząłem, pamiętam, pewnej nocy, będąc sam w warsztacie. Tak, gdyż już wówczas miałem własny warsztat. Pamiętam jak stałem całymi dniami wpatrzony w to płótno, nawet go nie dotknąwszy. Myślałem, rozważałem, dręczyłem się. Brakowało tylko kilku pociągnięć pędzla, a jednak coś nie pozwalało mi tego zrobić. Tak, czułem się niegodny odtwarzać postać Chrystusa. Zbyt trudne było dla mnie namalowanie go z opuszczonym wzrokiem, w koronie cierniowej na głowie, biczowanego, upokorzonego. Wyrazić tą zniewagę, którą musiał cierpieć z rąk nas, ludzi, jego dzieci, rozwścieczonych, oszalałych; od chwili skazania aż po ukrzyżowanie. Uwierzcie mi, że odchodziłem od zmysłów. Wyraz, którego stopniowo nabierało jego oblicze, zdawał się mówić: „A ja was tak umiłowałem!” Wtedy to też poddałem w wątpliwość wszystkie moje przekonania religijne, wybory życiowe dokonane do tamtego momentu. I jeśli później czerpałem inspiracje z dzieł Fra Angelico, malarza tak mi bliskiego, to nie dlatego, że był on, jak ja, toskańczykiem, ale przede wszystkim dlatego, że tak jak ja naznaczał swoje malowidła tym oddaniem, które słusznie należy się Panu, Najświętszej Pannie i świętym. Jednak, mimo wszystko, szybko przychodziło opamiętanie. Tak, gdyż czułem się jak wiarołomca bo zgodziłem się na wykonanie tego dzieła za wynagrodzeniem. Teraz powiecie pewnie: „Ależ to normalne. Na pewno coś takiego przeżywali wszyscy malarze i rzeźbiarze od zamierzchłej przeszłości po dzień dzisiejszy. Ci, którzy chcieli przedstawić świętą postać, a tym bardziej wizerunek samego Boga musieli, mniej lub bardziej, doświadczać tych samych wątpliwości”. (Przerywa) Tak, macie racje. Jak się tak zastanowić, to samo zdarzyło się przecież Jacopowi Marii Fogginiemu podczas rzeźbienia niezwykłego „Ecce Homo” w drewnie lipowym, naturalnych rozmiarów, dla Filippa Baldinucciego. Sam mi to wyznał pewnego dnia. Zresztą sam nie wiem... Dla mnie w każdym razie była to prawdziwa tortura. (Idąc odłożyć obraz na miejsce) Nocami miewałem koszmary. I nie sposób było się do tego przyzwyczaić. Za każdym razem, kiedy godziłem się na malowanie obrazów religijnych, cierpiałem z powodu wyrzutów sumienia. Nawet jeśli malując świętych myślałem zawsze, że zanim stali się świętymi, byli ludźmi takimi, jak my. Czasami, jak Fra Angelico, wydawało mi się, że powinienem malować wizerunki Chrystusa, Maryi i świętych klęcząc przed sztalugą. Może byłoby to pokutą za to, czego się podejmowałem, za świętokradztwo. Potem, dla pocieszenia mówiłem sobie, że w gruncie rzeczy malowanie świętych figur to też modlitwa, a także zaproszenie do modlitwy dla innych, w domach i w kościołach, przed moimi płótnami. I znów malowałem siedząc albo stojąc. I modliłem się do Pana: Boże, uwolnij mnie od siebie samego! (Zamyśla się) Także dlatego, że sam często jestem dla siebie wrogiem. (Pauza) Ale wróćmy do początku. (Siada, tym razem na taborecie) Jak pewnego dnia zdefiniował to półżartem jeden z moich polskich klientów, byłem w życiu zawsze trochę pobożny i trochę występny. Mimo że wszyscy, oceniając mnie z wyglądu i sposobu bycia, uważali mnie zawsze za pobożnego. A to dlatego, że mój wygląd był zawsze szczególny. Nosiłem okulary, bywało niekiedy, że miałem wąsy, a dziś z kolei, jak sami widzicie, noszę spiczastą bródkę. Często zakładałem dziwaczne kapelusze, pstrokate obuwie, czarne płaszcze; byłem jednym słowem trochę jakby aktorem w przebraniu, grającym na scenie swoją rolę z przejęciem. Teraz nie patrzcie na to, jak wyglądam. Dziś jestem tylko starcem, owdowiałym dwa lata temu, zaniedbanym, z licznymi dolegliwościami i troskami, bez zapału do życia. Pomyślcie, miałem tylko cztery lata, gdy umarł mój ojciec. Dla mnie było prawdziwym dramatem to, że utraciłem go tak wcześnie. I to uwarunkowało całe moje życie. Od wczesnej młodości miałem wielką potrzebę posiadania rodziny. Oprócz tego, że zostałem osierocony przez ojca, już w wieku dziewięciu lat musiałem się oddalić także od matki, by pracować w warsztacie Vignaliego. Prawdą jest, że już jako młody chłopak, gdy spotykałem dziewczynę, która mi się podobała, natychmiast bardzo się do niej przywiązywałem. Zalecałem się do niej. Chciałem ją mieć za wszelką cenę, jednak nigdy się naprawdę nie zakochiwałem. Było to silne pragnienie posiadania, które popychało mnie w jej stronę. Dopiero w wieku prawie czterdziestu lat mogłem powiedzieć, że spotkałem tę, którą rzeczywiście się pokochałem, tak, że zapragnąłem się z nią ożenić: moją żonę Teresę. I wtedy posypały się dzieci: miałem ich prawie dziesięcioro, nie wszystkie z nich żyją. Same dziewczynki i tylko jeden chłopak, Andrea, którego tak nazwałem, aby przynajmniej imieniem upamiętnić mojego ojca. Z córek, oprócz jednej, która wstąpiła do zakonu sióstr Najświętszej Marii Panny, założonego przez Giacintę Ruspoli, wszystkie pozostałe poświęciły się malarstwu, rysunkowi, sztuce haftu i dekorowaniu ceramiki. W 1659 roku, gdy umarła moja matka, urodziła się Agnese. Z tego właśnie powodu nazwałem ja imieniem mojej matki. Dziś więc jestem otoczony niezliczoną ilością wnuków. A moja córka Agnese, uparta i przedsiębiorcza jak jej matka, nadal maluje w moim warsztacie, tu obok. (Wskazuje) Chociaż ja właściwie już tu nie pracuję. Bo nie dopisują mi oczy, a zwłaszcza głowa. Zidiociałem? Może. Czasami mam wrażenie, że nie jestem w stanie panować nad własnym umysłem. Już od czterech lat miewam gwałtowne napady wściekłości. Gdy do Florencji przybył malarz z Neapolu, Luca Giordano, miałem pierwszy poważny kryzys. Już sama jego obecność w mieście doprowadzała mnie do szaleńczej furii, a potem, kiedy ten utrzymywał, że moja powolność w robocie sprowadziła na mnie niedostatek, myślałem, że ze wściekłości postradam zmysły. I to śmiał powiedzieć ten ladaco, który sam siebie nazywa „Luca Szybkomaluje”, dla błyskawicznego tempa, w jakim zawsze kończy swoje obrazy! Widzicie więc, że jestem szalony? Są tacy dla których szaleństwo wypływa z nadmiernej żarliwości religijnej. Kto wie? Dla mnie początkiem była na pewno utrata mojej małżonki... Czasami tracę pamięć i poczucie powagi. Zapominam wtedy na przykład, że nie mam słuchu muzycznego. I kiedy jestem wraz z przyjaciółmi De Bardi we Florenckiej Kameracie, gdzie ostatnio bywam bardzo często, zdarza się, że zaczynam śpiewać, wywołując wesołość wszystkich obecnych. A przecież oni wiedzą, że w przeszłości zdarzało mi się nawet komponować. (Wchodzi paru muzyków z instrumentami) (Brano tratto dal testo teatrale “Carlo Dolci e il Cristo Ecce Homo” di Alberto Macchi, edito dalla Editrice Colosseo a Roma nel 2006) ("Gazzetta Italia" Warszawa 6/2011)

Ottava scena: RAPPORTO
Voci di popolo, musiche, balli. È Carnevale. Caravaggio e Lena entrano a bottega ridendo; giuocano a rincorrersi. Anno 1606
LENA: A Carnevale ogni scherzo vale! (Ride)
CARAVAGGIO: Adesso basta di giuocare, rimettiti in posa.
LENA: (Si dispone)
CARAVAGGIO: Più dolce, più dolce, sorridi Proteggilo con amore questo Bambino!
LENA: (Si pone correttamente) Ecco, così! (E va al Cavalletto)
LENA: (Si muove)
CARAVAGGIO: (Corre da lei) Ferma, ferma, non muoverti, devi avere pazienza per un po’, altrimenti questa Madonna pei Palafrenieri diventa una Demonia degl’Inferi neri! (Torna a dipingere)
LENA: Sei tu che dovrai avere pazienza con me. Non posso essere come il tuo Mario o il tuo Lionello. Io non ho mai posato prima, anche se me l’hanno proposto altri artisti, per di più miei clienti e galanti corteggiatori.
CARAVAGGIO: Certo, certo, ma adesso non muoverti!
LENA: (Si muove)
CARAVAGGIO: (Dà un calcio ad uno sgabello, rovesciando alcuni oggetti)
LENA: Possibile che sei sempre così violento? Non riesci a dominarti mai!
CARAVAGGIO: Perché tu non conosci cose come il tormento, la disperazione, la rabbia, la solitudine.
LENA: No! Ma se sei tu che cerchi la solitudine, la lacerazione. Vedi nemici dovunque, anche dove non ci sono. Vuoi schiacciarli Con la tua rabbia, con la tua collera
CARAVAGGIO: Probabilmente sarà così! Ma io sono uno che crede, che S’immerge, che vive la realtà. Anche su queste tele rivivo la realtà, i fatti Questo momento…te! Non sono un filosofo come il Carracci, Annibale, lui è un oppresso, la reincarnazione di Raffaello. Vive sepolto dai suoi disegni, dagli “studi giocosi”, come li chiama lui, che poi usa per fregar padelle e appicciare il foco. Non ho bisogno di schizzi, di disegni preparatori, io!
Io dipingo “alla prima”. Le mie figure nascono dai colori. E i miei colori sono schietti e le figure Contro ogni maniera. Al. Diavolo le sue “lunette”, i suoi “paesi” il suo “metodo”,
con tutti i suoi scolari! La pittura non è gioco!
LENA: Tu sarai rigoroso, duro con te stesso, ma nei rapporti con gli altri sei torvo, ingrugnito, sempre accigliato. Guarda i tuoi quadri, con i personaggi sempre a bocca chiusa, mai che s’intravvedano i denti, neppure per un sorriso.
CARAVAGGIO: Taci!
LENA: No, invece ho dell’altro! Io di te non so niente, ti vedo qualche volta quando passi a Piazza Navona, non so dove vivi, ci incontriamo come due ladri, qui in questa bottega. E magari solo perché una persona come il notaio Pasqualone mi fa una proposta, tu vai a cercarlo per ingiuriarlo e colpirlo con la spada come un barbaro. E scompari. E quando vado a chiedere di te ai tuoi amici, vengo a sapere che hai scontato il carcere e che sei fuggito fuori città. Ecco che d’improvviso riappari, non una spiegazione, nessun commento. Di nuovo qui con me a dipingere come se niente fosse accaduto.
CARAVAGGIO: (Fa per uscire, lei lo blocca abbracciandolo).
LENA: Perché non m’ascolti? Credevo, con te, d’aver trovato una casa, una famiglia. Amore, al mondo non ho che te. Possibile non capisci che ti amo? Lasciati andare almeno una volta. Anche tu sei solo con me. Dove vuoi andare?
CARAVAGGIO: (Si libera da lei ed esce).
LENA: Va, va pure a rifugiarti da lui! (Tra sé) Il Cardinal Del Monte con un tipo così Avrà il suo bel da fare a tirarlo di tanto in tanto fuori dal carcere e dai guai, ad ospitarlo in casa sua, a sopportare le sue chiusure e i suoi lunghi ed estenuanti silenzi. Visto? Se n’è Andato! Cosa sto aspettando? Tanto non torna!
Nona scena: ACCORDO
Bottega del Caravaggio. Entra il Cardinal Del Monte quando Lena sta per uscire. Anno 1606
CARD. DEL MONTE: Buona giornata, figliola. Sto cercando quello scellerato Spirito libero di Michelangiolo. Non è qui?
LENA: Buon giorno, Eminenza, se n’è andato proprio adesso, per di là. Ha creato qualche altro problema?
CARD. DEL MONTE: Visto che siamo qui, devo parlarti! (Scopre il quadro). E questa saresti tu?
LENA: Beh, sì, Eminenza.
CARD. DEL MONTE: Il suo ideale di donna. Senza orpelli, senza retorici svolazzi, un fiore di grazia popolana, insomma, sbocciato in mezzo alle torbide vicende della sua vita, immediato e brutale come sempre, senza concessioni e abbellimenti, all’apice del dramma (Ricopre il quadro). Ebbene, io so tutto della vostra tresca.
LENA: Ma...
CARD. DEL MONTE: Ma non è di questo che voglio parlarti. Piuttosto di lui e della barbarie che dilaga a Roma. In questa città dove la maggior parte della gente vive in capanne o in grotte, vestita di cenci o di pelli, col viso segnato dalla fame, dai malanni, con la mancanza di qualsiasi speranza, sta aumentando la feccia e Michelangiolo spesso, troppo spesso, è lì a far baruffe in mezzo a loro, nell’osterie, per le strade, alla posta dei cavalli, alla fabbrica di San Pietro.
LENA: (Con discrezione) È vero, Eminenza, ma le sue aggressioni sono sempre in risposta alla violenza degli altri.
CARD. DEL MONTE: (Si avvicina di nuovo al quadro) Questa follia di ritrarre ... popolane prosperose con le vesti rimboccate come lavandaie ... Ti dicevo, mia cara, le strade son divenute così insicure, con tutti questi lazzaroni, plebe di campagna, che i viaggiatori sono invitati dalle autorità a dare la borsa in custodia ai banchieri. E a girare di notte per i vicoli non c’è da stare affatto tranquilli. Perfino il Papa, nelle cerimonie, deve agire con la massima prudenza. Per bere dal calice durante la Messa, e per preservarsi da una possibile presenza di veleno nel vino, il nostro Santo Padre deve prima servirsi della fistola ..., della storta. (Si guarda intorno) Guarda questa bottega! Un lume unto, con una sola luce che viene dall’alto senza riflessi, che fa più chiari i chiari e più scure le ombre e le pareti come colorite di nero.
LENA: Voi siete preoccupato perché siamo sotto Carnevale e temete che a Trastevere il “vostro” Michelangiolo si vada a cacciare in qualche rissa.
CARD. DEL MONTE: Il “nostro” Michelangiolo è una creatura eccellente, di sani principi, ma d’ingegno torbido, tenebroso e spesso irascibile. Usa drappi e velluti nobili per adornarsi, ma poi non li abbandona finché non gli cadono in cenci. A volte si corica a letto col pugnale al fianco e sovente lo sorprendo che mangia sulle sue tele, sì, servendosene per tovagliolo ..., sembra più uno sgherro che un pittore! Dobbiamo aiutarlo! Lui sì, è impegnato con l’intelletto, ma è lunatico, assai vago, troppo assente.
LENA: Lo so, lo so bene, Eminenza. Appunto adesso è bastato un nonnulla per farlo smettere di lavorare. Se n’è andato su tutte le furie. E dove va stampa le orme del suo forsennato cervello! Noi siamo i suoi guardiani per quando egli ha paura di se stesso. Io, poi, in modo particolare.
CARD. DEL MONTE: È appunto per questo che ti sto parlando. Dal momento che lo ami, perché lo ami, non è vero? Aiutalo! Non provocarlo, cerca di capirlo; uno come lui, col suo talento, va incoraggiato. Io posso sostenerlo, tu devi aiutarlo, rassicurarlo. Un giovine, quando ha paura di sé, è più incline a dare ascolto ad “una” come te piuttosto che ad un “uomo” come me. Io fin’ora, come il Tevere che nasconde i cadaveri, sono riuscito soltanto a parare i suoi misfatti. Tu potresti prevenirli. (Escono).
LENA: È così difficile, Eminenza. (Mentre s’allontanano) Pensate, io gli avevo perfino suggerito ..., sapete di questa nuova moda di parare le stanze dei palazzi coi quadri. Tale usanza sembra porga gran favore allo spaccio dell’opera dei pittori. Con questo lavoro potrebbe vivere più sereno e ben pagato. Non credete?
CARD. DEL MONTE: (Annuisce)
LENA: Beh, m’ha risposto: “ Io non dipingo per variare paramenti usati. Quella roba è per gente come i fapresto”. Non c’è speranza ...
CARD. DEL MONTE: Lo so, figliola.
PRIMO INQUISITORE: (Voce fuori campo) Michelangiolo Merisi fu rincorso da molti creditori come l’ambasciatore estense Masetti per aver preso anticipi su lavori mai eseguiti. Ma il fatto di sangue avvenuto a Roma a Campo Marzio fu l’evento più grave. Caravaggio, infatti, per una questione di gioco sorta tra due bande rivali, ha ammazzato Ranuccio Tommasoni da Terni. ("Gazzetta Italia", Varsavia 4/2011)



Scena Ósma: RELACJA
Gwar pospólstwa, muzyka, tańce. Jest karnawał. Caravaggio i Lena wchodzą do pracowni roześmiani; zabawiają się goniąc jedno drugiego. Rok 1606.
LENA: „Kiedy karnawał każdy żart tynfa wart. (Śmieje się)
CARAVAGGIO: Koniec żartów, wróć do tej pozy, co za poprzednim razem (Lena powraca do pozowania). Więcej pogody, pogody, uśmiechaj się. Obejmuj Dzieciątko z afektem! (Ona stosuje się do życzenia) O, właśnie tak! (Caravaggio odchodzi do sztalugi)
LENA: (poruszyła się).
CARAVAGGIO: (podbiega do niej) Nie ruszaj się, miej odrobinę cierpliwości, w przeciwnym razie „Madonna dei Palafrenieri” zmieni się w „Boginię ciemnych mocy”! (Wraca do pracy)
LENA: Musisz być dla mnie wyrozumiały. Nie jestem ani twoim Mariem ani jak twoim Lionellem. Nigdy nie pozowałam wcześniej, chociaż proponowali mi to inni artyści, w dużej mierze moi klienci i adoratorzy.
CARAVAGGIO: Dobrze, dobrze, ale teraz nie ruszaj się!
LENA: (Poruszyła się)
CARAVAGGIO: (Kopie ze złością jedno z krzeseł, przewracając inne przedmioty)
LENA: Możliwe, abyś zawsze był tak porywczy? Nigdy nie jesteś w stanie zapanować nad sobą!
CARAVAGGIO: To dlatego, że ty nie pojmujesz, czym jest udręka, rozpacz, złość, samotność.
LENA: Nie! Ale to ty szukasz samotności i rozterek. Wszędzie widzisz wrogów, nawet tam, gdzie ich nie ma. Chciałbyś ich zmiażdżyć swoim gniewem i złością.
CARAVAGGIO: Jest chyba tak, jak mówisz! Ale ja jestem z tych, którzy wierzą, którzy chcą poznać rzeczywistość do głębi, których pożywieniem jest codzienność. Nawet na moich płótnach przywołuję codzienność, zdarzenia, każdą chwilę… ciebie! Nie jestem filozofem jak Carracci, Annibale, żywe wcielenie Rafaela, męczennik swojej wzniosłej sztuki. Pogrzebany pod swoimi mozolnymi rysunkami, pod „studiami tworzonymi ku rozrywce”, jak sam je nazywa, które nadają się tylko do czyszczenia rondli i rozniecania ognia pod kuchnią. Ja nie potrzebuję żadnych szkiców, rysunków przygotowawczych! Ja maluję „alla prima”, bez retuszy. Moje postacie są poza wszelką manierą. Zrodzone z kolorów, a moje kolory są czyste. Do diabła z jego „lunetami”, jego pejzażami, jego „metodą”, z jego wszystkimi uczniami! Malarstwo nie jest rozrywką!
LENA: Dla samego siebie jesteś bezwzględny i surowy, a dla innych masz twarz posępną, ponurą i zawsze gniewną. Spójrz na własne obrazy, na postacie o zaciśniętych ustach, które nigdy nie odsłaniają zębów, nawet w najlżejszym uśmiechu.
CARAVAGGIO: Milcz!
LENA: Nie, bo mam ci coś jeszcze do powiedzenia! Nic nie wiem o tobie, widuję cię czasem, jak przemykasz przez Piazza Navona, nie wiem, gdzie mieszkasz, spotykamy się tutaj, w twojej pracowni ukradkiem, jak para złodziejów. I tylko dlatego, że pewna osoba, jak notariusz Pasqualone, czyni mi propozycję, ty decydujesz się go znieważyć i ugodzić szpadą jak barbarzyńca. A potem znikasz. I kiedy rozpytuję o ciebie twoich
przyjaciół, dowiaduję się, że byłeś w więzieniu i że uciekłeś z miasta. Potem ni stąd ni z owąd pojawiasz się, bez żadnego wyjaśnienia, żadnego komentarza, aby znowu pracować ze mną, jak gdyby nigdy się nic nie stało.
CARAVAGGIO: (Chce wyjść z pracowni, ona zatrzymuje go, obejmując)
LENA: Dlaczego mnie nie słuchasz? Liczyłam na to, ze przy tobie odnajdę dom, rodzinę, miłość. Nie mam na świecie nikogo oprócz ciebie. Czy możliwe, abyś nie wiedział, że cię kocham? Przynajmniej raz nie odwracaj się ode mnie. Przecież ty także jesteś sam, tak jak ja. Dokąd chcesz iść?
CARAVAGGIO: (Uwalnia się od niej i wychodzi)
LENA: Odszedł, odszedł tylko po to, aby uciec od samego siebie. (Do siebie) Kardynał Del Monte wie co z nim począć, zna wiele sposobów, by coraz to wyciągać go z więzień i z kłopotów, udzielać mu gościny w swoim domu, znosić jego humory i jego długie i męczące okresy milczenia. Widziałaś? Poszedł sobie! Co ja tu jeszcze robię? Przecież i tak prędko nie wróci!
Scena Dziewiąta: ZGODA
Pracownia Caravaggia. Wchodzi kardynał Del Monte w momencie, kiedy Lena szykuje się do wyjścia. Rok 1606.
KARD. DEL MONTE: (Wchodzi na scenę) Witaj, niewiasto. Szukam tego łotra, tego wolnego ducha, Michelangiola. Nie ma go tutaj?
LENA: Witaj, Eminencjo, właśnie przed chwilą wyszedł. Czy znowu napytał sobie jakiś kłopotów?
KARD. DEL MONTE: Widząc, ze spotykam cię tutaj, muszę ci o czymś powiedzieć! (Odkrywa obraz.) To jesteś ty?
LENA: Na to wygląda, Eminencjo.
KARD. DEL MONTE: Jego ideał kobiety. Bez pozłoty, bez retorycznych upiększeń, dziewczyna z gminu, jednym słowem kwiat urody rozkwitły pośród zmiennych kolei losu, spontaniczny i gwałtowny, surowy i niczym nie przystrojony, sam pośrodku dramatu. (Zakrywa obraz). Jak widzisz, wiem o wszystkim, co istnieje się między wami.
LENA: Ale…
KARD. DEL MONTE: Nie o tym chciałem mówić, raczej o nim i o barbarzyństwie, które szerzy się w Rzymie. W tym mieście, gdzie ludzie po większej części żyją w barakach albo grotach, odziani w łachmany albo w skóry, z twarzami naznaczonymi głodem, chorobami, pozbawieni jakiejkolwiek nadziei, rośnie liczba mętów i Michelangiolo często, nazbyt często, pojawia się wśród nich, aby wzniecać tumulty i bijatyki w gospodach, zaułkach, stacjach pocztowych, na budowie bazyliki San Pietro.
LENA (Powściągliwie): To prawda, Eminencjo, ale jego ekscesy są zawsze odpowiedzią na gwałty zadawane przez innych.
KARD. DEL MONTE: (Znowu przybliża się do obrazu) Ta jego obsesja portretowania kobiet z gminu w spódnicach podkasanych jak u praczek… Powtarzam ci, moja droga. Ulice stały się doprawdy niebezpieczne dzięki wszystkim tym łotrom i wiejskiemu plebsowi, że władze zachęcają cudzoziemców do oddawania swoich trzosów pod opiekę bankierom. Włóczenie się nocą po zaułkach jest zgoła prowokujące. Nawet papież podczas ceremonii musi zachowywać największą ostrożność. W obawie przed otruciem zanim wypije kielich podczas mszy świętej, nasz Ojciec Święty musi posługiwać się fistułą i retortą. (Spogląda wokół.) Popatrz na tę pracownię! Jeden łojowy kaganek i światło pozbawione blasku, które płynie z góry i sprawia, że to, co jasne jaśnieje jeszcze bardziej, mrok staje się jeszcze bardziej czarny, a ściany zdają się pokryte sadzą.
LENA: Eminencja niepokoi się, ponieważ jest karnawał i obawia się, aby na Zatybrzu „jego” Michelangiolo nie wdał się w jakąś awanturę.
KARD. DEL MONTE: „Mój” Michelangiolo jest cudowną istotą, o zdrowych zasadach, ale o umyśle niespokojnym, mrocznym i częstokroć popędliwym. Odziewa się w szlachetne i kosztowne szaty, ale nosi je tak długo, dopóki nie zamienią się w ostatnie łachmany. Bywa, że kładzie się do łóżka z puginałem u boku i często zastaję go, kiedy jada na swoich płótnach, a tak, używając ich zamiast obrusa… Przypomina bardziej zbira niż artystę! Trzeba mu pomóc! On pracuje intelektem, ale jest zmienny w nastrojach, roztargniony, zbyt często nieobecny.
LENA: Wiem, wiem o tym dobrze, Eminencjo. O choćby teraz, starczy drobnostka aby przerwać mu pracę. Zabrał się stąd z wściekłością. I gdziekolwiek idzie, wszędzie pozostawia ślady swego wzburzonego umysłu! Strzeżemy go, o ile on boi się sam siebie. Ja zresztą w sposób szczególny.
KARD. DEL MONTE: I właśnie dlatego rozmawiam tutaj z tobą. Ponieważ kochasz go, a kochasz go, czyż nie prawda?, spróbuj mu pomoc! Nie prowokuj go, lecz staraj się go zrozumieć, komuś takiemu jak on, przy całym jego talencie, trzeba dodawać odwagi. Ja mogę go utrzymywać, ale ty musisz mu pomóc, dodawać mu pewności. Młody człowiek, który boi się samego siebie, jest bardziej skłonny usłuchać kobiety, jak ty chociażby, niż takiego jak ja mężczyzny. Do tej pory zresztą udawało mi się jedynie osłaniać jego występki, jak Tybr, który kryje zwłoki topielców. Ty mogłabyś im zapobiec. (Wychodzą)
LENA: To takie trudne, Eminencjo. (Podczas gdy oddalają się:) Proszę pomyśleć, ja nawet sugerowałam mu… Eminencja zna dobrze tę nową modę zdobienia ścian pałaców malowidłami. Taki obyczaj stwarza malarzom wspaniałą szansę zbycia swoich obrazów. Dzięki takiej pracy mógłby żyć dostatnio i spokojnie. Jak Eminencja sądzi?
KARD. DEL MONTE: (Przytakuje).
LENA: Ale cóż, odpowiedział mi: „Ja nie maluję po to, aby moje obrazy zasłaniały stare obicia. To zajęcie dobre dla lakierników.” Brak mi już wszelkiej nadziei…
KARD. DEL MONTE: Wiem, dzieweczko. (Schodzi ze sceny)
PIERWSZY INKWIZYTOR: (Głos poza sceną): Michelangiolo Merisi był ścigany przez wielu wierzycieli, jak ambasador rodziny Este, Masetti, z powodu zaliczek wziętych za obrazy, których nigdy potem nie namalował. Ale zabójstwo, do którego doszło w Rzymie, na Polu Marsowym, było przestępstwem najcięższym. Caravaggio, z powodu sprzeczki wynikłej w trakcie gry między dwiema rywalizującymi drużynami, zamordował Ranuccio Tommasoniego z Terni.
Celem, który przyświecał temu tekstowi, nie była krytyka ani historia sztuki, ponieważ jestem człowiekiem teatru. To powołanie nieustannie nakazuje mi penetrować najbardziej niedostępne zakamarki ludzkiej duszy i tajniki ludzkich sentymentów. To dzięki niemu, dzięki wytrwałym i nieustępliwym poszukiwaniom mogłem w końcu dotrzeć do niewyczerpanych zasobów, jakimi wciąż pozostają serce i intelekt Caravaggia. (Alberto Macchi, Roma)
Teatr Alberta Macchiego, tak jak obrazy Merisiego, jest żywym odzwierciedleniem rzeczywistości. (Prof. Mina Gregori,Florencja)
Alberto Macchi, w tej sztuce teatralnej z odwagą ukazuje człowieczeństwo Caravaggia. (Prof. Stefania Macioce, Rzym)
("Gazzetta Italia", Warszawa 4/2011)

BATONI: (Viene in proscenio e si rivolge al pubblico quasi sottovoce) Sapete, a settantanove anni si è terribilmente vecchi. Anche se si è Pompeo Girolamo Batoni! E la vecchiaia non la tollera nessuno, neanche le persone più care. (Si guarda intorno) Perché devo vivere così al buio? (Mentre s’avvicina a due candelabri poggiati su un piano) Chissà quanto buio mi aspetta con la morte! Ora, finché m’è consentito, voglio vedere la luce. (Considera mentre accende alcune candele) La mia morte sarà pure vicina, ma io non sono un condannato a morte, per oggi. Che poi vorrei esserlo se fossi costretto a dover scegliere tra l’essere il condannato o il boia. Sì, perché a me questa faccenda che un governo si serva di qualche povero diavolo per uccidere qualche altro povero disgraziato non mi va proprio giù. Questo fatto per me è più grave che la condanna a morte stessa, questione sollevata a suo tempo da Cesare Beccaria nel suo trattato sui delitti e sulle pene. Mah! Lasciamo stare. (Accende un’ultima candela) I miei figli e i miei nipoti hanno tutti il loro bel da fare; non possono certo star appresso ad un vecchio come me. Anch'io da ragazzo, d'altronde, avevo il mio bel da fare per divertirmi, quando poi non dovevo seguire mio padre nella sua bottega di orafo. E da adulto avevo da pensare alla famiglia che m’ero creato. Avrei mai avuto, allora, il tempo d’assistere i miei nonni, o qualcuno di famiglia che con l’età si fosse rimbecillito? Anzi, tra i miei figli, i maschi, tutti e tre, hanno lavorato a bottega con me. Uno, Felice, è venuto addirittura con me ad aiutarmi in una commissione a Lisbona. E quattro delle mie figlie, di quelle che hanno scelto l’arte anziché la clausura o il matrimonio, hanno suonato per anni nella mia antibottega, impegnate ad accogliere ed intrattenere piacevolmente le lunghe schiere di ospiti, di visitatori e di committenti, che ogni giorno si accalcavano lì in attesa di essere ricevuti da me. Ed esse offrivano loro dolci e leccornie varie, preparate da esse stesse, con le loro mani, una vera panacea, per quei signori, contro tutti i disagi per le lunghe ed estenuanti attese. I miei figli, tutti e dodici, hanno le mani d’oro, c’è chi suona l’arpa o la viola, chi, come Ruffina, compone versi, chi disegna, chi dipinge, chi sa cucinare. E se io oggi sono vecchio non è colpa di nessuno di loro. Certo, neanche mia. Si invecchia per colpa o per grazia della natura, del Padreterno. E noi, una volta vecchi, con il fatto che ci consideriamo detentori delle tradizioni, degli usi e delle consuetudini, vorremmo che nulla cambiasse, che il sistema di vita restasse quello che noi conosciamo. E allora giù con improperi contro chi è più giovane di noi. Questo perché costui non è più come noi, vuoi perché la vita lo sta cambiando, vuoi perché si sta trasformando per adeguarsi ai tempi. E ancora giù contro il mondo intero che, col suo ritmo, a noi, ormai stanchi, ci sconvolge. Allora diventiamo scorbutici, antipatici, ossessivi, intolleranti. A sprazzi siamo anche consapevoli di tutti questi nostri orrendi difetti, ma purtroppo ciò accade soltanto in particolari momenti di lucidità e di senso d’umanità, come per me adesso. E non consideriamo i disagi e le difficoltà che creiamo ai nostri figli - ancora di più quando noi siamo anziani e loro ancora giovani - o a chi ci assiste, quando ci ostiniamo, quando non vogliamo valutare le loro esigenze, quando se ci propongono di trasferirci altrove, noi ci intestardiamo a voler restare in quella casa dove abbiamo sempre vissuto, dal momento che quella è stata il nostro rifugio per tutta la vita. Così sacrifichiamo i nostri figli, creiamo spesso figli soli, senza una moglie, senza un marito, senza prole. Li colpevolizziamo in nome di tutto quello che noi abbiamo sempre fatto per loro; creiamo loro una miriade di atroci rimorsi soltanto per dar sfogo ai nostri capricci, perché vogliamo essere considerati, assistiti, ossequiati. Invece non è così che devono andare le cose. Il mondo appartiene a tutti, anche a noi, è vero, ma dobbiamo tener presente ch’esso appartiene soprattutto a coloro che poi lo muovono e che dovranno abitarlo in futuro. Noi dovremmo avere il coraggio di ritirarci di buon grado; dovremmo raccoglierci tra noi anziani, dovremmo assisterci tra di noi, come una comunità superiore, privilegiata perché più saggia, distaccata dal resto del mondo, con tutto il bagaglio del nostro sapere, dei nostri interessi, con la nostra conoscenza da distribuire a tutti coloro che ce ne facessero richiesta, senza alcuna distinzione: a figli, a parenti, ad amici, … ad estranei. Dovremmo insomma vivere appartati, in qualche luogo, sempre pronti però, noi, ad offrire il nostro contributo, i nostri consigli, quindi in qualche modo integrati con gli altri. Ed intanto dovremmo coltivare degli interessi, avere cura della nostra persona, scambiarci tra di noi, informazioni, aiuti, amicizia, assistenza. Ma tua moglie? Vi domanderete. Mia moglie, poverina, fa quello che può per me. Anche lei ha da pensare ai suoi malanni ed è ancora al servizio di qualche nostro figlio più bisognoso o in difficoltà. (Mentre recupera un calice da sopra un tavolo e si versa del vino) Scusate se bevo un po’ di vino, il latte dei vecchi. (Beve) Altra cosa. Come avete sentito dire prima, da quelle donne, noi anziani dovremmo accettare le malattie, il distacco dagli affetti e godere di ogni possibilità che ancora la natura ci riserva. Abbiamo perso un occhio, abbiamo l’altro, li abbiamo persi tutti e due, abbiamo l’olfatto, abbiamo perso anche l’olfatto, ci restano il tatto, il gusto e così via. Anche perché per noi, prima o poi, sopraggiungerà la morte, quella morte che allora non dovremmo vederla come una soluzione ai nostri problemi, ma un’amica che viene per condurci in un’altra dimensione. Il nostro cuore quindi, prima o poi, è destinato ad arrestarsi; esso infatti, anche se sede dei sentimenti, altro non è che un viscere con la funzione di pompare e spingere il sangue in ogni parte del nostro corpo. E non è come il tempo che, credo, continuerà a pulsare per l’eternità. C’è un cuore soltanto che vivrà in eterno, quello Sacro di Gesù Cristo che io ho rappresentato più volte con i miei pennelli. (Prende un quadro appeso ad una parete e lo mostra al pubblico) Questa è una copia ad olio su tela che ho voluto conservare per me. L’originale, alla Chiesa dei Gesuiti a Roma, invece era ad olio su rame. Vedete qui, il Cuore di Gesù irradia luce, non vive al buio, nascosto all’interno del corpo come quello nostro; il Sacro Cuore è manifesto, visibile a chiunque, come è stato per Margherita Maria Alacoque, a chiunque, naturalmente, abbia un sincero desiderio di vederlo.
A proposito di cuore i dico quest’ultima cosa: “... un giorno mi sono salvato dalla morte perché qualcuno è intervenuto in tempo a scaldarmi i piedi, ad applicarmi pezze fredde al capo e a praticarmi energici clisteri. Questi attacchi apoplettici accadono quando i violenti turbati affetti dell’anima corrono a rovesciarsi nel cuore, dove nel disordine della procella, il sangue non trova più le usate strade, obbligato perciò dalla violenza dei suoi rigurgiti, ad aprirsi uno sfogo per vie non sue”. (Pezzo tratto da: “Pompeo Batoni e il Sacro Cuore di Gesù”di Alberto Macchi, edito a Roma nel 2005 da Colosseo Editore) ("Gazzetta Italia", Varsavia 7/8/2011)

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Filippo Buonaccosri (particolare) in un'incisione del XVIII secolo

FILIPPO BUONACCORSI, con lo pseudonimo di “Callimaco”, detto “Esperiente” (San Gimignano 5/1437 – Cracovia 1/12/1496). Grande umanista e uomo politico. Figlio di Pietro, della nobile famiglia Buonaccorsi oriunda di Venezia. Si trasferisce a Roma a venticinque anni, nel 1462, dove diviene allievo dell'umanista accademico Pomponio-Leto. Questi lo ospita in casa sua e lo iscrive come membro, col nome di “Callimaco”, all'Accademia Umanista Romana da lui fondata. A quest’appellativo egli aggiungerà il soprannome di “esperiente”, un termine, da lui stesso coniato, per chiarire che in tutti quei paesi dov’è giunto, egli è stato sia portatore della propria cultura e delle esperienze fatte nel proprio paese, che fruitore della cultura e delle nuove esperienze fatte nel paese che l’ha ospitato. Nel 1468 viene processato dal Tribunale di Roma, insieme ad altri membri dell’Accademia, come Platina e Pomponio-Leto, perché accusato d'aver congiurato contro Papa Paolo II. Riesce a fuggire evitando l'arresto. Fra le sue carte erano stati trovati alcuni versi diffamatori contro il Pontefice e di contenuto osceno che al processo gli valgono un'ulteriore imputazione, quella di sodomia: "et dice S. S. non potendo havere loro ha facto prendere le loro cose et hagli trovati soy epygrammata et versi et soneti intitulati ad pueros ["ai ragazzi", ndr] in genere turpe, dove demonstravano molte loro ribaldarie".
Tra i ragazzi cantati nei suoi epigrammi latini figurano Antonio Lepido e Lucio Fazini. Il primo, come lui scolaro di Pomponio-Leto, lo definisce "il suo Ganimede" o “Phrygius Amor”; il secondo, che nel 1481 diventerà Vescovo di Segni, lo chiama invece "Lucidus Phosphorus" ovvero “Portatore di Luce”.
Bartolomeo Sacchi, dal nome umanistico “Platina”, avversario di Callimaco, lo descrive come “uomo a cui mancano e forze e senno e destrezza ed eloquenza” e ancora “lento di lingua, e quasi privo di vista”. Paolo Cortese, suo concittadino, invece lo ritrae come “giovane, dai costumi non troppo onesti, ma poi fatto saggio dalle sue disavventure”.
Dopo varie peregrinazioni, in Grecia, Tracia, Egitto, Cipro, Rodi e Macedonia, si stabilisce a Leopoli dove un'ostessa di nome Fannia Sventoca, subito si prende cura di lui, divenendo la sua prima benefattrice. Egli la ricompenserà celebrandola nelle sue elegie. Successivamente, nel 1472, tramite l’intervento di Gregorio Sanoceo, Arcivescovo di quella città, riesce a trovare asilo presso il Re di Polonia Casimiro IV Jagellone. Questi subito lo nomina “Precettore dei Principi”, affiancandolo a Giovanni Długosz, celebre storico polacco, perché, insieme a lui, istruisca negli studi i suoi figli, in particolare il suo terzogenito Casimiro che, dal 1521 sarà nominato “Patrono della Polonia e della Lituania”, anche se, nella realtà, verrà canonizzato ufficialmente solo nel 1602 e il suo quartogenito Jan Olbracht, che dal 1492 sarà Re di Polonia. Nel 1474 Callimaco è Segretario Reale. Nel 1476-77 è Ambasciatore di Polonia prima a Venezia, poi a Roma e nel 1479 a Costantinopoli. Nel 1486 viene nominato ancora Rappresentante della Polonia a Venezia.
Apostolo Zeno, scrittore vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, racconta di un incendio che, nel 1488, ha distrutto la casa di Buonaccorsi, con tutti i suoi preziosi libri e documenti. In seguito a tale disgrazia, due suoi amici, Benedetto Brognolo, professore in Venezia, e Marsilio Ficino, fondatore dell’Accademia Platonica di Firenze, entrambi profondamente dispiaciuti, gli inviano un’affettuosa lettera di conforto, l’uno e una lettera di profonda partecipazione al suo dolore, l’altro. Nel 1492 sale al trono di Polonia Jan Olbracht, suo discepolo d’un tempo. Ecco che allora, forte della sua posizione, per contraccambiare i benefici fino ad allora ricevuti dal di lui padre e per favorire il nuovo re e sostenerlo, incomincia attraverso i suoi scritti, un’opera di sensibilizzazione nei confronti di alcune particolari classi sociali privilegiate dichiarando, con una certa determinazione, la necessità di rafforzare il potere del monarca a scapito dell'aristocrazia. Filippo Buonaccorsi o Bonaccorsi, alla sua morte, viene tumulato a Cracovia dentro la Chiesa della SS. Trinità, dei Domenicani. Il suo sepolcro di bronzo, realizzato dall’artista tedesco Veit Stoss, è considerato una delle prime opere gotico-rinascimentali in Polonia. Philippus Callimachus Experiens (nome, quest’ultimo, da lui stesso coniato forse anche in riferimento ad “Esperia”, l’antico nome poetico dell’Italia o magari in riferimento ad “Espero”, Lucifero, fratello di Atlante nella mitologia e pianeta Venere per gli antichi) lascia diversi scritti di storia, di eloquenza e di poesia, tra cui i ben noti “Epigrammatum Libri Duo” del 1467 e “Storia di Ladislao Re di Polonia e d’Ungheria”. Il suo primo biografo è Paolo Giovio, noto poeta, erudito del XVI secolo.
Callimaco, un uomo di grande intelletto, ma dai comportamenti non troppo convenzionali, quindi scomodo, rifiutato dalla sua patria, l’Italia, una terra, a quei tempi, bigotta e clericale, è invece accolto, con tutti gli onori, in una nazione straniera, la Polonia, più attenta alla sostanza interiore di un individuo che alla sua forma esteriore. Oggi la maggior parte degli studi su di lui è pubblicata in lingua polacca. Quindi ciò non ha consentito, al di fuori della Polonia, di far piena luce sulla sua personalità e sulla sua opera, la quale resta, in parte ancora inedita, ma assolutamente degna d’essere riscoperta. Tutte le pubblicazioni riguardanti Filippo Buonaccorsi tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, come quelle di M. Gliszczyński, R. Všetečka, J. Magiera, F. Bujak, S. Windakiewicz, J. Skoczek, J. Garbacik, K. Kumaniecki e l’interessante libro “Kallimach Doświadczony” di Joanna Olkiewicz, edito a Varsavia nel 1961, ne sono una prova evidente. (Articolo su Gazzetta Italia, Novembre 2010)

FILIPPO BUONACCORSI (San Gimignano 5/1437 – Kraków 1/12/1496) występujący pod przydomkiem ”Kallimach” zwany ”Doświadczonym”. Wybitny humanista i mąż stanu. Syn Piotra, potomek szlacheckiej rodziny o weneckich korzeniach Buonaccorsi. W wieku lat 25. w 1462 r. przyjeżdża do Rzymu, gdzie zostaje uczniem humanisty Pomponiusza Letusa. Zamieszkuje wspólnie ze swoim mistrzem i staje się członkiem założonej przez niego Humanistycznej Akademii Rzymskiej, przyjmując imię „Kallimach”, do którego doda później przydomek „Esperiente” („doświadczony” i „doświadczający”). Miał on oznaczać, że jest szerzycielem kultury i doświadczeń nabytych w swej ojczyźnie, ale także odbiorcą kultury i doświadczeń pozyskanych w krajach, które udzielały mu swej gościny. W 1468 r. zostaje skazany przez Trybunał Rzymski wraz z innymi członkami Akademii, jak Platina i Pomponiusz Letus, za otwarte występowanie przeciwko papieżowi Pawłowi II. Udaje mu się zbiec, unikając zatrzymania, ale wśród jego papierów odnalezione zostają utwory poetyckie wymierzone w papieża, a także o treści obscenicznej, które podczas procesu posłużą do sformułowania przeciwko Kallimachowi oskarżeń o sodomię: „et dice S.[ua] S.[Antità] non potendo havere loro ha facto prendere le loro cose et hagli trovati soy epygrammata et versi et soneti intitulati ad pueros [„ai ragazzi”, ndr] in genere turpe, dove demonstravano molte loro ribaldarie”.
Wśród chłopców opiewanych w jego łacińskich epigramatach występują Antonio Lepido i Lucio Fazini. Pierwszy z nich, podobnie jak Bonaccorsi jest uczniem Pomponiusza Letusa, którego Kallimach nazywa „swoim Ganimedesem” lub „Amorem Frygijskim”; drugi, który w 1481 r. zostanie biskupem Segni, opisywany jest jako „Lucidus Phosphorus” czyli „szerzyciel światła”.
Bartolomeo Sacchi, znany jako Platina, nieprzyjaciel Kallimacha, określa go, jako „człowieka, pozbawionego mocy, umysłu, zdolności i elokwencji” a także „powolnego w mowie i niemal pozbawionego wzroku”. Natomiast Paolo Cortese, jego ziomek, charakteryzuje go jako „młodego, o niezbyt dobrych obyczajach, który posiadł mądrość dzięki swoim kłopotom”.
Po wędrówkach, jakie zawiodły go do Grecji, Tracji, Egiptu, na Cypr, Rodos i do Macedonii, osiada we Lwowie, gdzie właścicielka oberży, niejaka Fanni Sventoca bierze go pod swoją opiekę, stając się jego dobrodziejką. Kalimach odwdzięczy się jej za to, chwaląc ją w swoich elegiach. W 1472 r., dzięki pośrednictwu arcybiskupa lwowskiego Grzegorza z Sanoka, udaje mu się znaleźć azyl na dworze króla polskiego Kazimierza Jagiellończyka, który powierza mu funkcję preceptora królewiczów i poleca słynnemu historykowi Janowi Długoszowi, aby wspólnie z nim udzielał lekcji literatury jego synom, z których trzeci pod względem starszeństwa, Kazimierz, w 1521 r. zostanie ogłoszony patronem Polski i Litwy, choć do jego oficjalnej kanonizacji dojdzie dopiero w 1602 r., a czwarty syn z kolei, Jan Olbracht, w 1492 r. zostanie królem Polski. W 1474 r. zostaje nominowany sekretarzem królewskim. W latach 1476-77 posłuje w imieniu króla polskiego do Wenecji i Rzymu, w 1479 r. do Konstantynopola. W 1486 r. otrzymuje tytuł przedstawiciela polskiego w Wenecji.
Apostoł Zenon, pisarz żyjący na przełomie XVII i XVIII w. opowiada o pożarze, który w 1488 r. zniszczył dom Buonaccorsich wraz ze wszystkimi cennymi księgami i dokumentami. W następstwie tego nieszczęścia dwóch przyjaciół Kallimacha, wenecki profesor Benedetto Brognolo i Marsilio Ficino, założyciel Akademii Platońskiej we Florencji, oboje głęboko przejęci tym wydarzeniem, wysyłają mu listy. Pierwszy pisze list pełen sympatii i współczucia, drugi podziela ból wywołany tak wielką katastrofą.
W 1492 r. na polski tron wstępuje królewicz Jan Olbracht, wychowanek Kallimacha. Od tej chwili pozycja humanisty zostaje wzmocniona. Kallimach, powodowany wdzięcznością za otrzymane łaski i chęcią dalszego przysłużenia się monarsze, zaczyna w swoich pismach zwracać uwagę na konieczność wzmocnienia władzy królewskiej w Polsce na niekorzyść możnowładców.
Filippo Buonaccorsi lub Bonaccorsi po śmierci zostaje pochowany w krakowskim kościele dominikanów pod wezwaniem Św. Trójcy. Jego epitafium, odlane z brązu, dzieło niemieckiego rzeźbiarza Veita Stossa, w Polsce znanego jako Wit Stwosz, choć utrzymane w stylistyce gotyckiej, uważane jest za jeden z pierwszych zwiastunów renesansowej rzeźby nagrobnej w Polsce.
Pozostawił po sobie wiele dzieł poetyckich, filozoficznych i historycznych, między innymi ”Epigrammatum Libri Duo”, ”Dzieje Władysława, króla Polski i Węgier”. Jego pierwszym biografem był Paolo Giovio.
Kallimach, człowiek niewygodny, o wielkim intelekcie i obyczajach sprzecznych z konwencjami, wygnany ze swojej ojczyzny, naznaczonej dewocją i klerykalizmem, został przyjęty z wszystkimi honorami przez obcy mu naród, w tamtym czasie z pewnością bardziej otwarty na indywidualizm człowieka niż na zewnętrzne formy.
Dziś większa część poświęconych mu studiów opublikowana jest w języku polskim . Nie pozwala to poza Polską na ukazanie w pełnym świetle jego osobowości i jego dzieł, po części dotąd pozostających w rękopisie, ale pod każdym względem godnych odkrycia. Wszystkie opracowania dotyczące Filippa Buonaccorsiego, jakie ukazały się między połową XIX a połową XX w., M. Gliszczyńskiego, R. Vieteski, J. Magiera, F. Bujaka, S. Windakiewicza, J. Skoczka, J. Garbacika, K. Kumanieckiego a także interesująca książka ”Kallimach doświadczony” Joanny Olkiewicz, wyd. przez Ludową Spółdzielnię Wydawniczą „Czytelnik” w Warszawie w 1961 r., są tego najlepszym przykładem. (Gazzetta Italia, Listopad 2010)


Luigi Caroli, foto dell'epoca

LUIGI CAROLI (Bergamo 22/4/1834 – Kadaja/Siberia 8/6/1865). Conte, detto Gigio, era un buon militare, col grado di tenente, un fervente patriota e un “fedele” garibaldino. Figlio di Lodovico e di Anna Benedetta Cattaneo vedova Carissimi. Sua madre nel precedente matrimonio con Pietro Carissimi, aveva avuto due figli, per cui quando Luigi nacque si trovò ad avere due fratellastri; uno dei due, Alessandro, entrerà a far parte, anche lui, dell’esercito di Garibaldi col grado di Maggiore. Di temperamento allegro e chiassoso, amava vivere in compagnia, per cui, ancora giovanissimo, si arruolò fra le Camice Rosse. All’età di ventotto anni avrebbe voluto imbarcarsi coi Mille, ma Giuseppe Garibaldi non volle averlo con se, perché aveva appena saputo che, pochi mesi prima di unirsi in matrimonio con la sua seconda moglie, la Marchesa Giuseppina Raimondi(*), questo suo soldato aveva avuto una intensa storia sentimentale con lei. Addirittura ella aspettava un figlio da lui, figlio che poi nascerà morto.
Per cui nel 1863 l’intraprendente Gigio scelse di unirsi ad una spedizione che stava partendo per la Polonia a sostegno degli insorti polacchi. Quindi s’aggregò a questo gruppo di uomini, una formazione raccogliticcia di circa seicento volontari, tra italiani e francesi, che comprendeva una sessantina di camicie rosse, con a capo Francesco Nullo, un bergamasco come lui e suo vecchio socio in un’azienda tessile. Durante il viaggio di trasferimento, si unirono a questa legione franco-italiana anche piccoli gruppi di cacciatori polacchi in esilio e i cosiddetti "Zuavi della Morte", guidati dal tenente François Rochebrune. Giuseppina Raimondi, essendo stata, il giorno stesso delle nozze, ripudiata da Garibaldi, scelse di seguirlo, per poter così stargli accanto e perché animata, anche lei, dal nobile proposito di portare i suoi ideali patriottici che nutriva in Italia, anche in quel paese. Ma Luigi Caroli, una volta giunto in Polonia, rimase profondamente deluso dal comportamento della sua amata, troppo spesso assente e distratta; in verità la meno innamorata dei due. Egli trovò la Polonia un paese ricco di storia, con un popolo amico, un territorio tutto da scoprire, anche se sapeva che ,di fatto, la Polonia dal 1795 era scomparsa dalla carta geografica insieme a tutti i suoi territori; e si ripeteva nella mente l’ultimo discorso che, in Italia, Giuseppe Garibaldi aveva rivolto ai suoi fedeli: «Miei Fratelli d'arme, Voi mi chiedete una parola, ed io vorrei porgervi dei fatti. Per voi che avete sparso il sangue sui campi di battaglia della redenzione italiana, o ben giusto che l'Italia si commuova, ed io spero: la lotta in cui la disperazione ha trascinato lo sventurato vostro Paese, deve suscitare l'opinione europea in favore degli oppressi vostri concittadini. In questa terra non mancano generosi che vi porgeranno la mano. Che Dio salvi la Polonia! Vostro Giuseppe Garibaldi». Ma questo paese Caroli non riuscì a viverlo più di tanto giacché, qualche tempo dopo il suo arrivo, venne catturato dai Russi, messo in catene, processato a Varsavia il 3 luglio del 1863, condannato dallo Zar Alessandro II alla pena capitale, commutata a dodici anni di lavori forzati e al soggiorno obbligato a vita, quindi spedito in Siberia con destinazione la prigione di Kadaja, alla frontiera con la Cina. Ma durante il percorso, dovette fare una sosta a Tobolsk, la capitale della Siberia occidentale. Qui “Luigi e i suoi compagni vennero privati dei loro abiti; dovettero indossare l'uniforme dei deportati e vennero messi in colonna con i detenuti comuni, molti dei quali erano stati marchiati in fronte con le lettere KAT, per indicare la condanna al sistema penale della Katorga”.
Il Generale Francesco Nullo invece era rimasto ucciso in battaglia il 5 maggio del 1863 a Krzykawa in provincia di Olkusz, sotto il fuoco cosacco. Anche il Cardinale Zygmunt Szczęsny Feliński, Arcivescovo di Varsavia, il 14 giugno dello stesso anno dovette lasciare la capitale come prigioniero dello Stato e sotto la scorta dei militari, per essere rinchiuso nella prigione russa di Jaroslavl’ sul Volga, a tempo indeterminato.
Dal carcere, malgrado le delusioni e le sofferenze, Gigio continuò a cercare un contatto con la sua amata Giuseppina, scrivendogli accorate lettere d’amore. Dopo circa due anni di prigionia, l’8 giugno del 1865, solo e senza alcun conforto, deluso nei suoi sogni d’amore e di gloria, tristemente si spense in seguito ad una febbre cerebrale, ormai dimenticato da tutti, mentre soltanto sei mesi dopo, gli altri legionari italiani e francesi furono graziati. Fu sepolto su una collina della vicina miniera di Kadaja. Hanno scritto sul Conte Luigi Caroli, tra gli altri: Angiola Zanchi nel suo libro “Il dramma di Luigi Caroli: pagine inedite di dolore e d'amore di forzati in Siberia per l'indipendenza della Polonia (1863-1866)”, pubblicato dall’Istituto italiano d'arti grafiche, a Bergamo nel 1936; Emil Andreoli, Ciro Caverazzi, Stefan Żeromski, Alessandro Venanzio.
(*) Giuseppina Raimondi (Fino Mornasco/Como, 17/3/1841 – Fino Mornasco/Como 1918). Marchesa, detta “La Marchesina”, era figlia illegittima, ma poi riconosciuta, del Marchese Giorgio Raimondi, un fervente mazziniano in esilo in Svizzera per un certo periodo, sposato con Livia Giannone dalla quale aveva avuto un figlio, Giorgio Raffaele e tre figlie, Giulietta Carolina, Maria Carolina Livia e Anna Maria Carolina. Alla giovane età di diciotto anni, Giuseppina già svolgeva, nel teatro degli scontri della Prima Guerra d’Indipendenza, l’attività di portaordini per i patrioti lombardi, “intrecciando però il patriottismo con una certa libertà a concedersi ai garibaldini più aitanti”. Dopo la brasiliana Anita Ribeiro da Silva, benché trentaquattro anni più giovane di lui, la “Marchesina” divenne la seconda moglie, però subito ripudiata, di Giuseppe Garibaldi.
Giuseppina Raimondi sposò il Generale in data 16 gennaio 1860, a Fino Mornasco in provincia di Como, il suo paese natale, ma proprio quello stesso giorno Garibaldi è venuto a conoscenza di due sue storie d'amore, la prima, di lei con un cugino, il marchese Rovelli e, la seconda con il garibaldino Luigi Caroli, quest’ultima portata avanti, senza ritegno, fino a qualche giorno prima delle nozze; per cui fu ripudiata lo stesso giorno della cerimonia nuziale.
Il matrimonio sarà annullato circa venti anni più tardi, nel 1879 e Garibaldi, nel 1880, sposerà, in terze nozze, questa volta un’astigiana d’origine armena, Francesca Armosino che poi sarà il bastone della sua vecchiaia (a).
Giuseppina, invece, prima seguì in Polonia Luigi Caroli, il suo bell’amante garibaldino follemente innamorato di lei, ma appena questi venne esiliato in Siberia, ella se ne tornò in Italia dove, nel 1880, dopo l'annullamento del matrimonio con Garibaldi, sposò un altro patriota, l’Avvocato Lodovico Mancini, un suo cognato, con cui poi ebbe una figlia: Nina.
(a) Il Generale Giuseppe Garibaldi, oltre a sposarsi in prime nozze con Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (Morrinhos 30/8/1821 – Mandriole di Ravenna 4/8/1849), in seconde nozze con Giuseppina Raimondi (Fino Mornasco 17/3/1841 – 1918) e in terze nozze con Francesca Armosino (Antignano 18/5/1846 – Caprera 7/1923), sembra ebbe relazioni sentimentali e corrispondenze con: la Signora Pepoli, una bella e giovane bolognese, Speranza von Schwartz, che più volte rifiutò di sposarlo, la Contessa Maria Martini della Torre, che per seguire l’Eroe dei Due Mondi lasciò suo marito, Anne Isabel Byron, moglie di George Byron, le ricche signore Emma Roberts, Esperance Brand, Mary Selly, la signorina Deidery, e infine Louise Revoil, detta la «Venere in marmo caldo», moglie di Collet e nello stesso tempo amante di De Musset, di Flaubert, di Maupassant e di Alfred de Vigny, oltre a comuni donne, come cameriere, lavandaie e contadine. Tra le giovani popolane: una nizzarda e la servetta Battistina Ravello; e ebbe i seguenti figli: Menotti, Ricciotti e Teresita, da Anita Ribeiro da Silva; Clelia, Rosa e Manlio, da Francesca Armosino e infine Anna Maria Imeni, detta Anita, da Battistina Ravello. (Gazzetta Italia, Novembre 2010)

LUIGI CAROLI (Bergamo 22/04/1834 – Kadaja/Syberia 8/06/1865) – hrabia, zwany Gigio, zdolny wojskowy w stopniu porucznika, żarliwy patriota i wierny ”garybaldczyk”. Syn Lodowica i Anny Benedetty Cattaneo. Jego matka w pierwszym małżeństwie z Pietrem Carissimi miała dwóch synów, przez co Luigi w chwili narodzin miał dwóch przyrodnich braci, z których jeden walczył także u boku Garibaldiego w stopniu majora.
Obdarzony temperamentem wesołym i hałaśliwym, Caroli lubił towarzystwo, pod którego wpływem, w bardzo młodym wieku, przystąpił do Czerwonych Koszul (tak wówczas określano garybaldczyków). W wieku 28. lat chciał uczestniczyć w wyprawie Tysiąca, ale został odrzucony przez Giuseppe Garibaldiego, który niedługo przedtem odkrył romans swojej drugiej żony, Giuseppiny Raimondi z Carolim, nawiązany zaledwie kilka miesięcy przed zawarciem małżeństwa. Co więcej, świeżo poślubiona małżonka oczekiwała z Carolim dziecka, które niebawem miało przyjść na świat martwe.
Cała ta skandaliczna historia sprawiła, że w 1863 r. przedsiębiorczy Gigio decyduje się przyłączyć do ekspedycji wyruszającej do Polski w celu niesienia pomocy powstańcom styczniowym. Była to dość przypadkowa zbieranina około 600 ochotników, wśród których znajdowali się Włosi i Francuzi, między innymi sześćdziesięciu garybaldczyków dowodzonych przez Francesco Nullo, podobnie jak Caroli pochodzącego z Bergamo i tak samo jak on dawnego akcjonariusza fabryki tkanin. W czasie podróży do tego francusko-włoskiego legionu przyłączały się małe grupy polskich emigrantów i tzw. ”żuawi śmierci” pod dowództwem porucznika François Rochebrune’a.
Giuseppina Raimondi, która w samym dniu zaślubin została odepchnięta przez Garibaldiego, podążyła za Carolim nie tylko dlatego, aby znajdować się w jego bezpośredniej bliskości, ale – poruszona szlachetnym porywem - także po to, aby rozsiewać w Polsce ideały wolnościowe, którym hołdowała we Włoszech. Pomimo to, Luigi Caroli, po swoim przybyciu do Polski doznał głębokiego rozczarowania zachowaniem ukochanej, zbyt często nieobecnej i uciekającej od niego myślami. W istocie, z ich dwojga, jej uczuciowe zaangażowanie było mniejsze.
Caroli odkrył Polskę jako kraj o bogatej historii, pełen przyjaznych ludzi, całkowicie nie odkryty, nawet jeśli wiedział, że od 1795 r. Polska zniknęła z mapy Europy razem ze wszystkimi swoimi ziemiami. W jego pamięci utkwiły słowa, które we Włoszech Giuseppe Garibaldi kierował do swoich sprzymierzeńców: ”Moi bracia w broni, prosicie mnie, abym coś powiedział, a ja chciałbym przedstawić wam kilka faktów. Dla was, którzyście przelewali krew na polach bitew o wyzwolenie Włoch, a raczej o poruszenie Italii, mam nadzieję, że walka, w którą desperacja wciągnęła wasz nieszczęśliwy kraj, przekona opinię europejską na rzecz waszych uciśnionych współobywateli. Na tej ziemi nie brakuje szlachetnych ludzi, którzy podadzą wam rękę. Niech Bóg wybawi Polskę! Wasz Giuseppe Garibaldi”.
Jak się jednak okazało, Caroli nie zabawił w Polsce zbyt długo. W jakiś czas po swoim przybyciu został ujęty przez Rosjan, zakuty w kajdany i osądzony w procesie, który odbył się w Warszawie 3 lipca 1863 r., w wyniku którego został skazany na karę śmierci przez cara Aleksandra II. Karę zamieniono na 12. lat ciężkich robót i dożywotnią zsyłkę na Syberię, do Kadaji, miejscowości położonej na pograniczu z Chinami. W trakcie podróży odbył postój w Tobolsku, stolicy Syberii zachodniej. Tutaj Luigi i jego towarzysze musieli porzucić odzież, zamienioną na uniformy zesłańców i zostali włączeni do jednej kolumny razem ze zwykłymi więźniami, z których czoła wielu naznaczono znamieniem KAT, oznaczającym rodzaj zastosowanej wobec nich kary: ”Katorga”.
Generał Francesco Nullo poległ natomiast od kul kozackich w bitwie pod Krzykawą koło Olkusza 5 maja 1863 r. W tym samym czasie, kardynał Zygmunt Szczęsny Feliński, arcybiskup warszawski, 14 czerwca tego roku opuścił stolicę pod wojskową eskortą jako więzień stanu, przewieziony na czas nieokreślony na miejsce zsyłki do Jarosławia nad Wołgą.
Z miejsca swojego uwięzienia, pomimo cierpień i rozczarowań, Gigio próbował nawiązać kontakt ze swoją ukochaną Giuseppiną, pisząc do niej poruszające listy miłosne. Po około dwóch latach zsyłki, pozbawiony jakichkolwiek złudzeń o odzyskaniu miłości i zdobyciu sławy, umiera całkowicie osamotniony i zapomniany przez wszystkich, 8 czerwca 1865 r. w następstwie gorączki mózgowej. Zaledwie 6 miesięcy później przychodzi ułaskawienie dla pozostałych legionistów włoskich i francuskich. Zostaje pochowany na wzgórzu nieopodal pobliskiej kopalni w Kadaji.
Na temat hrabiego Luigiego Caroli pisali między innymi: Angola Zanchi w swojej książce ”Il dramma di Luigi Caroli: pagine inedite di dolore e d'amore di forzati in Siberia per l'indipendenza della Polonia (1863-1866)” opublikowanej przez włoski Instytut Sztuk Graficznych w Bergamo w 1936 r., Emil Andreoli, Ciro Caveazzi, Stefan Żeromski, Aleksandro Venanzio. (Articolo su Gazzetta Italia, Novembre 2010)


Ritratto di Caterina Gattai Tomatis del XVIII secolo

CARLO ALESSANDRO TOMATIS (Milano 1739 – Varsavia 1807). Grande mistificatore, si spaccia per Conte de Valery-Thomatis della Sabaudia, o per Conte Thomatis-Valei d’Etruria, appartenente cioè a quella nobile famiglia dei Tomatis, Thomatis o Tomati, distribuita fra la Savoia, il Veneto, il Trentino, la Liguria, l’Etruria e Roma.
È un accanito giocatore d’azzardo. Nel 1763 arriva a Varsavia dall’Italia, nelle vesti d’Impresario e Capocomico d’una Compagnia di Teatranti e in quello stesso anno, per espressa volontà del Re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski, appena eletto il 25 novembre, Carlo Tomatis, già il 3 dicembre, è Direttore del Teatro Pubblico di Varsavia, il primo teatro a pagamento aperto al pubblico, con 10.000 ducati all’anno di sovvenzione. La Corte di Varsavia a quel tempo è e sarà popolata di diplomatici, scienziati, letterati e gente di spettacolo d’ogni paese d’Europa. Tra gli attori, i cantanti, i ballerini e altri artisti, figurano italiani come: Michele Del Zanca, Caterina Ristorini, Antonio Sacco, Giovanni Stefani, Caterina Bonafini, Giuseppe Compagnucci, Antonia Bernasconi Francesco Caselli, la veneziana Maria Giovanna Farussi detta Zanetta, con lo pseudonimo di La Buranella madre del noto Giacomo Casanova, l’impresario del teatro di marionette De Gabriele, la veneziana, Anna Binetti e Marianna Merlini detta Manon o Nina, figlia del comasco, Architetto di Corte, Domenico Merlini e di Marianna Somberger, polacca; oltre a tedeschi e francesi come: Le Picq, Saunier, Le Doux, Luigi Montbrun, Daniel Kurtz nonché a polacchi quali: Giovanni Giuseppe Kurz, Adalberto Boguslawski, Marcello Kaminski, Giovanni Bogumil Plersch. A Varsavia, due anni più tardi, nel 1766, Carlo Tomatis sposa Caterina Gattai, una stupenda, brava attrice, cantante e ballerina, di 21 anni, che lavora presso la sua Compagnia, Ha tre figli, Tommaso, Carolina e Zoe. Il pittore trentino Giovan Battista Lampi, ritrarrà le sue figlie, nel 1788 e nel 1789. Con i sostanziosi guadagni derivati dall’attività teatrale, nel 1786 si fa costruire, dall’Architetto Domenico Merlini, una stupenda villa con un parco immenso, in un territorio di caccia al coniglio selvatico, vicino a Varsavia, detto per l’appunto, la Conigliera, Królikarnia, la Garenne. Così Carlo Tomatis, con una tale villa per residenza, è assolutamente più credibile come conte, per cui ora, oltre che accedere ai salotti più esclusivi di Varsavia, può partecipare ai rinomati banchetti, rigorosamente di autentica cucina italiana, offerti dal fratello del re, il Principe Primate Vescovo Michele Giorgio Poniatowski - viaggiatore del Grand Tour, amante dell’Italia - nella sontuosa villa di Jabłonna, luogo dov’è solita convergere la nobiltà polacca e tutti quegli italiani in Polonia, anch’essi nobili o comunque dell’alta società.
CATERINA GATTAI FILIPPAZZI TOMATIS (Milano 1745 – Varsavia 1785), ballerina, cantante e attrice, è sposata col Capocomico Carlo Tomatis, Direttore del Teatro Pubblico di Varsavia. Fa parte della Compagnia Teatrale diretta da suo marito. Ha tre figli Tommaso, Zoe e Carolina, moglie, quest’ultima, del Conte Friedrich Vengersky von Troppau dal 1808. Nel 1770 viene ritratta dal pittore di Corte, il romano Marcello Bacciarelli. Nel 1780, a 35 anni, data la sua bellezza, è ancora la maitresse en titre del Re Stanislao Augusto Poniatowski; definita da tutti “delizia della città e della corte”. (Articolo di Alberto Macchi e Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", Novembre 2010)
Bibliografia:
Marek Kwiatkowski, Królokarnia, P.W.N., Warszawa 1971
Un ritrattista nell’Europa delle Corti: Giovanni Battista Lampi, 1751 – 1830, Provincia Autonoma di Trento Servizi Beni Culturali, Castello di Buonconsiglio, Trento 2001, pp. 226-229
Barbara Petrozolin-Skowrońska, Encyklopedia Warszawy, 1994
Alina Zorawska Witkowska, Muzyka na Dworze i w Teatrze Stanisława Augusta, Zamek Krolewski w Warszawie, Warszawa 1995

KAROL ALEKSANDER TOMATIS (Mediolan 1739 – Warszawa 1806). Wielki mistyfikator, przedstawiający się jako hrabia de Valery-Thomatis z Sabaudii czy też za hrabia Thomatis-Valei z Etrurii, członek rozległej rodziny szlacheckiej, występującej w Sabaudii, Veneto, ówczesnym Trydencie, Ligurii, Etrurii i w Rzymie.
Zapalony karciarz-hazardzista. W 1764 r. przybywa do Warszawy z Włoch w charakterze antreprenera i głównego aktora komicznego włoskiej kompanii teatralnej. W tym samym roku, z wyraźnej woli Stanisława Augusta Poniatowskiego, obranego królem 25 listopada tego roku, Karol Tomatis już 3 grudnia zostaje mianowany dyrektorem teatru publicznego w Warszawie, pierwszego teatru otwartego dla szerokiej publiczności, z 10 tysiącami dukatów rocznej subwencji. Dwór w Warszawie jest wówczas i będzie obiektem zainteresowania przyjeżdżających tu dyplomatów, uczonych, literatów, artystów i ludzi teatru z całej Europy. Wśród aktorów, śpiewaków i tancerzy figurują Włosi, jak : Michele Del Zanca, Caterina Ristorini, Antonio Sacco, Giovanni Stefani, Caterina Bonafini, Giuseppe Compagnucci, Antonia Bernasconi Francesco Caselli, wenecjanka Maria Giovanna Farussi zwana Zanettą, znana również pod pseudonimem La Buranella jako matka słynnego Giacomo Casanovy, impresario teatru marionetek De Gabriele, wenecjanka Anna Binetti i Marianna Merlini zwana Manon lub Nina, córka komaska, nadwornego architekta Domenica Merliniego i Polki Marianny Somberger, nie licząc Niemców i Francuzów, jak Le Picq, Saunier, Le Doux, Luigi Montbrun, Daniel Kurtz oraz Polaków - Giovanni Giuseppe Kurz, Adalberto Boguslawski, Maciej Kamienski, Giovanni Bogumil Plersch, malarz-dekorator i scenograf. W Warszawie, dwa lata później, w 1766 r. Karol Tomatis zawiera związek małżeński z 21-letnią Cateriną Gattai, piękną i uzdolnioną aktorką, śpiewaczką i baletnicą, członkinią prowadzonej przez Tomatisa kompanii teatralnej. Ze związku tego przychodzi na świat trójka dzieci: syn Tommaso, oraz córki Carolina i Zoe. Malarz trydencki Giovanni Battista Lampi portretuje obydwie córki Tomatisa w 1788 i 1789 r. Dzięki wysokim dochodom pochodzącym z działalności teatralnej, Karol Tomatis rozpoczyna w 1786 r. budowę wspaniałej willi, zlecając jej wykonanie architektowi Dominikowi Merliniemu. Willa, wraz z rozległym parkiem powstaje na dawnych terenach łowieckich położonych w pobliżu Warszawy zwanych “Królikarnią”. Ta wspaniała siedziba sprawia, że Tomatis zyskuje na swej wiarygodności jako arystokrata, za którego się podaje, dzięki czemu przyjmowany jest nie tylko w ekskluzywnych salonach Warszawy, ale uczestniczy również w wystawnych włoskich obiadach, jakie wydaje brat króla, książę prymas Michał Poniatowski, sam wielbiciel Italii i kultury włoskiej, jeden z polskich podróżników Grand Tour. Obiady te, wydawane w podwarszawskiej posiadłości Poniatowskiego w Jabłonnej, gromadziły zarówno polskich arystokratów, jak i wcale licznych członków włoskiej kolonii w Warszawie.
CATERINA GATTAI FILIPPAZZI TOMATIS (Mediolan 1745 – Warszawa 1785), baletnica, śpiewaczka i aktorka, żona Karola Tomatisa, pierwszego dyrektora teatru publicznego w Warszawie, członkini Kompanii Teatralnej kierowanej przez męża. Matka trojga dzieci – Tommasa, Zoe i Caroliny, z których ostatnia w 1808 r.poślubiła hrabiego Friedricha Vengersky von Troppau. W 1770 r. zostaje sportretowana przez nadwornego malarza królewskiego Marcella Bacciarellego. W tym właśnie czasie, jako kobieta 35-letnia, występuje, dzięki swej urodzie, jako maitresse en titre króla Stanisława Augusta, okrzyknięta przez wszystkich jako “rozkosz stolicy i dworu”. (Artykuł Alberta Macchiego i Angeli Sołtys, "Gazzetta Italia", Wrzesień 2010)



Ritratto di Giuseppe Balsamo.
Incisione acquarellata del XVIII secolo.

GIUSEPPE GIOVANBATTISTA VINCENZO PIETRO ANTONIO MATTEO BALSAMO (Palermo 2/6/1743 – San Leo 26/8/1795). Istrione, Filantropo, Viaggiatore particolare del Grand Tour che procede contro corrente, Principe dei Principi senza princìpi. Nasce da Felicia Bracconieri e da Pietro Balsamo, mercante di stoffe. Viene battezzato nella Cattedrale di Palermo. Suo padre muore pochi giorni dopo la sua nascita per cui viene affidato alle cure di uno zio materno. Questi però lo sistema presso il Seminario di San Rocco a Palermo. A 13 anni entra come novizio nel Convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone. Qui è assistito da un frate speziale che lo indirizza verso lo studio dell’Alchimia e delle Arti Mediche. Studia le teorie sul Magnetismo del Dott. Mesmer e segue per un periodo gli esperimenti del Principe di Sansevero. A 25 anni è a Roma dove, il 6 aprile del 20768 incontra e sposa subito Lorenza Feliciani, un splendida e fanciulla di soli 15 anni, figlia di un fonditore. Giuseppe, insieme a Lorenza, sua complice, inizia immediatamente a far ricorso alle sue prime mistificazioni. Nel 1769 i due sposi sono ad Aix-en-Provence, dove incontrano Giacomo Casanova. Nell’estate del 1771 si recano a Londra, ma qui lui finisce in prigione per debiti. Scontata la pena, la coppia si trasferisce a Parigi. Qui lei tradisce suo marito con un certo avvocato Duplessis, per cui, denunciata, stavolta è lei, nel 1773, a finire in una prigione per donne di malaffare. Una volta libera, Lorenza si riconcilia con suo marito. Quindi i due intraprendono insieme un nuovo viaggio che li porterà in Belgio e in Germania prima, e a Palermo poi. Nel 1775 sostano a Napoli diretti a Marsiglia. In questa città francese Giuseppe si propone nella veste di taumaturgo, per cui inizia a mettere in pratica i suoi primi riti magici. Presto però sarà costretto a fuggire con la sua sposa e con suo cognato in Spagna. Da qui arrivano a prima Venezia, poi ad Alicante per stabilirsi nel 1776 a Cadice, facendo uso di nomi falsi e titoli millantati, come quello di “Cavaliere”, “Conte di Fenix”, “Conte Harat”, “Marchese Pellegrini”, “Marchese D’Anna”, “Marchese Balsam”, “Principe di Santa Croce”. Da Cadice la coppia di sposi si trasferisce a Londra e qui Giuseppe assume il nome di “Alessandro Conte di Cagliostro”, mentre Lorenza si fa chiamare candidamente “Serafina”, come un angelo del Paradiso. In Inghilterra i due entrano a far parte della Loggia Massonica “La Speranza”, ma Cagliostro presto finisce in prigione per truffa. Però, appena scontata la pena e tornato libero, fonda egli stesso una nuova Loggia Massonica di “Rito Egizio” con lui stesso a capo, col titolo di “Gran Cofto”. Serafina in quell’occasione assume il titolo di “Regina di Saba”, come presidentessa delle donne. Cagliostro e Serafina nel 1777 intraprendono un viaggio che li porterà da Londra, all’Aia, a Berlino, in Curlandia e a Pietroburgo accumulando una infinità di successi morali e materiali. A Pietroburgo Cagliostro riesce addirittura a far credere d’aver resuscitato un bambino morto; per cui nel 1780, quando arrivano in Polonia, vengono accolti alla Corte di Varsavia, in maniera trionfale dallo stesso Re Stanislao Augusto. Ecco qui di seguito la “Cronologia del soggiorno di Cagliostro a Varsavia” (tratta dal libro di Michał Otorowski, Cagliostro w Warszawie. Alchemia lansu, Warszawa 2007):
8 maggio, lunedi
Cagliostro arriva con la moglie a Varsavia; si fermano nel Palazzo del Principe August Poniński dove ottengono un appartamento.
9 magio, martedì
Cagliostro offre al Principe Adam Poniński un pomello di bastone d’oro. Il principe contraccambia con un anello. Cagliostro rinuncia dicendo che non accetta mai regali da nessuno.
9-14 maggio
Cagliostro e sua moglie si riposano dopo le fatiche del viaggio.
14 maggio, domenica
La festa di Pentecoste.
Ipotetica data della prima Conferenza di Cagliostro.
15 maggio, lunedì
Secondo giorno della festa di Pentecoste
Seduta Spiritica nel Palazzo di Poniński con la partecipazione di una medium chiamata da Cagliostro “la Colomba”. Probabile data della festa organizzata in onore di Cagliostro.
15 maggio-7 giugno
Altra Seduta Spiritica. Moszyński indaga circa le due “Colombe”. Scopre la truffa.
4 giugno, domenica
Cagliostro si chiude per tutta la notte dentro il suo laboratorio, per parlare con le anime.
5 giugno, lunedì
Cagliostro proibisce ai suoi allievi d’entrare nel suo laboratorio, avvertendo che se entrassero correrebbero dei rischi a causa dei segni cabalistici ch’egli ha disegnato sul pavimento.
6 giugno, martedì
Cagliostro consegna al re il memoriale scritto da Okraszewski Explication du terme Pierre Philosophale e la lettera con la domanda di mantenere l’assoluta discrezione e con la promessa di portare un altro memoriale (Atti chimici).
7 giugno, mercoledì
L’inizio degli esperimenti chimici a Wola. La sera Cagliostro fa vedere a Poniński e ai suoi amici la trasmutazione del piombo in oro.
8-9 giugno
Moszyński analizza l’oro e scopre che questo è una truffa
10 giugno, sabato
Cagliostro fa la messa in scena dell’arrivo dall’aldilà del Grande Cofto Egizio
12 giugno, lunedì
Gli ospiti (allievi) raccolti a Wola annotano le ricette di Cagliostro.
13 giugno, martedi
Dalle ore 4 di mattina Moszyński fa la vigilanza alla Lampada del Fuoco Sacro e intanto verifica le ricette di Cagliostro.
14 giugno, mercoledì
Okraszewski invia il memoriale L’obiettivo della sapienza, il più importante. In una lettera allegata avverte degli intrighi di Moszyński e consiglia come far arrivare senza rischi la lettera al re. Durante tutto il giorno Cagliostro è irritato e nervoso.
15-21 giugno
Stanisław August consegna tutti e due i memoriali a Moszyński chiedendogli di fare una verifica. Moszyński consiglia al re di ricevere Cagliostro e fare pressione su di lui perché mantenga le sue fantasiose promesse.
15 giugno, giovedì
Cagliostro versa nel forno l’acido che dovrebbe accelerare l’ultima fase della Grande Opera. Avverte che il Diavolo sta minacciando tutta l’operazione. Dipinge allora segni cabalistici nella stanza.
16 giugno, venerdì
Cagliostro litiga con sua moglie.
17 giugno, sabato
Cagliostro invita Moszyński ad essere più zelante ed evoca le anime dall’aldilà, per non riesce nell’operazione.
18 giugno, domenica
Agli allievi raccolti a Wola arrivano pettegolezzi da Warsavia, con commenti negativi nei confronti di Cagliostro. Moszyński custodisce la fermentazione chimica in atto nel laboratorio.
19 giugno, lunedì
Moszyński riceve l’ordine di comprare lunedì, prima del levar del sole, una pergamena (senza badare al prezzo) che servirà per farvi apporre il cosiddetto Timbro degli Angeli.
20 giugno, martedì
La Pergamena viene portata al laboratorio. Cagliostro aggredisce Moszyński definendolo “Mostro”.
21 giugno, mercoledì
Cagliostro apprende da un suo confidente, che il Re consultava i suoi memoriali con Moszyński.
22 giugno, giovedì
Moszyński non scrive nessuna nota a questa data.
23 giugno, venerdì
La mattina Cagliostro non accetta di parlare con due dei suoi allievi. Minaccia la chiusura della Loggia. Nel pomeriggio convoca un’assemblea seduta per dissipare i dubbi di Moszyński. Si concilia con lui. Ordina a lui di trasferire il contenuto dell’Uovo Filosofico dentro un recipiente più grande.
24 giugno, sabato
Cagliostro accusa Moszyński di aver rubato parte del contenuto dell’Uovo. Questo fatto non fa che accrescere la credibilità di Cagliostro. Gli allievi si entusiasmano. Cagliostro, evidentemente non soddisfatto dalla mediazione di Okraszewski invita gli allievi a cercare un altro mediatore a Corte. Mostra ad uno dei suoi allievi l’immagine d’un bambino dentro l’Uovo. Quando Cagliostro esce dal laboratorio, Moszyński scopre proprio davanti agli allievi questa truffa.
25 giugno, domenica
La mattina Moszyński mostra agli ospiti i resti del crogiolo che Cagliostro ha cambiato durante l’operazione del 7 giugno, ritrovati dietro di un cespuglio in giardino. Però soltanto una parte degli allievi crede a Moszyński. Durante la cena Cagliostro lusinga Moszyński, promette di rivelare nuovi segreti e di ripetere l’operazione. Alla fine promette anche di fare una spettacolare trasmutazione, i cui risultati destinerà alle opera pie di Varsavia. Dopo di che lascerà Varsavia umiliata partendo sopra un Drago di Fuoco. Moszyński si accorda con i suoi seguaci.
26 giugno, lunedì
Cagliostro rompe le sedute a Wola. Ad uno dei suoi allievi – probabilmente Okraszewski – lascia una Mistura a riprova della sua onestà e perché questi possa continuare l’esperimento ormai iniziato.
27 giugno, martedì
Moszyński scrive una sua relazione.
27 giugno-10 luglio
Poniński è deluso dell’insuccesso delle operazioni esoteriche, ma ha un rapporto intimo con la moglie di Cagliostro. Moszyński divulga questa sua relazione, ma non trova l’appoggio della Società dei Massoni. Scrive una commedia dal titolo “Il Grande Cofto” e gira, leggendo questo suo testo, per i salotti di Varsavia ottenendo un certo successo.
10 luglio, lunedì
Poniński scaccia Cagliostro dal suo appartamento. Cagliostro lascia Varsavia.
19 settembre, martedì
Cagliostro e sua moglie entrano a Strasburgo ricevuti con grande festeggiamenti.
Nel gennaio dell’anno successivo Cagliostro e Serafina sono a Strasburgo in Francia, poi in Svizzera, a Napoli e di nuovo in Francia a Bordeaux e a Lione. Il 30 gennaio 1785 si stabiliscono a Parigi. Ma qui entrambi sono coinvolti nel famoso “Affaire du collier de la reine”, per cui tutti e due vengono rinchiusi nella Bastiglia. Si celebra il processo e vengono assolti ambedue. Allora riparano a Londra. Da qui però riprendono a peregrinare; quindi raggiungono Aix in Savoia, Torino, Genova, Rovereto Trento, sempre esercitando l’attività di guaritore e di mago lui e di assistente lei. Nel 1789 sono a Roma. Nella Città Eterna Lorenza, istigata dai parenti, denuncia suo marito al Sant’Uffizio, ma finisce che Papa Pio VI ordina l’arresto di entrambi, per cui l’uno viene rinchiuso a Castel Sant’Angelo e l’altra presso il Convento di Santa Apollonia in Trastevere. Il 7 aprile 1791 il Tribunale della Sacra Romana Inquisizione condanna Giuseppe Balsamo alla pena di morte, mentre Lorenza Feliciani invece viene assolta. Poi però la condanna per lui viene commutata in carcere perpetuo da scontare nella Fortezza di San Leo e per lei l’assoluzione si traduce in domicilio forzato dentro il Convento stesso di Santa Apollonia. Tutti i libri, gli strumenti dei prodigi e gli oggetti massonici appartenuti al Conte di Cagliostro vengono bruciati pubblicamente in Piazza della Minerva a Roma. Dopo quattro anni di agonia terrificante, Giuseppe Balsamo muore in preda alla follia nella sua angusta cella senz’aria e senza luce, praticamente murato vivo. Sepolto in terra sconsacrata, il suo corpo non verrà più ritrovato (Articolo di Alberto Macchi, col contributo di Angela Soltys, per "Gazzetta Italia", Settembre 2011, nella Rubrica "Italiani in Polonia nei Secoli).



Ritratto di Domenico Comelli, acquarello di Giovan Battista Lampi il Vecchio (Romeno 31/12/1751 – Vienna 11/2/1830). Questo volto è molto simile al volto di Stanislao Augusto in un altro ritratto ad olio su tela sempre dello stesso pittore. (Dott. ssa Angela Sołtys).

DOMENICO COMELLI (o GOMELLI) (Gorizia 1737 – Varsavia 1804). Conte. La sua nobile famiglia appartiene all’Ordine dei «Cavalieri Romani», un Ordine Cavalleresco che trae origine dai Ceteri o Equites guardie del Corpo di Romolo. Vi fecero parte i Gracchi e Ovidio. Figlio del Conte Carlo De Comelli - che si fregia dell’appellativo di “von Stuckenfeld”, riconoscimento acquisito da un suo antenato del XVII secolo per le valorose azioni contro i Turchi durante l’assedio di Vienna - ha 31 fratelli, di cui Antonio, letterato e Zanetto, soldato, morto alla battaglia di Praga. Suo padre infatti, uomo dal vissuto molto movimentato, ha avuto, da due mogli, ben 32 figli. Profondamente innamorato della Polonia, ancora giovane, decide di trasferirsi a Varsavia. Frequenta la Corte Reale e presto assume il titolo di Ciambellano di Stanislao Augusto Re di Polonia. Successivamente viene nominato Cavaliere di Malta. Aderendo al desiderio del re, nel 1791, alla matura età di 54 anni, sposa a Varsavia la non più giovane dama Marianna Merlini (Varsavia 1765 – Varsavia 1794), di 26 anni, figlia del Primo Architetto di Corte Domenico Merlini e di Marianna Somberger. Il re, particolarmente favorevole a questo matrimonio, lo onorerà con grandi prove d’affetto per tutto il resto della vita e, nel giorno delle nozze, per dimostrare la sua approvazione, offre il braccio alla sposa per condurla alla sala del banchetto dove, fra tanti altri illustri personaggi, sono presenti il Principe Giuseppe Poniatowski e il Conte De Normandes Ambasciatore di Spagna. Marianna Merlini Comelli s’afferma come cantante lirica, col soprannome di Nina o Manon e ha un rapporto epistolare con Domenico Bruni; in una delle sue lettere parla del Maestro Domenico Cimarosa che è appena giunto a Varsavia con tutta la sua famiglia. Nel settembre del 1792 il Conte Domenico Comelli accoglie a Varsavia con straordinari festeggiamenti, Ludwig Buchholtz nuovo rappresentante diplomatico della Prussia. Subito dopo, dovendo occuparsi, fra le altre cose, di alcuni affari di famiglia, si reca in Italia e porta con se la sua sposa. Quando nel 1793 ritorna a Varsavia trova la città totalmente occupata dai Russi. Tre anni dopo le nozze, nel 1794, muore a Varsavia la sua sposa appena ventinovenne. Comelli non ha mai perso i contatti con la sua città natale in Italia tanto che i suoi parenti sono costantemente informati circa la situazione drammatica che si sta creando in Polonia. Nel 1795 denuncia al Tribunale di Ajello Carlo Sassini farmacista di Sapagliano e l’anno successivo al Tribunale di Gradisca viene invece denunciato dall’Ufficio Fiscale di Gorizia Geminiano De Comelli per debiti nei confronti del Monte di Pietà. Domenico Comelli muore a Varsavia a sessantasette anni. Dopo la sua morte vengono pubblicate alcune sue lettere riguardanti i fatti di Polonia dal 1792 al 1793, nonché l’Albero Genealogico dei suoi nobili antenati, tra cui spicca un altro Domenico Comelli (Bologna 1599 – Bologna 1663), Avvocato dei Poveri e Consultore del Sant’Uffizio, fondatore di un Collegio per giovani studenti in Bologna, importante esponente di quel ramo della famiglia Comelli originaria di Castel San Pietro in provincia di Bologna. Nel 1663 questi viene ricordato perché il noto scrittore Giovanni Girolamo Miniati, in occasione della morte, gli ha dedicato una preziosa opera dal titolo “Descrizione de’ Funerali di Domenico Comelli”. Don Pietro Comelli, invece, un successivo esponente della famiglia Comelli del ramo friulano, sarà ricordato per aver inviato nel 1839 al giornale la “Favilla” di Trieste, di nascosto di Caterina Percoto, l’opera letteraria “Commento alla traduzione del poeta Andrea Maffei di alcuni brani della Messiade del drammaturgo Friedrich Gottlieb Klopstock”, ovvero il primo scritto di questa futura nota scrittrice; in seguito a questo fatto Caterina inizierà un rapporto duraturo con l'Editore Francesco Dall'Ongaro, da subito suo mentore. Il Ciambellano del Re di Polonia Domenico Comelli è considerato oggi “un'ombra tragica, invocante invano all'Europa un atto di energia e di volontà, che possa salvare la Polonia dalla morte”, oltre che un illustre testimone della seconda spartizione della Polonia. (Articolo di Alberto Macchi e Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", Varsavia Maggio 2011).


Anonimo Polacco, Ritratto di Domenico Merlini (particolare), pastello (dopo 1770), conservato presso il Museo Nazionale di Varsavia.
Nieokreślony malarz polski, Portret Dominika Merliniego (fragment), pastel, po 1770 r., Muzeum Narodowe w Warszawie. (Tatarkiewicz Władysław, Merlini Dominik, „Polski Słownik Biograficzny”, t. XX, s. 448)

DOMENICO MERLINI (Castello di Valsolda 22/2/1730 – Varsavia 20/2/1797). Figlio di Francesco Merlini e di Anna Maria Fontana, sin da giovane, particolarmente portato per il disegno, si interessa più allo studio dell’ingegneria che dell’architettura. Al pari di parecchi altri artisti europei suoi contemporanei, soprattutto italiani, anch’egli, nel 1750, viene attratto dall’opportunità di lavorare a Varsavia; in quanto stimolato dal cugino di sua madre, Jacopo Fontana, essendo questi già un affermato architetto presso la Corte di Augusto III Re di Polonia. A Varsavia Domenico Merlini sposa Marianna Somberger. Da tale matrimonio nascono due figlie: Marianna (1765 - 1794), anche lei con l’attitudine al disegno, la quale, dopo aver sposato il Conte Domenico Comelli, Ciambellano del Re di Polonia, diventerà nota come cantante lirica, col soprannome di Nina o Manon e Maria Cecilia (nata nel 1771), stimata miniaturista, sposata una prima volta nel 1789 con Louis Duchène, anche lui Ciambellano del Re di Polonia, e una seconda con Wyganowski.
Nel 1764, con la salita al trono di Stanislao Augusto Poniatowski, Domenico Merlini assume l’incarico di Architetto del Re. Con questo titolo, negli anni 1766-1772, progetta la trasformazione del Castello di Ujazdów, progetto poi abbandonato. Nel 1768 Domenico Merlini viene dichiarato Nobile dal re. Dopo la morte di Jacopo Fontana nel 1773, assume l’incarico di “Architetto di Sua Reale Maestà e della Repubblica” ovvero di “Architetto Regio”. In seguito a tale nomina si prospetta per lui, in Polonia, una splendida carriera, soprattutto a Varsavia, tant’è che arriva a ridisegnare quasi completamente l’immagine della città. Nel 1773 inizia i lavori per la costruzione del Palazzo di Jabłonna. Nel 1776 costruisce l’ala della Biblioteca del Castello Reale. Progetta e realizza l’ornamento di numerosi interni del Castello Reale, come la Cappella, l’Anticamera dei Senatori nota come “Sala Canaletto”, l’Antica Sala delle Udienze, la Sala Grande, comunemente chiamata “Sala da Ballo”. È l’autore della maggior parte degli edifici a Łazienki, come il Palazzo sull'acqua, l’Antica Aranciera trasformata poi nell’edificio del Teatro di Corte, la Casa Bianca, un’abitazione nello stile primo neoclassico, decorata con gli affreschi di Jan Bogumił Plersch, il Palazetto Myślewice, la Grande Officina e tanti altri ancora. Ha un ruolo dominante nella creazione della splendida residenza estiva del re. A Varsavia restaura il Palazzo Brühl e nel 1782 inizia la costruzione della Villa Królikarnia, situata nel quartiere di Mokotów, commissionatagli dal Conte Carlo Tomatis, intraprendente impresario teatrale. Nel 1783 ridisegna gli interni del Palazzo Krasiński in quanto destinato a Palazzo della Repubblica. Progetta la Chiesa Greco-Cattolica, disegna una Chiesa per i Monaci Basiliani e il Palazzo Borch in via Miodowa. Fuori Varsavia partecipa ai progetti per l’ampliamento del Palazzo Lubomirski ad Opole Lubelskie e del Palazzo Raczyński a Rogalin. Progetta la nuova facciata della Cattedrale di Płock e costruisce numerosi edifici pubblici, come il Palazzo del Tribunale a Lublino.
I lavori di Merlini, benché influenzati dalle opere del Palladio e caratterizzati da alcuni elementi tardo-barocchi, come ad esempio l'abbondante uso di oro, esprimono comunque un suo stile tutto personale – chiamato fino ad alcuni anni addietro “Stile Stanislaviano” – che darà origine ad una variante dello stile neoclassico polacco; e ciò scaturisce dalla collaborazione di Merlini con Jan Chrystian Kamsetzer, l’architetto d’origine sassone, durante i lavori di trasformazione degli’interni del Castello Reale e di ampliamento del Palazzo di Łazienki.
Nella zona di Varsavia in cui sorge oggi Piazza Trzech Krzyży, costruisce per sé, una sontuosa Villa dove vivere il resto della sua esistenza terrena e dentro il Cimitero di Powązki, un imponente edificio, dove risiedere invece per la vita eterna.
(Articolo di Alberto Macchi e Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", Gennaio 2011)

DOMENICO MERLINI (Castello di Valsolda 22/2/1730 – Warszawa 20/2/1797). Syn Francesca Merliniego i Anny Marii Fontana. Od młodych lat obdarzony szczególnymi uzdolnieniami do rysunku, otrzymał wykształcenie raczej inżynieryjne niż architektoniczne. Podobnie jak wielu innych współczesnych sobie artystów europejskich, przede wszystkim Włochów, w 1750 r. skorzystał z okazji podjęcia pracy w Warszawie, w czym dopomógł mu kuzyn jego matki, Jakub Fontana, będący w owym czasie uznanym architektem na dworze króla polskiego Augusta III. W Warszawie Merlini zawarł związek małżeński z Marianną Somberger, z którego przyszły na świat dwie córki: w 1765 r. Marianna (zm. w 1794 r.), utalentowana rysowniczka, która po zaślubieniu hrabiego Domenica Comelli, szambelana króla polskiego, zasłynęła również jako śpiewaczka operowa, znana pod przydomkiem Nina lub Manon, a w 1771 r. Maria Cecylia, ceniona miniaturzystka, dwukrotnie zamężna: ok. 1789 r. za Louisem Duchène, także szambelanem królewskim, następnie za Wyganowskim.
W 1764 r., wraz ze wstąpieniem na tron Stanisława Augusta Poniatowskiego, Domenico Merlini został zatrudniony jako architekt królewski. W tym charakterze w latach 1766-1772 projektował przebudowę Zamku Ujazdowskiego, która jednak została zarzucona. W 1768 r. otrzymał z rąk królewskich nobilitację. Po śmierci Jakuba Fontany w 1773 r. objął funkcję „Architekta Jego Królewskiej Mości i Rzeczypospolitej”, otwierającą mu drogę do znakomitej kariery w Polsce, zwłaszcza w samej Warszawie, której oblicze w dużej mierze przeobraził. W 1773 r. rozpoczął wznoszenie pałacu w Jabłonnie. Od 1776 r. prowadził budowę skrzydła zamkowej Biblioteki. Wykonał projekty i realizował wystrój wnętrz Zamku Królewskiego: kaplicy, Przedpokoju Senatorskiego zwanego Salą Canaletta, Pokoju Audiencjonalnego Starego, Sali Wielkiej, Tronowej i Rycerskiej. Był autorem większości budowli w Łazienkach: Pałacu na Wodzie, Starej Pomarańczarni przekształconej następnie w budynek teatru dworskiego, Białego Domku – wczesnoklasycystycznego pawilonu mieszkalnego dekorowanego freskami Jana Bogumiła Plerscha, Pałacyku Myślewickiego, Wielkiej Oficyny i wielu innych, odgrywając tym samym wiodącą rolę w ukształtowaniu wspaniałej letniej rezydencji królewskiej z jej ogromnym parkiem. W Warszawie przebudował Pałac Brühla, a w 1782 r. rozpoczął budowę położonej na Mokotowie willi „Królikarnia” na zlecenie warszawskiego przedsiębiorcy teatralnego, hrabiego Karola Tomatisa. W 1783 r. dostosował do celów administracji rządowej wnętrza dawnego Pałacu Krasińskich przekształconego w Pałac Rzeczypospolitej. Zaprojektował kościół grecko-katolicki, cerkiew bazyliańską oraz Pałac Borchów przy ul. Miodowej. Poza Warszawą uczestniczył w rozbudowie pałacu Lubomirskich w Opolu Lubelskim, pałacu Raczyńskich w Rogalinie, projektował nową fasadę katedry płockiej. Wzniósł także wiele gmachów użyteczności publicznej, jak budynek Trybunału w Lublinie.
Prace Merliniego, choć naznaczone wpływem dzieł Palladia i nacechowane wieloma elementami późnego baroku, jak np. obfite użycie złoceń, nabrały znamion indywidualnego stylu, zwanego niegdyś „stanisławowskim”, stając się zalążkiem specyficznie polskiej odmiany klasycyzmu. Wyłonił się on jako efekt współpracy Merliniego z architektem saskiego pochodzenia, Janem Chrystianem Kamseterem, przy przebudowie wnętrz Zamku Królewskiego i rozbudowie Łazienek królewskich.
W sąsiedztwie dzisiejszego Placu Trzech Krzyży Merlini wzniósł dla siebie bogatą podmiejską siedzibę, gdzie spędził ostatnie lata swojej ziemskiej egzystencji, zaś na Cmentarzu Powązkowskim monumentalne katakumby, które w 1797 r. stały się miejscem jego wiecznego spoczynku.
Tatarkiewicz Władysław, Merlini Dominik, „Polski Słownik Biograficzny”, t. XX, s. 448. (Artykuł Alberta Macchiego i Angeli Sołtys, "Gazzetta Italia", 1/2011)


B. Berecci, San Floriano, Cracovia / B. Berecci, św. Florian, Kraków

BARTOLOMEO BERECCI o BERRECCI (Vallombrosa-Saltino/Reggello 1480 – Cracovia 1537) è architetto e scultore. Nasce a Vallombrosa, una frazione del Comune di Reggello in Val di Sieve, Diocesi di Fiesole, da Caterina Sogliani figlia dell’orefice Paolo Sogliani di Giovanni (noto per aver realizzato il reliquiario di San Giovanni Gualberto conservato nell’Abbazia di Vallombrosa) e da Luca del Bereccio.
Studia a Firenze presso la bottega di Giuliano da Sangallo (stando a quanto riferisce nel 2003 il Prof. Jerzy Miziołek, in contrasto con quanto aveva affermato nel 1984 la Prof.ssa Helena Kozakiewicz che lo faceva allievo, sempre a Firenze, ma di Antonio Ferrucci da Fiesole). Comunque certamente frequenta a Firenze Giuliano e Antonio da Sangallo, Benedetto da Rovenzano e Andrea Ferrucci.
Dal 1513 al 1515 Bartolomeo Berecci sembra infatti segua a Roma il suo maestro Giuliano Sangallo che è stato ingaggiato, insieme a Raffaello, da Papa Leone X de’ Medici, come Capomastro del Cantiere di San Pietro. Qui Berecci, con lui, ha l’opportunità di frequentare le migliori botteghe di scultori romani e di vedere all’opera i suoi concittadini Jacopo Sansovino e Antonio da Sangallo il Giovane assistente del Bramante. Entrando poi in contatto con i più alti prelati in Vaticano, viene a conoscere l’Arcivescovo Primate di Polonia Jan Łaski – presente a Roma per il Concilio Lateranense – che nel 1516 lo inviterà a Cracovia perché sostituisca, come Architetto al servizio del Re Sigismondo I, un suo connazionale, Francesco Fiorentino (o Lori o Della Lora, Italo o Della Torre), appena deceduto. Bartolomeo Berecci prima di raggiungere Cracovia però si recherà in Ungheria per un breve periodo.
Anche Fiorentino, nel 1502, era giunto alla Corte di Cracovia, dopo aver fatto esperienza come architetto in Ungheria. Ma questi era stato invitato direttamente dallo stesso Re Sigismondo I, che quand’era ancora principe, l’aveva conosciuto a Budapest presso la Corte di suo fratello Re Ladislao.
Così Bartolomeo Berecci nel 1516 subentra a Francesco Fiorentino col titolo di Primo Architetto di Corte, affiancato da Bernardino Zanobi, Giovanni Cini, Filippo da Fiesole, Niccolò Castiglione, nonché da Antonio, Filippo, Guglielmo, Raffaele e Giovanni Soli.
Presto si lega con una donna, probabilmente tra quelle di Corte, dalla quale ha un figlio, Sebastiano.
Conclusa questa relazione, ormai quarantenne, decide di sposarsi con Małgorzata de Domo Szeląg dalla quale ha due figlie, Anna e Katarzyna (che a loro volta sposeranno Jan Południe la prima e Jakub Zyszka l’altra). Nel 1529 sua moglie morirà lasciandogli in eredità metà delle sue sostanze, destinando l’altra metà alle figlie.
Subito dopo, circa all’età di cinquanta anni, sposa in seconde nozze Dorota Czarnowoyska. Anche questa donna però morirà prematuramente. Non ha avuto figli da lei, per cui egli erediterà, questa volta, l’intero suo patrimonio.
Per tutto il resto della sua vita, Bartolomeo Berecci lavorerà in Polonia e più esattamente a Cracovia, a Niepołomice, a Poznan, a Szydłowiec, a Wola Justowska e a Tarnów.
Il 17 maggio 1519, ispirandosi ad Andrea Sansovino e ad Andrea Ferrucci, riprende i lavori iniziati da Fiorentino presso la Cappella funeraria di Sigismondo I il Vecchio, oggi detta degli Jagelloni, situata nel fianco destro della Cattedrale di Wawel. Questi lavori termineranno nei primi mesi del 1533 e la Cappella verrà consacrata l’8 giugno di quello stesso anno. Dal 1521 collabora con lui all’impresa architettonica e scultorea, Antonio Fiorentino, un altro venuto dall’Italia, che però otterrà la cittadinanza di Cracovia soltanto nel 1523.
Nell’anno 1519 Bartolomeo Berecci, in collaborazione con Giovanni Cini, riprende anche i lavori presso la tomba a baldacchino del re Władysław II Jagełło, posta nella Cattedrale di Wawel. Li concluderà nel 1524. Nel contempo cura la ristrutturazione del Castello di Wawel rifacendosi, in qualche modo, allo stile del Palazzo Ducale di Urbino e riedifica un’ala intera che in passato era andata distrutta per un incendio. A Szydłowiec, nel presbiterio della Chiesa di San Sigismondo, scolpisce la lapide di Michołaj Szydłowiecki. Ancora per la Cattedrale di Wawel, nell’anno 1521 progetta l’Oratorio di Santa Maria.
La Polonia, per tutto il XVI secolo fino all’inizio del XVII, vive la sua Età Aurea ovvero il suo Słoty Wiek, per cui, oltre a Benedykt z Sandomierz, Jan Michełowicz z Ulzędów, Hans Kramer o Jan Pfister, in questa nazione vi lavorano architetti, scultori e pittori venuti un po’ da tutta Europa, particolarmente dall’Italia, quali: Baldassarre Fontana, Giovanni Maria Mosca detto Padovano, Girolamo Canavasi, Antonio Da Fiesole, Guglielmo Fiorentino, Giovanni, Matteo e Santi Gucci, Bernardo Morando, Giovanni Battista Veneziano, Gaspare Fodiga, Giovanni Battista Quadro e il veronese Bartolomeo Ridolfi, tanto elogiato dal Vasari, invitato a Cracovia dal Castellano Lorenzo Spytek, oltre ai già menzionati Giovanni Cini, Bernardino Zanobi, Filippo da Fiesole, Niccolò Castiglione, Antonio, Filippo, Guglielmo, Raffaele e Giovanni Soli
Bartolomeo Berecci ha ormai a bottega con sé moltissimi allievi di diverse nazionalità. Uno di questi, il polacco Jan Biały (scrive la Dott.ssa Aldona Sołtys nel 1974), scolpisce una splendida cornice di marmo – che comparirà soltanto nel 1870 quando verrà donata dall'Arcivescovo della Cattedrale Armena di Leopoli, alla Chiesa di San Michele a Zarzecze nel distretto di Przeworsk – perché ospiti al suo interno una tela raffigurante Santa Maria Maggiore.
Tra il 1524 e il 1535, è ancora impegnato a lavorare alle tombe dei Vescovi di Cracovia Jan Konarski e Piotr Tomicki, nella Cattedrale di Wawel. Presso la Cattedrale di Poznań erige un’altra lapide per il Vescovo Jan Lubranski.
Una sua opera ancora, degna d’essere menzionata, è la tomba di Barbara Tarnowska Tęczyńska eretta presso la Cattedrale di Tarnów.
Bartolomeo Berecci è un artista particolarmente benvoluto e apprezzato sia dal re Sigismondo I che dalla Regina Bona Sforza. Divenuto ricco e famoso, acquista diverse case dentro la città di Cracovia e nel quartiere di Kazimierz.
Muore però assassinato per invidia, al Rynek di Cracovia, per mano d’un altro artista, suo connazionale (si ipotizza il suo aiutante Bernardino Zanobi). Viene sepolto nella Chiesa del Corpus Domini dentro la Cappella di Sant’Anna a Cracovia, dove riposa ancora. (Articolo su Gazzetta Italia, Marzo 2011)

BARTOLOMEO BERECCI albo BERRECCI (ur. 1480 r., Vallombrosa, zm. 1537, Kraków) to architekt i rzeźbiarz. Przychodzi na świat w Vallombrosie, w gminie Reggello, w Dolinie Sieve, diecezji Fiesole, jako syn Katarzyny Sogliani – córki złotnika, Paolo Soglianiego di Giovanni (znanego, jako autora relikwiarza św. Jana Gualberta zachowanego w opactwie Vallombrosie) oraz Luki del Bereccio. Uczy się we Florencji w pracowni Giuliana da Sangallo (zgodnie z teoriąi prof. Jrzego Miziołka z 2003 r., która zaprzecza wcześniejszym przypuszczeniom z 1984 r., zawartym w tezie stworzonej przez prof. Helenę Kozakiewicz, która uznała, że Berecci był we Florencji uczniem Antonia Ferucciego da Fiesole). Z pewnością odwiedza także we Florencji pracownie Giuliana i Antonia da Sangallo, Benedetta da Rovenzano oraz Andrei Ferrucciego.
Od 1513 do 1515 roku przebywa w Rzymie ze swoim mistrzem Giulianem Sangallo, który został tam zatrudniony przez papieża Leona X de Medici, u boku Rafaela, jako zarządzający przebudową Bazyliki św. Piotra. Wraz ze swoim nauczycielem Berecci ma możliwość odwiedzać najlepsze pracownie rzymskich rzeźbiarzy oraz podglądać pracę swoich ziomków: Jacopa Sansovino da Sangallo i Antonia da Sangallo Młodszego – asystenta Bramante. Poznawszy najważniejszych prałatów Watykanu, zawiera znajomość z przebywającym w Rzymie (przy okazji Soboru Laterańskiego) arcybiskupem Polski, Janem Łaskim, który w 1516 roku zaprosi go do Krakowa, żeby zajął miejsce niedawno zmarłego Francesco Fiorentino (lub Lori, lub Della Lora, lub Della Torre) na stanowisku architekta w służbie króla Zygmunta I. Zanim jednak Berecci dotrze do Krakowa, zatrzymuje się na jakiś czas na Węgrzech. Również Fiorentino przybył na krakowski dwór (w 1512 roku), zdobywszy wcześniej doświadczenie jako architekt na Węgrzech, gdzie otrzymał zaproszenie bezpośrednio od króla Zygmunta I, z racji tego, że monarcha, będąc wówczas jeszcze księciem, poznał Fiorentina właśnie w Budapeszcie, na dworze swego brata – króla Władysława. I tak Berecci zastępuje Francesca Fiorentino na stanowisku Pierwszego Architekta Dworu i wchodzi w otoczenie Bernardina Zanobiego, Giovanniego Ciniego, Filippa da Fiesole, Niccola Castiglione oraz Giovanniego Soliego. Wkrótce wchodzi w związek z pewną kobietą, prawdopodobnie damą dworu, z którą ma syna Sebastiana. Po zerwaniu tego związku, już jako czterdziestolatek, decyduje się pojąć za żonę Małgorzatę z domu Szeląg, z którą będzie miał dwie córki: Katarzynę i Annę (które w przyszłości poślubią: pierwsza – Jana Południe, druga – Jakuba Zysska). W 1529 Małgorzata umiera, zostawiając mężowi w spadku połowę swoich dóbr, a resztę przeznaczając dla swoich córek. Niedługo potem, mający już około pięćdziesięciu lat Berecci żeni się z Dorotą Czarnowoyską, ale i ona umiera przedwcześnie. Nie ma z nią dzieci, więc cały majątek żony przypada jemu. Przez resztę swojego życia Berecci pracuje w Polsce, a dokładnie - w Krakowie, Niepołomicach, Poznaniu, Szydłowcu, Woli Justowskiej i Tarnowie. 17. maja 1519 roku Bartolomeo Berecci zainspirowany pracą Andrei Sansovina oraz Andrei Ferrucciego rozpoczyna kontynuację dzieła Fiorentina w Kaplicy Grobowej Zygmunta I Starego, dziś zwanej Jagiellońską, usytuowanej na prawej ścianie Katedry Wawelskiej. Prace te kończą się w początkach 1533 roku. W tym samym roku, 8. czerwca, Kaplica zostaje poświęcona. W pracach uczestniczy również Antonio Fiorentino, który staje się prawowitym obywatelem Krakowadopiero w 1523. W 1519 Bartolomeo Berecci, we współpracy z Giovannim Cinim, wznawia pracę nad znajdującym się w Katedrze Wawelskiej grobem baldachimowym króla Władysława II, który zostaje ukończony w 1524 roku. Berecci nadzoruje również prace rekonstrukcyjne Zamku Wawelskiego - odbudowuje całe jego skrzydło, które uległo zniszczeniu w wyniku pożaru, wzorując się do pewnego stopnia na stylu Palazzo Ducale z Urbino. W Szydłowcu, w prezbiterium Kościoła św. Zygmunta, Berecci wykuwa tablicę nagrobną Mikołaja Szydłowieckiego. Pracując ponownie dla Katedry Wawelskiej projektuje w 1521 roku Oratorium św. Marii. Polska przez całe szesnaste stulecie przeżywa swój Złoty Wiek: oprócz Benedykta z Sandomierza, Jana Michałowicza z Ulzędów, Hansa Kramera i Jana Pfistera pracują tu architekci, rzeźbiarze i malarze przybyli z różnych stron Europy, a w szczególności z Włoch (m.in. Baldassarre Fontana, Giovanni Maria Mosca zwany Padovano, Girolamo Canavasi, Antonio da Fiesole, Guglielmo Fiorentino, Giovanni, Matteo e Santi Gucci, Bernardo Morando, Giovanni Battista Veneziano, Gaspare Fodiga, Giovanni Battista Quadro oraz werończyk Bartolomeo Ridolfi, niezwykle chwalony przez Vasariego, zaproszony do Krakowa przez kasztelana Wawrzyńca Spytka, a także wcześniej wspomniani Giovanni Cini, Bernardino Zanobi, Filippo da Fiesole, Niccolò Castiglione, Antonio, Filippo, Guglielmo, Raffaele i Giovanni Soli). Bartolomeo Berecci ma już w swojej pracowni wielu uczniów różnych narodowości. Jeden z nich (jak pisze dr Aldona Sołtys w 1974 roku), Jan Biały, rzeźbi wspaniałą marmurową ramę, która zostanie odkryta dopiero w 1870 roku, kiedy to zostanie podarowana Arcybiskupowi Apostolskiego Kościoła Armeńskiego we Lwowie - a dokładnie świątyni św. Michała w Zarzeczu w okręgu Przeworsk - jako pasująca idealnie do wspaniałego płótna z wizerunkiem Matki Bożej Większej, elementu wystroju świątyni. Między 1524 a 1535 rokiem wspólnie z niektórymi uczniami Berecci pracuje w Katedrze Wawelskiej przy grobach biskupów Krakowa: Jana Konarskiego i Piotra Tomickiego. Natomiast w Katedrze Poznańskiej rzeźbi tablicę dla biskupa Jana Lubrańskiego. Kolejnym dziełem wartym wzmianki jest grób Barbary Tarnowskiej Tęczyńskiej zbudowany w Katedrze Tarnowskiej. Bartolomeo Berecci jest bardzo lubiany i ceniony zarówno przez Zygmunta I, jak i królową Bonę Sforzę. Wzbogaciwszy się i zdobywszy sławę, architekt nabywa kilka domów na terenie Krakowa, na Kazimierzu. Ginie z ręki innego artysty, zamordowany na Krakowskim Rynku ponoć przez swego zazdrosnego ziomka (podejrzewa się o ten czyn jego asystenta Bernardina Zanobiego). Zostaje pochowany w Bazylice Bożego Ciała w Kaplicy św. Anny w Krakowie, gdzie spoczywa do dziś. (Artykuł Alberta Macchiego i Angeli Sołtys, "Gazzetta Italia", 1/2011)

MARCELLO FILIPPO ANTONIO PIETRO FRANCESCO BACCIARELLI (Roma 10/2/1731 – Varsavia 5/1/1818), pittore. È figlio di Lorenzo Filippo Gasparo Bacciarelli, cuoco, nato a Pesaro e di Ortensia Girolama Salvati, casalinga, romana, figlia d’un sarto. Suo padre emigra a Roma dalle Marche probabilmente nei primi anni del XVIII secolo. Marcello viene battezzato a Roma il 15 febbraio del 1731 nella Parrocchia di San Marcello; suo padrino è Carlo Capaci, sua madrina Cecilia Salvati, sorella minore di sua madre. Le sue sorelle e i suoi fratelli – come risulta dagli Stati delle Anime della Parrocchia Romana di Santa Maria in Via, conservati presso l’Archivio Storico del Vicariato di Roma – sono una moltitudine, ma saranno in pochi che raggiungeranno un’età adulta. Ecco i nomi di alcuni di questi: Benedetta, Pietro Francesco Gaetano Fidelio, Anna Gertruda Teresa Costanza, Antonio Francesco Raffaele, Zenobia Gertruda Francesca, Anna, Serafino. Dopo aver studiato a Roma nella bottega del pittore Marco Benefial, Marcello Bacciarelli, nel 1750 viene chiamato a Dresda presso la Corte dell'Elettore di Sassonia Federico Augusto II e qui ha inizio la sua carriera come ritrattista di personaggi aristocratici del luogo. Lì, nel 1755, sposa Johanna Julianna Frederica Richter, pittrice miniaturista. Durante la Guerra dei Sette Anni, Marcello si reca periodicamente da Dresda a Varsavia, al seguito della Corte di Federico Augusto, il quale occupa il trono di Polonia col nome di Augusto III. A Varsavia – e forse già prima a Dresda – conosce l’Abate Gaetano Ghiggiotti, Segretario della Nunziatura di Varsavia, che lo introduce presso la famiglia del futuro Re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski. Il ritratto di Stanislao, padre del re, Castellano di Cracovia, dipinto nel 1758, apre a Bacciarelli la strada ad una rapida carriera in Polonia, come affermerà più avanti in questo passo delle sue Memorie Stanislao Augusto: “[Mon père], il avoit 82 ans lorsque j’obtiens de lui, que Bacciarelli fit son portrait. La ressemblance est parfaite et ce ouvrage est celui qui commenca la reputation de Bacciarelli”. Negli anni 1764-66, Marcello soggiorna a Vienna, dove lavora al servizio di Maria Teresa d’Austria, realizzando, tra l’altro, un ritratto di gruppo delle Arciprincipesse Asburgiche. Nel 1766 ritorna a Varsavia chiamato dal giovane Stanislao Augusto Poniatowski, già da due anni sul trono polacco. Acquista immediatamente la fiducia del sovrano, tant’è che l’anno successivo questi lo nomina “Peintre d’Histoire” e subito dopo, nel 1768, gli riconosce il titolo di “Cavaliere”, titolo ratificato poi dalla Dieta nel 1771. È ancora insignito del titolo di “Primo Pittore di Corte” e gli viene attribuito il prestigioso e vantaggioso incarico di “Direttore degli Edifici Reali”. Su di lui inoltre gravano la tutela delle Collezioni d’Arte del Re e la direzione della Bottega del Castello Reale che raccoglie i giovani apprendisti-pittori. Nel 1787 Stanislao Augusto lo invia in Italia ad acquistare, per suo conto, alcuni quadri. Col trascorrer del tempo, diventa sempre di più collaboratore, confidente e amico del monarca; questo fino all’anno 1795, quando il re, dopo la caduta dello Stato polacco, è costretto ad abbandonare la corte e di conseguenza ad abdicare. Marcello Bacciarelli, rimasto a Varsavia, comunque conserva la sua influenza nella vita artistica della città, divenuta ormai ex capitale della nazione polacca. Dopo l’abdicazione di Stanislao Augusto e dopo la sua morte, nel 1798, il pittore continua a prendersi cura delle collezioni d’arte del defunto monarca, ora ereditate da suo nipote, il Principe Giuseppe Poniatowski. Già Membro delle Accademie di Belle Arti di Dresda, Berlino, Vienna, Firenze e dell’Accademia di San Luca di Roma, nel 1816, in considerazione del contributo apportato all'arte polacca, è nominato Professore Onorario della nuova facoltà delle Belle Arti presso l'Università Reale di Varsavia.
La pittura di Marcello Bacciarelli è la pittura tipica di corte, influenzata dallo stile barocco, con alcuni elementi classicistici. Nella sua numerosa produzione spiccano straordinari ritratti, tra i quali, il più noto è quello dell’Incoronazione di Stanislao Augusto, dipinto nel 1767 e i quadri storici che, ancora oggi, decorano gli interni del Castello Reale di Varsavia. I suoi plafond nel Castello e il ciclo dei suoi quadri di soggetto biblico, che decoravano la Sala di Re Salomone a Łazienki, sono andati tutti perduti: i primi nel 1939 e gli altri nel 1944, appena dopo l’insurrezione di Varsavia. La gran parte dei suoi ritratti oggi è conservata presso le diverse collezioni dei Musei Nazionali di Varsavia, Poznań e Cracovia.
Ecco, qui di seguito, l’albero genealogico di Marcello Bacciarelli (redatto e già pubblicato a Varsavia dalla Dott.ssa Angela Sołtys, su “Kronika Zamkowa” con il titolo ”Genealogia e i primi anni di vita di Marcello Bacciarelli”) ("Gazzetta Italia", Varsavia febbraio 2011)

MARCELLO FILIPPO ANTONIO PIETRO FRANCESCO BACCIARELLI (Rzym 10/2/1731 – Warszawa 5/1/1818), malarz. Był synem Filippa Gaspara Bacciarellego, z zawodu kucharza, urodzonego w Pesaro i Ortensji Girolamy Salvati, rzymianki, córki krawca. Jego ojciec emigrował do Rzymu, jak w owym czasie wielu innych mieszkańców Marche (przykładem ksiądz Luigi Lanzi da Montecchio z prowincji Macerata). Marcello ochrzczony został w Rzymie 15 lutego 1731 r. w kościele parafialnym San Marcello; jego ojcem chrzestnym był Carlo Capaci, matką Cecilia Salvati, młodsza siostra rodzonej matki. Jego rodzeństwo, jak wykazują „Stati delle Anime” rzymskiej parafii Santa Maria in Via, przechowywane w Archiwum Historycznym Wikariatu Rzymskiego, było dosyć liczne, ale wieku dojrzałego doczekała prawdopodobnie tylko garstka. Znane są imiona sióstr i braci malarza: Benedetty, Pietra, Costanzy, Zenobii, Anny, Antonia i Serafina. Po ukończeniu nauki malarstwa w Rzymie, w pracowni Marco Benefiala, Marcello Bacciarelli wyjeżdża w 1750 r. do Drezna na dwór elektora saskiego Fryderyka Augusta II, gdzie rozpoczyna karierę jako portrecista miejscowej arystokracji. Tam w 1755 r. zawiera związek małżeński z miniaturzystką, Johanną Julianną Fredericą Richter. W okresie wojny siedmioletniej przenosi się czasowo z Drezna do Warszawy razem z dworem Fryderyka Augusta, zasiadającego jednocześnie na polskim tronie pod imieniem Augusta III. Tutaj, a może już wcześniej w Dreźnie, poznaje księdza Gaetano Ghigiottiego, pełniącego funkcję sekretarza warszawskiej nuncjatury, który poleca go członkom rodziny przyszłego króla Polski, Stanisława Antoniego Poniatowskiego. Namalowany w 1758 r. portret ojca królewskiego, kasztelana krakowskiego Stanisława, miał otworzyć Bacciarellemu drogę do kariery w Polsce, zgodnie z tym, co zanotował później w swoich „Pamiętnikach” Stanisław August: „Il avoit [padre del re] 82. ans lorsque j’obtiens de lui, que Bacciarelli fit son portrait. La ressemblance est parfaite, et cet ouvrage est celui qui commenca la reputation de Bacciarelli”. W latach 1764-1766 malarz przebywa w Wiedniu, gdzie pracuje w służbie cesarzowej Marii Teresy, realizując m.in. zbiorowy portret austriackich arcyksiężniczek. W 1766 r. powraca do Warszawy, dokąd powołał go zasiadający od dwóch lat na tronie młody Stanisław August Poniatowski. Bacciarelli szybko zdobywa zaufanie władcy, który angażuje go w charakterze „peintre d’histoire” i w 1768 r. doprowadza do nadania mu tytułu szlacheckiego, potwierdzonego przez sejm w 1771 r. Sukcesywnie Bacciarelli zostaje obdarzony tytułem pierwszego malarza oraz lukratywną funkcją Dyrektora Budowli Królewskich. Na nim spoczywa także obowiązek opieki nad królewskimi zbiorami sztuki oraz kierownictwo zamkowym atelier skupiającym młodych adeptów sztuki malarskiej. W 1787 r. Stanisław August wysyła go do Włoch w celu realizacji zakupów artystycznych mających wzbogacić królewską galerię. Z upływem lat staje się coraz bardziej zaufanym współpracownikiem i przyjacielem monarchy aż po rok 1795, kiedy król po upadku polskiego państwa zmuszony zostaje do opuszczenia Warszawy, a w konsekwencji także do abdykacji. Pozostały w Warszawie Marcello Bacciarelli utrzymuje w dalszym ciągu swoją wpływową pozycję, jeśli chodzi o życie artystyczne byłej stolicy Polski. Po abdykacji Stanisława Augusta, jak i po śmierci króla w 1798 r. sprawuje nadzór nad zbiorami artystycznymi zmarłego monarchy, odziedziczonymi teraz przez jego bratanka, księcia Józefa Poniatowskiego. Uhonorowany w latach poprzednich członkowstwami Akademii Sztuk Pięknych w Dreźnie, Berlinie, Wiedniu, Florencji oraz Rzymie, w 1816 r., dzięki swojemu znaczącemu wkładowi w rozwój sztuki polskiej Bacciarelli otrzymuje tytuł profesora Wydziału Sztuk Pięknych na nowo powstałym uniwersytecie w Warszawie.
Jego malarstwo jest sztuką typowo dworską, ukształtowaną pod wpływem baroku o pewnych elementach klasycystycznych. W jego licznym dorobku przeważają znakomite portrety, z których najbardziej rozpoznawalny pozostaje „Portret koronacyjny Stanisława Augusta” powstały w 1767 r. i obrazy o tematyce historycznej, dekorujące wnętrza Zamku Królewskiego w Warszawie. Zamkowe plafony Bacciarellego oraz cykl obrazów o tematyce biblijno-alegorycznej zdobiących Salę Salomona w Łazienkach przepadły w 1939 i po zakończeniu powstania w 1944 r. Znaczna część jego portretów przechowywana jest dzisiaj w zbiorach Muzeów Narodowych w Warszawie, Poznaniu i Krakowie.
Lit.: Alina Chyczewska, Marcello Bacciarelli 1731 – 1818, Wrocław 1970;
Angela Sołtys, Genealogia i najwcześniejsze lata Marcella Bacciarellego w świetle akt Archiwum Historycznego Wikariatu Rzymskiego, „Kronika Zamkowa”, nr 1-2/2010, ss. 111-123. ("Gazzetta Italia", Warszawa 2/2011)


(Foto tratta dal Sito Web: www.artinvest2000.com/bellotto_bernardo.htm)

BERNARDO BELLOTTO genannt CANALETTO (Venezia, 30 gennaio 1721 – Varsavia, 17 ottobre 1780). Pittore e incisore, ampiamente trattato dagli studiosi Stefan Kozakiewicz, Bożena Anna Kowalczyk, Giorgio Marini e Andrzej Rottermund e Alberto Rizzi, è figlio di Fiorenza Canal, sorella del celebre pittore Canaletto. Fin dalla tenera età dimostra un talento particolare nella pittura vedutistica. A soli 18 anni è già Membro della Corporazione dei Pittori Veneziani e viaggia con suo zio Antonio Canal, pittore già affermato, noto col nome di “Canaletto”. in giro per l’Italia del nord. Nel 1742, sempre con suo zio, giunge a Roma. Nel 1745 si trova a Torino, dove Carlo Emanuele III, Duca di Savoia e Re di Sardegna, gli commissiona due importanti vedute, una con il Palazzo Reale e l’altra con il vecchio ponte sul Po, oggi entrambe conservate alla Galleria Sabauda. All’età di ventisei anni, viene invitato a Dresda presso la Corte di Augusto III, Elettore di Sassonia. Qui, dove si trasferisce con sua moglie e col figlioletto, assume il titolo di “Primo Pittore di Corte” e presto sarà noto anche in Europa. Nel 1758 l'imperatrice Maria Teresa d'Austria lo chiama a Vienna, tre anni più tardi è a Monaco di Baviera e dopo cinque anni torna a Dresda, dove nel 1764 entra a far parte dell'Accademia di Belle Arti. Ma, attratto dallo stile neoclassico, Bellotto, decide di trasferirsi definitivamente a Varsavia, dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita. Le vedute realizzate a Varsavia saranno utilizzate come modello per la ricostruzione della città dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che la rasero al suolo. Ecco, qui di seguito, alcune tra le sue opere più rappresentative, sparse nei più importanti musei del mondo: “Capriccio con Rovine”, “Vienna vista dal Belvedere”, “Capriccio con la cacciata dei mercanti dal tempio”, “Venezia - Veduta di Piazza San Marco”, “Veduta di Gazzada”, “Torino - I Giardini del Palazzo Reale”, “Il Canal Grande e la punta della dogana”, “La Frauenkirche di Dresda”, “Veduta di Vaprio d'Adda”. Presso il Museo Nazionale di Varsavia sono conservate: “Varsavia - la Vistola al Castello Reale dal sobborgo di Praga”, “La città di Varsavia dalla loggia est del Castello Reale verso il sobborgo di Cracovia”, “Varsavia - Via Miodowa, da sud-est verso nord-ovest”, “Varsavia - Palazzo Lubomirski e la porta di ferro da ovest”. (Aticolo su "Gazzetta Italia", Varsavia 4/2011)


Antonio Corazzi (Foto tratta dal sito: http://www.casanatense.it/index.php/it.html?start=6)

GIUSEPPE ANTONIO CORAZZI (Livorno 16/12/1792 – Firenze 26/4/1877). Architetto, rappresentante del Neoclassicismo. Figlio di Vincenzo di Antonio, un impresario del Teatro degli Avvalorati di Livorno e di Antonia Gaetana di Bartolomeo Andolfati. Nel 1806 nasce suo fratello Aurelio. Nel 1811 va a studiare presso gli Scolopi e successivamente Disegno alla Regia Accademia delle Belle Arti di Firenze con i professori Gaspero Paoletti e Giuseppe Del Rosso. Partecipa due volte ai concorsi dell’Accademia e, nell'ottobre del 1811, già riesce ad ottiene un secondo premio, dietro al coetaneo G. Baccani. Nel 1816 partecipa ancora al prestigioso Concorso Triennale arrivando, anche questa volta, secondo dietro a G. Martelli. Conquista un posto presso l’“Eredità Culturale Sarda”, una sorta di privilego che la Comunità di Livorno concede a giovani meritevoli; e, al fine di mantenere quel posto, Corazzi invia, alla Comunità, tutti gli anni, alcuni suoi disegni in modo da certificare il progredire negli studi. Inizia a lavorare concretamente nel 1817. Ma due anni più tardi, grazie alla richiesta di un famoso personaggio polacco, il Sottosegretario di Stato Stanisław Staszic, rivolta al Granduca di Toscana, viene invitato espressamente da Pietro Leopoldo a partire per Varsavia con l’incarico di Costruttore Generale del Governo. A Varsavia vi resterà fino al 1847 realizzando principalmente progetti monumentali di edifici pubblici. Qui però deve scontrarsi con i grandi architetti Pietro Aigner e Jacopo Kubicki allievo di Domenico Merlini. Allora invita a Varsavia, presso di se, suo fratello Aurelio, anch’egli architetto, in modo da unire le forze contro la concorrenza. Nel 1826 sposa in prime nozze Rosa Benedetti e si reca a Berlino, a Dresda, a Monaco, a Milano, a Firenze, a Bologna e a Venezia. Per la sua presa di posizione a favore del Movimento Nazionale, protagonista dell'insurrezione del 1830-1831, pian piano viene emarginato dalle cariche più prestigiose e dai grandi appalti pubblici. Riesce a malapena a conservare l'incarico di Costruttore per il Distretto Scolastico di Varsavia e si vede ridurre la propria retribuzione annua da 9.000 a 6.000 fiorini. In aggiunta resta prematuramente vedovo. Mantiene comunque con se a studio suo fratello Aurelio (Livorno 1806 – Varsavia 20/9/1871) che però, questi per poter vivere, deve collaborare con altri architetti, quali J. Gay e L. Smiecinski. Antonio ha con se anche numerosi allievi tra i quali spiccano A. Kropiwniski, L. Kozubowski, A. Idzikowski, S. Balnicki e I. Górecki. Nel 1855 sposa, in seconde nozze, Veronica Anna Piccinini, e da questa donna ha tre figli. I suoi progetti più importanti realizzati a Varsavia sono: il Palazzo di Hołowczyc del 1820, il Palazzo Staszic del 1820-1823, il Palazzo di Mostowscy del 1823-1824, il Palazzo dei Ministri del 1825, L'edificio della Banca Nazionale di Polonia del 1828, il Gran Teatro del 1825-1833, il Monumento dei Lealisti del 1841; quelli per fuori Varsavia sono: il Palazzo di Rastawiecki del 1837 a Dołhobycz e l'Edificio del Museo Maria Konopnicka del 1826-1827 e del 1835-1836 a Suwałki. All’età di cinquant’anni torna in Italia e va ad insegnare presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Nella sua Toscana si dedica particolarmente alla progettazione di edifici di residenza privata, ma esegue anche i progetti per la Sede del Parlamento Nazionale, in vista dello spostamento della Capitale da Roma a Firenze. Disegna il monumento a Dante in Piazza Santa Croce. Progetta, inoltre, alcuni teatri ad Alessandria d’Egitto, a Copenhagen, a Ravenna, a Castiglion Fiorentino. Il 20 settembre del 1871 muore a Varsavia suo fratello Aurelio. Sei anni più tardi, nella sua casa di Via dell'Agnolo n. 63, muore a Firenze, con pochi averi e con una misera pensione del governo polacco. Un gruppo di circa 300 disegni di Antonio Corazzi, pervenuto nell’ambito della donazione Artur Wolynski (Słuzewo/Varsavia 9/2/1844 – Roma 29/4/1893) ed identificato e riordinato nel 1969 con la collaborazione del prof. Bronislaw Biliński, è conservato all’interno della Collezione di Stampe e Disegni della Biblioteca Casanatense di Roma. Importanti, tra gli altri, gli studi e gli scritti su Antonio Corazzi, di P. Biegaliski, di Barbara Mussetto e di M. Bencivenni. (Aticolo su "Gazzetta Italia", Varsavia 6/2011)


"Ritratto di Enrico Marconi", incisione del XIX secolo - Rysunek XIX W. architekta Henryka Marconi’ego

ENRICO MARCONI (Roma 7/1/1792 – Varsavia 21/2/1863), figlio di un italiano, Leandro Marconi e di una tedesca, Eleonora Gerbert. Suo primo maestro è suo padre, architetto, professore e Prosegretario fino al 1804 della Accademia delle Belle Arti di Bologna. Da quattordici anni fino a diciotto Enrico vive a Bologna dove s’è trasferito per studiare prima all'Università e poi all'Accademia delle Belle Arti. A diciannove anni si trasferisce a Lugo di Romagna ad insegnare disegno presso il liceo di quella città. Tornato a Bologna ottiene per tre volte il Premio Grande di Architettura. Conseguita, nel 1820, la laurea in ingegneria e architettura, va a studiare le antichità a Roma.
Qui riceve nel 1821 il prestigioso Premio Canova per aver vinto il Concorso d’Architettura. Divenuto ormai un personaggio molto in vista, viene notato dall’Abate Melchiorre Missirini, Pro-Segretario dell’Accademia di San Luca di Roma. Questi allora lo propone a S.E. il Conte, Generale Luigi Michele Pac, Ciambellano dell’Imperatore e Re Alessandro I di Russia, perché lo ospiti presso di sé nei territori di Lituania e di Polonia. Marconi così va a studiare all’Università di Varsavia e qui consegue un’altra laurea, in matematica. Luigi Michele Pac, creduto, nella sua patria, discendente dei Marchesi Pazzi di Toscana, nel 1822 gli commissiona, come primo lavoro, il completamento del suo Palazzo neogotico a Dowspuda nei pressi di Kowno in Lituania, Palatinato di Augustów, vicino a Chomontów, paese dove si incontrano le tre frontiere, della Prussia-ducale, della Masovia e della Lituania. Qui, Enrico Marconi, per portare a termine l’opera, che era stata iniziata due anni prima dall’architetto Pietro Bosio e poi abbandonata, impiega un altro anno, avvalendosi dei più eccellenti artisti italiani: gli scultori Cincinnato Baruzzi e Carlo Aureli, entrambi allievi di Canova, per scolpire sepolcri da destinare nella cappella e statue da inserire nelle nicchie delle finestre; il capomastro Ignazio Cristini per arricchire il palazzo con preziose opere murarie, i pittori Branca, Giovan Battista Caretti e Nicola De Angelis per affrescare pareti e soffitti, lo scultore romano Ludovico Kauffmann, i decoratori Giovanni Battista Carelli e Adamo Tadolini per adornare le stanze con bassorilievi, stucchi e fregi. Per lo stesso committente esegue ancora, avvalendosi del contributo di alcuni di questi stessi artisti, i lavori per la Chiesa d’ordine dorico di Raczki, una cittadina a poche miglia da Dowspuda. Nella stessa cittadina costruisce un edificio in stile gotico denominato Kaffee-House. Una volta portati a termine questi impegni in Lituania, gli si prospettano in Polonia nuove occasioni (malgrado in questo paese operino già altri architetti, quali Antonio Corazzi) che lo convincono a continuare a vivere in questo paese, nonostante sia un territorio occupato, ripartito tra Russia, Prussia e Austria. Marconi si stabilisce a Varsavia. Sposa Margherita Heiton, la figlia di John Heiton, specialista nel progettare giardini, che lavora al servizio del Generale Pac. Margherita è una giovane donna, calvinista, d’origine scozzese, giunta da quell’Inghilterra, dove il Generale Pac, alla fine della sua carriera militare, s’era andato a riposare, ospite d’un certo Mister Cook, presso il Castello di Holckham, nella contea di Norfolk. Ed ella, con la sua famiglia, faceva parte di quella schiera di scozzesi, agricoltori, meccanici, intendenti e fattori, che il Generale Pac, al momento del rimpatrio, aveva trascinato con sé, nella sua terra. Da questa unione nascono Carlo, Ladislao, Leandro, Eleonora, Giovanni ed Enrico. Uno dei suoi figli, Leandro, diviene anch’egli architetto e un altro, Giovanni, ingegnere. Dal 1827 al 1857 Enrico Marconi lavora per il Consiglio di Stato con il titolo di Architetto del Real Governo e dal 1851 al 1858 insegna presso l'Accademia di Belle Arti di Varsavia. Suo fratello, Ferrante, lo raggiunge a Varsavia nel 1830, all’età di 32 anni, dopo aver scolpito, nel 1824, il busto del pittore Domenico Tesi per il monumento sepolcrale al Cimitero di Bologna e eseguiti altri lavori a Paestum. Ferrante è nato a Mantova. È un bravo decoratore teatrale, scultore e architetto, anche lui avviato da suo padre, ha terminato gli studi all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. In Polonia collabora strettamente con suo fratello. Molti studenti di Enrico Marconi, una volta intrapresa l’attività di architetti, si distingueranno ed emergeranno; fra di loro Jan Heurich Sr, Zygmunt Kiślański, Zygmunt Rozpędowski, Adolf Schimmelpfennig, Franciszek Tournelle, Adolf Woliński, Teofil Schüller.
E numerosi sono i lavori eseguiti da Enrico Marconi, tra gli anni 1824 e 1863. Nella sola Varsavia realizza il Palazzo Pac, l’Hotel Europejski, il Palazzo di Andrea Zamoyski, il Palazzo Branicki, la Sede della Società di Credito Fondiario, la Stazione Ferroviaria Centrale, le Stazioni di Granica e di Sosnowiec sulla linea Varsavia-Vienna, la Torre dell’Acqua nel Parco di Ogród Saski, la Chiesa d’Ognissanti, la Chiesa di San Carlo Borromeo, la ristrutturazione del Palazzo Kossakowski, l’Ospedale di San Lazzaro, la Casa di Sicurezza per i Detenuti Criminali, la Porta di Morysin.
In Polonia costruisce la Grande Sinagoga a Łomża, il Nuovo Municipio a Radom, il Palazzo di Wielopolskich a Chrobrz, il Municipio di Błonie, il Palazzo di Zbójnie, la Stazione Termale di Busko-Zdrój, il Municipio di Koło, la Sede del Governatore della Circoscrizione di Stanisławów a Mińsk Mazowieckim, la ristrutturazione del Castello di Illien, il Tempio Dorico di Natolin, l’ampliamento del Palazzo di Jabłonna, la Posta e il Municipio di Augustów, l’Ospedale della Santa Trinità a Kalisz, il Palazzo della Commissione Palatinale di Lublino, il Mausoleo di Stanislao Kostka Potocki con la Chiesa di Sant’Anna a Wilanów.
Fuori dal paese, infine, oltre ai lavori di Dowspuda e Raczki in Lituania del 1822, erige, nel 1827, la Chiesa in stile neogotico di Różanka presso Lida in Lituania oggi Bielorussia.
Enrico Marconi, nel 1852, conosce il nuovo Arcivescovo Metropolita di Varsavia, Sigismondo Felice Feliński, futuro santo (sarà canonizzato nel 2009), eletto anche Membro del Consiglio di Stato, l’organismo che egli continua a praticare in quanto architetto del Real Governo.
La famiglia Marconi è sepolta a Varsavia. Però mentre le spoglie di Enrico Marconi e quelle di sua moglie riposano nel Cimitero Cattolico di Powązki, quelle di alcuni suoi figli e di alcuni suoi nipoti giacciono invece presso il Cimitero Evangelico. Enrico Marconi, architetto con un occhio rivolto alle opere del Palladio, fecondissimo, lascia una infinità di opere in stile Neorinascimentale, Neoclassico e Neogotico. E gli storici Sebastiano Ciampi, italiano e Leonardo Chodzko, polacco, già nei primi decenni dell’Ottocento, al suo esordio come architetto, lo definiscono, il primo, “Valente artista” e il secondo, “Uomo di gusto singolare”.
Bibliografia:
Dizionario degli Italiani Illustri, Treccani, Roma 2010
Giovanni Zecchi, Collezione dei Monumenti Sepolcrali del Cimitero di Bologna, Bologna 1827
Sebastiano Ciampi, Notizie di medici, maestri di musica e cantori, pittori, ..., 1830, pag. 109
Leonardo Chodzko, Relazione Storica Politica, Geografica, ... della Pollonia Antica e Moderna, G. P. Pozzolini e C., Livorno 1831
Saggio sugli ordini di architettura, Warszawa 1831
porządkach architektonicznych, Warszawa 1828, wyd. 2 1837
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Sebastiano Ciampi, Bibliografia critica delle antiche reciproche corrispondenze: ..., 1839
Adam Gagatnicki, Kościół Wzsystkich Świętych w Warszawie, Warszawa 1893 (da cui sono state tratte le 4 incioni qui pubblicate)
F. F. De Daugnon, Gli Italiani in Polonia dal IX secolo al XVIII. Note storiche con brevi accenni genealogici araldici e biografici, Plausi e Cattaneo, Tomo I e II, Crema 1905
Francisco Protonotari, Nuova Antologia, 1907
Stanisław Łoza, Architekci i budowniczowie w Polsce, Warszawa 1954
Stanisław Łoza, Marconi i jego rodzina, Warszawa 1954
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Tadeusz S. Jaroszewski, Henryk Marconi i neogotyk (uwagi), "Rocznik Białostocki", t. 13, s. 451-471, R. 1976
Tadeusz S. Jaroszewski, Andrzej Rottermund, Katalog rysunków architektonicznych Henryka i Leandra Marconich w Archiwum Głównym Akt Dawnych, Biblioteka Muzealnictwa i Ochrony Zabytków, seria A, tom 11, Warszawa 1977
L’Età Neoclassica a Faenza 1780-1820, Catalogo della Mostra, Bologna 1979
Tadeusz S. Jaroszewski, O siedzibach neogotyckich w Polsce, Warszawa 1981
Stanisław Cynarski, Studia Italo-Polonica, Uniwersytet Jagielloński, Kraków 1982
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T. Christopher Smout, Scotland and Europe, 1200-1850, 1986
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Mona McLeod, Agents of change: Scots in Poland, 1800-1918, 2000
Letizia Gianni , Polonia: Varsavia, Lublino, Cracovia, Breslavia, Torun, Danzica, i ..., 2007
Michael J. McCarthy, Karina O'Neill, Studies in the gothic revival, 2008
(Articolo di Alberto Macchi e Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", Ottobre 2010)





HENRYK MARCONI (Rzym 7/1/1792 – Warszawa 21/2/1863), syn Włocha Leandra Marconiego i Niemki Eleonory Gerbert. Jego pierwszym nauczycielem był ojciec, architekt, profesor i do 1804 r. podsekretarz Akademii Sztuk Pięknych w Bolonii. Między 14. a 18. rokiem życia Henryk mieszkał w Bolonii, dokąd przeniósł się, aby studiować na uniwersytecie, a następnie w Akademii Sztuk Pięknych.
W wieku 19 lat wyjechał do Lugo we włoskiej prowincji Romagna, gdzie pracował jako nauczyciel rysunku w miejscowym liceum. Powróciwszy do Bolonii został trzykrotnie laureatem tzw. Wielkiej Nagrody w klasie architektury. Po zdobyciu dyplomu w klasie architektury i inżynierii w 1820 r. udał się do Rzymu, by poznać bliżej sztukę starożytną. Tam otrzymał prestiżową nagrodę „Premio Canova” za zwycięstwo w konkursie architektonicznym. Stał się artystą rozpoznawalnym, notowanym przez ks. Melchiora Missiriniego, prosekretarza rzymskiej Akademii św. Łukasza, który zarekomendował go bawiącemu w Rzymie generałowi Ludwikowi Michałowi Pacowi, szambelanowi rosyjskiego cesarza Aleksandra I. Dzięki temu Marconi został zaproszony w gościnę do polskich i litewskich dóbr hrabiego. W ten oto sposób Marconi trafił do Warszawy, gdzie rozpoczął studia matematyczne na uniwersytecie. Ludwik Michał Pac, należący do rodziny, która w swojej genealogii dopatrywała się rzekomych związków z toskańskim rodem markizów Pazzich, w 1822 r. zlecił mu, jako pierwszą pracę, rozbudowę neogotyckiego pałacu w Dowspudzie pod litewskim Kownem, wówczas w województwie augustowskim, na pograniczu Prus Książęcych, Mazowsza i Litwy. Budowa pałacu rozpoczęta dwa lata wcześniej przez innego włoskiego architekta Piotra Bosio, lecz potem wstrzymana, zajęła Marconiemu rok. Zatrudnił do współpracy wybitnych artystów włoskich: rzeźbiarzy Cyncynata Baruzziego i Carla Aureliego, uczniów Canovy, wykonujących grobowce w kaplicy pałacowej i posągi przeznaczone do nisz okiennych, mistrza murarskiego Ignazia Cristiniego, autora ozdobnych detali architektonicznych, malarzy Brancę, Giovanniego Battistę Carettiego i Nicola De Angelis zdobiących mury i sklepienia pałacu, rzymskiego rzeźbiarza Ludwika Kauffmanna oraz rzeźbiarzy – dekoratorów Giovanniego Battistę Carellego i Adama Tadoliniego, którzy ozdobili wnętrza stiukowymi płaskorzeźbami i fryzami. Dla Ludwika Michała Paca wybudował także kościół w Raczkach w stylu doryckim, zapraszając do współpracy niektórych artystów włoskich zatrudnionych wcześniej w pobliskiej Dowspudzie. W samej Dowspudzie wzniósł też niewielki budynek w stylu neogotyckim, zwany Kafehauzem.
Po zakończeniu działalności na Litwie, otworzyły się przed nim nowe możliwości na ziemiach polskich, gdzie już wcześniej działali inni architekci, np. Antonio Corazzi. To przekonało go do podjęcia ostatecznej decyzji o osiedleniu się w Polsce, podzielonej wówczas przez zaborców: Rosję, Prusy i Austrię. Zamieszkał w Warszawie. Zawarł związek małżeński z Margheritą Heiton, córką projektanta ogrodów będącego na służbie u generała Paca. Ojciec Margherity Heiton, który u schyłku swej wojskowej kariery korzystał z gościny udzielonej mu przez niejakiego pana Cooka w Holckham w hrabstwie Norfolk, wraz z grupą szkockich rolników, mechaników, intendentów i rządców został zachęcony przez Paca do podjęcia pracy w jego dobrach w Polsce. Z małżeństwa Marconich przyszli na świat Karol, Władysław, Leandro, Eleonora, Jan i Henryk. Jeden z synów, Leandro, został architektem, zaś Jan inżynierem. W latach 1827–1857 Henryk Marconi pracował w Radzie Państwa w charakterze architekta rządowego, a w latach 1851–1858 uczył w warszawskiej Akademii Sztuk Pięknych. W 1830 r. dołączył do niego brat, trzydziestodwuletni wówczas Ferrante, autor popiersia malarza Domenica Tesi, zdobiącego jego pomnik nagrobny na cmentarzu w Bolonii, oraz innych prac w Paestum. Ferrante urodził się w Mantui. Był zdolnym dekoratorem teatralnym, rzeźbiarzem i architektem, który, podobnie jak Henryk, początki swojej edukacji zawdzięczał ojcu. Potem ukończył Akademię Sztuk Pięknych w Bolonii. W Polsce współpracował ściśle ze swoim bratem.
Wielu spośród uczniów Henryka Marconiego, którzy podjęli zawód architekta, zdobyło uznanie i sławę. Są wśród nich Jan Heurich Starszy, Zygmunt Kiślański, Zygmunt Rozpędowski, Adolf Schimmelpfennig, Franciszek Tournelle, Adolf Woliński, Teofil Schüller.
W latach 1824-1863 Henryk Marconi zaprojektował i wzniósł zaskakująco wiele budowli. W samej tylko Warszawie i okolicach jest autorem pałaców Paca, Andrzeja Zamoyskiego, Branickich, restrukturyzacji pałacu Kossakowskich, twórcą Hotelu Europejskiego, gmachu Warszawskiego Towarzystwa Kredytowego, dworca kolei warszawsko-wiedeńskiej, wodozbioru w Ogrodzie Saskim, kościołów p.w. Wszystkich Świętych, św. Karola Boromeusza na Powązkach, św. Anny w Wilanowie (gdzie wzniósł również mauzoleum Stanisława Kostki Potockiego), szpitala św. Łazarza oraz zakładu karnego dla więźniów kryminalnych. W podwarszawskich rezydencjach w Natolinie, Jabłonnie i Morysinie prowadził rozbudowę pałaców i budowę pawilonów parkowych. Poza Warszawą, na terenach Królestwa Polskiego zaprojektował Wielką Synagogę w Łomży, ratusze w Radomiu, Błoniu, Kole, Lublinie, Augustowie (gdzie wzniósł również budynek poczty), gmach siedziby gubernatora okręgu stanisławowskiego w Mińsku Mazowieckim, dom uzdrowiskowy w Busku-Zdroju, pałace w Zbójnie i Illieniu i szpital św. Trójcy w Kaliszu. Poza ziemiami polskimi, oprócz pałacu w Dowspudzie i kościoła w Raczkach z 1822 r., na terenach ówczesnej Litwy (obecnie Białorusi) w 1827 r. wzniósł kościół w stylu neogotyckim w Różance koło Lidy.
W 1852 r. poznał nowego arcybiskupa, metropolitę warszawskiego Zygmunta Szczęsnego Felińskiego (przyszłego świętego, kanonizowanego w 2009 r.), członka Rady Państwa - organu, w pracach którego uczestniczył Marconi, pełniąc funkcję architekta rządowego.
Rodzina Marconich została pochowana w Warszawie. Szczątki Henryka i jego żony spoczywają na katolickim cmentarzu na Powązkach, a groby niektórych z jego dzieci i wnuków znajdują się na cmentarzu ewangelickim.
Henryk Marconi, architekt odwołujący się w swojej twórczości do wzorów palladiańskich, pozostawił ogromną ilość dzieł w stylu neorenesansowym, neoklasycznym i neogotyckim. Dawni historiografowie, m.in. Włoch Sebastiano Ciampi i Polak Leonard Chodźko, już w pierwszych dziesięcioleciach XIX w., u zarania jego kariery artystycznej, określali go – pierwszy jako „zdolnego artystę”, drugi jako „człowieka o szczególnym smaku”. (Artykuł Alberta Macchiego i Angela Sołtys , “Gazzetta Italia”, Warszawa, Pażdziernik 2010)


Caricatura di Giacomo Casanova del XVIII secolo

GIACOMO GIROLAMO CASANOVA (Venezia 2/4/1725 – Dux 4/6/1798) è un avventuriero, un alchimista oltre che un amante e corteggiatore instancabile di belle dame, tanto che ancora oggi il suo cognome “Casanova” è sinonimo di “seduttore”.
Come scrittore e poeta si esprime principalmente in francese perché la lingua francese in quell’epoca in Europa è più diffusa dell’italiano. Dichiara infatti: “J'ai écrit en français, et non pas en italien parce que la langue française est plus répandue que la mienne”
Ma egli è un personaggio talmente noto per cui io, qui, mi limiterò a parlare di lui soltanto relativamente al periodo in cui egli ha soggiornato in Polonia.
Giacomo, primogenito di sei fratelli, fa parte di una famiglia di artisti. Suo padre Gaetano Casanova e sua madre Maria Giovanna Farussi sono attore e ballerino lui, attrice e cantante lei, con lo pseudonimo di Zanetta, detta La Buranella, citata anche da Carlo Goldoni nelle sue “Memorie”. Tra i suoi fratelli e sorelle Giovanni, Alvise e Maria Maddalena sono anche loro teatranti, mentre Francesco e Giovanni Battista sono due pittori. L’uno, bene affermato, dipinge principalmente scene di battaglie, ad olio su tela; l’altro, amico di Anton Raphael Mengs, è invece noto come copista e per aver eseguito un disegno che ritrae l'archeologo Johann Joachim Winkelmann.
Allevato dalla nonna materna, Giacomo, alla tenera età di quattordici anni incontra Henriette ovvero Jeanne Marie D'Albert de Saint-Hippolyte, una bella ragazza che rappresenterà il più grande amore di tutta la sua vita.
Dopo aver frequentato corti e salotti di mezza Europa, nell’agosto del 1765 si affilia alla Loggia Massonica di Lione e nell’ottobre dello stesso anno approda a Varsavia proveniente da San Pietroburgo. Qui si propone come Conte Jakob Kasanow a cui aggiunge De Farussi, cognome di sua madre, conosciuta nella capitale polacca perché sedici anni prima ella vi aveva rappresentato con successo, due commedie, nelle vesti di autrice e di protagonista; e si spaccia anche per Jakob Cassaneus Cavaliere di Seingalt, titolo inventato, peraltro d’un feudo inesistente. Indossa poi la Croce dell’Ordine dello Speron d’Oro dei Cavalieri e Protonotari Apostolici, una onorificenza affatto prestigiosa, tanto che il Principe Czartoryski un giorno, durante un banchetto, consiglia a lui di togliersela dal petto per non far la figura del ciarlatano davanti alla folta schiera di nobili presenti. Il papa stesso, che continua a conferire queste croci ai suoi ambasciatori, sa bene che costoro non le porteranno mai e che anzi con esse invece fregeranno i loro camerieri.
Trascorre a Varsavia il Natale e il Capodanno ospite di tanti nuovi amici come il Conte Branicki, Carlo Tomatis, Arnold Byszewski, il Conte Moszyński, la famiglia Czartoryski.
L’anno successivo sotto Carnevale, però, a Wola presso Varsavia, avviene un fatto che segnerà il nostro personaggio nel profondo dell’animo.
Jerzy Łojek nel suo “Strusie Króla Stasia” pubblicato da PIW a Varsavia nel 1961, racconta tutta la faccenda dopo aver confrontato quanto Casanova ha asserito nelle sue “Memorie” con i giornali di quell’epoca a Varsavia, quindi dopo aver verificato che quegli scritti avevano riportato il vero.
Anche Antonio Fichera nel suo “Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria” edito nel 2004 a Roma da Castelvecchi, descrive questo stesso episodio, aggiungendo però ulteriori dettagli.
Dunque: siamo alla fine di febbraio del 1766. Giacomo Casanova corteggia da qualche giorno, senza ritegno, Caterina Gattai, ottima attrice e cantante ma ballerina mediocre, benché questa sia già pubblicamente considerata promessa sposa di Carlo Tomatis Direttore del Teatro Pubblico di Varsavia. Nel contempo insegue Anna Binetti, brava attrice, con un suo rinomato salotto in città, però accanita rivale della Gattai.
I Czartoryski parteggiano per la Gattai mentre i Branicki e Casanova stesso sono dalla parte della Binetti.
Dopo diversi giorni che perdurano certi intrighi, esattamente il 4 di marzo, durante una serata di gala al Teatro dell’Opera col la presenza in sala del Re Stanislao Augusto, Casanova, galante come sempre, entra nel camerino della Binetti malgrado stia sopraggiungendo il Conte Branicki seguito dalla sua scorta, il legittimo pretendente della donna. Valutato il rischio che sta correndo, il nostro avventuriero decide di andare a rifugiarsi nel camerino di Teresa Casacci, un’altra bella donna, attrice e cantante famosa. Ma il Conte lo raggiunge per contrastarlo anche lì. Quindi lo redarguisce chiamandolo “insolente” e “veneziano indolente”. Casanova, si sente profondamente offeso e, d’istinto, vorrebbe rivolgersi al re. Decide invece d’andarsene a casa per evitare complicazioni. Però, essendo un tipo sanguigno, che non accetta soprusi, durante la notte non riesce a dormire dalla rabbia, per cui all’alba invia una lettera a Branicki sfidandolo in un duello all’ultimo sangue, alla pistola e, se non bastasse, alla spada.
Branicki deve accettare la sfida anche se potrebbe rifiutarsi dal momento che sa dei falsi titoli nobiliari del suo avversario. Però teme che Casanova potrebbe, a sua volta, sconfessarlo come conte, in quanto egli, in verità, altro non è che un “parvenu” cosacco, di nome Branecki e non Branicki, col titolo fresco di conte acquisito (“acquistato”) di recente.
Così i due si incontrano, con i rispettivi padrini, in una mattina gelida, nel bel mezzo d’un parco, accanto ad un’altana, nei pressi di Wola. Dopo i riti usuali in queste circostanze, ha immediatamente luogo la sfida tra i due. Risultato: Branicki viene pesantemente ferito ad un fianco. Casanova è meno grave, ma anche lui è stato colpito da un proiettile in un braccio.
A questo punto, stranamente, un contadino, pagato da Branicki, si premura di condurre Casanova con una slitta da Wola a Varsavia, perché possa sottrarsi alla vendetta degli amici e parenti del conte che intanto è già stato soccorso da un chirurgo. Una volta giunto in città, il nostro seduttore viene anch’egli affidato alle cure d’un cerusico e subito dopo trova rifugio in un fienile. La sera però accade un fatto strano. L’amico comune Arnold Byszewski, in preda ai fumi dell’alcool, ritenendo responsabile di ogni cosa Carlo Tomatis, va a casa di questi e gli spara un colpo di pistola senza però, fortunatamente, colpirlo. Spara ancora, ma questa volta ferisce al volto il Conte Moszyński lì presente. Allora fugge spaventato a cavallo.
Casanova per i giorni a seguire viene accolto in un convento sotto la protezione dei Frati Francescani.
Una volta rimessosi dalle conseguenze della ferita, decide di riconciliarsi con Branicki, per cui vuole incontrarlo per ringraziarlo dell’aiuto offertogli e si allontana da Varsavia diretto in Podolia, (l’attuale Ucraina) uno dei territori della Corona di Polonia.
Da quel momento però la buona sorte gli volterà le spalle. Infatti verrà espulso da Vienna prima e da Parigi poi. Incontra il carcere in Spagna e s’ammala in Provenza. Tornato in Italia, viene assistito e curato da Henriette, suo antico amore, che è stata sposata prima con Jean Baptiste Laurent de Fonscolombe, poi con Kaspar Friedrich von Schuckmann, ma che ora è rimasta vedova. Lascia Venezia nel 1783 diretto a Vienna. Due anni dopo, Casanova si trasferisce in Boemia a Dux, l’odierna Duchcov, dove lavora come bibliotecario presso il Castello del Conte Giuseppe Carlo Emanuele von Waldenstein-Wartemberg e dove muore 13 anni più tardi. ("Gazzetta Italia", Varsavia 7/8/2011)

NOTE:
Due vecchie interessanti pubblicazioni che riguardano "Gli Italiani in Polonia nei Secoli" e "I Polacchi in Italia nei Secoli":
- François Louis Foucault du Daugnon, Gli italiani in Polonia dal IX secolo al XVIII: note storiche con brevi cenni genealogici araldici e biografici, Plausi e Cattaneo, Crema 1905-1907, voll. 2
- Maria e Marina Bersano Begey, La Polonia in Italia: saggio bibliografico, 1799-1948, Rosemberger e Sellier, Torino 1949
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ELEFANTI IN EUROPA
In Italia, in Polonia e in Francia
L'elefante di Grodzisko in Polonia
in calcare, con l'obelisco
Elefante di Bomarzo in Italia
nel Parco dei Mostri
L'elefante di Roma in Italia
in Piazza della Minerva
L'Elefante di Catania in Italia
in pieta lavica con l'obelisco egizio
Elefante di Siena in Italia
dipinto o ricamo sullo stendardo della Contrada della Torre, per il Palio nel XVII secolo
In una zona preistorica, non lontana da Cracovia, una regione che comprende l’inaspettato deserto di sabbia a dune nei dintorni di Olkusz, lo spettrale paesaggio roccioso di Jurassik Park con gli scheletri dei suoi manieri e le grotte di Ojców covo di serpenti e pipistrelli, dentro un bosco quasi inaccessibile, situato lungo il suggestivo percorso dei Nidi delle Aquile nella valle del fiume Prądnik disseminata di piante rare e di conchiglie fossili, collocato sopra un’altura rocciosa avvolta dalla vegetazione, appare Grodzisko (1) una minuscola roccaforte di origine medievale, abbandonata, con al centro una chiesa barocca in rovina.
Questo modesto complesso di costruzioni in muratura, fu eretto da Sebastiano Piskorski, (2) un Padre Prebendario di Cracovia vissuto nel XVII secolo, sopra le fondamenta di un Monastero per le Clarisse del XIII secolo fondato dalla Beata Salome, (3) sorella del Re di Polonia Boleslao il Pudico (4) marito di Santa Kinga, il quale monastero, a sua volta, era sorto sopra le rovine di una precedente chiesa in stile romanico fatta costruire, anche questa, da un Re di Polonia, Boleslao il Barbuto.
Per raggiungere questo eremo, il visitatore, dopo un percorso impervio dentro il bosco, deve imboccare un sentiero in salita e continuare finché davanti ai suoi occhi non appare un muro di cinta in mattoni ed intonaco. Oltrepassato questo muro attraverso un ingresso senza alcun impedimento, trova davanti a se la Chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria anch’essa totalmente incustodita. Quindi può tranquillamente entrare e visitare il suo interno in stile barocco e tardobarocco. Quando poi esce, se va oltre, dopo qualche metro, deve attraversare un arco in mattoni rossi che conduce in uno spazio simile ad un cortile. Qui, al centro, davanti ai suoi occhi gli appare, come per incanto, un qualcosa di sorprendente, ma familiare, un qualcosa di straordinario che emoziona e che confonde. È un monumento di calcare bianco scolpito, che riproduce un’opera di Gian Lorenzo Bernini conosciuta in tutto il mondo: l’Elefante con l’Obelisco di Piazza della Minerva a Roma.
Padre Piskorski, tra il 1642 e il 1677, aveva ricostruito questo borgo sulle rovine dell’antica Grodzisko, per fondare un centro di culto, destinato al pellegrinaggio e all’indulgenza, due funzioni particolarmente importanti per quell’epoca. Ma volendo evidentemente dare a questo luogo un tocco di originalità, dopo un viaggio a Roma nel 1669 in cui conobbe personalmente il Bernini, affascinato dalla sua arte barocca, decise allora nel 1686 di collocare in questo sito tale scultura che ricordasse l’Elefante della Minerva, opera che l’architetto italiano aveva realizzato appena diciannove anni prima.
Questo gruppo marmoreo però, a differenza di quello di Roma, doveva fungere da fontana. Infatti, da un’attenta osservazione, si possono vedere ancora oggi scavati sulla scultura due fori: i segni delle tubature nei punti d’ingresso e di fuoriuscita dell’acqua. Sull’obelisco Piskorski fece poi scolpire la frase: “Quae asceno per desertum sicut Virgum – MDCLXXXVIII” e sull’elefante ancora, le parole: “Bonus meum Deus”.
Questo monumento in Polonia (5) – come quello del 1667 in marmo bianco, (6) di Gian Lorenzo Bernini a Roma, come quello del 1736 in pietra lavica e marmo bianco, (7) di Giovan Battista Vaccarini a Catania, ma anche come quello del 1806 in muratura, (8) voluto da Napoleone Bonaparte a Parigi (in cui però l’obelisco fu sostituito da una Torre e che è andato distrutto circa 20 anni fa) ed infine come quello del 1552 in pietra tufacea, (9) di Pirro Ligorio a Bomarzo (in cui anche qui l’obelisco fu sostituito da una Torre) – costituisce il simbolo della potenza e della fama, per alcuni; il simbolo della forza popolare, per altri; il simbolo della saggezza antica unita alla pietà, all’intelligenza e all’equilibrio della mente, per altri ancora.
Ma tra il monumento di Grodzisko e gli altri quattro, ci sono differenze molto rilevanti: questo polacco è in stile tipico prandnico-sarmatico, quello di Roma è barocco-romano, quello di Catania è tardobarocco-punico-egizio-cristiano, quello parigino era in stile imperiale-classico, quello di Bomarzo invece è rinascimentale-romano.
Questo gruppo scultoreo di Grodzisko insomma, può essere considerato un esempio ideale di ripetizione rustica, grezza, dei grandi modelli. C’è da tener presente comunque che per quanto riguarda l’arte periferica e rurale in genere, la Polonia molto spesso offre, disseminati in tutto il suo territorio, esempi di arte locale ispirata ai modelli classici europei e di altre civiltà. (10)
A guardarli con attenzione tutti questi elefanti – come anche quegli altri (11) che si possono trovare in Europa nella pittura, nella ceramica o nell’oggettistica, ciascuno gravato dal peso d’una torre o d’un obelisco – sembra quasi vogliano comunicarci che “PER SOPPORTARE UNA SOLIDA SAPIENZA O UNA DURA BATTAGLIA SI HA BISOGNO DI UNA ROBUSTA MENTE “. ("Quo Vadis", Roma 2004)
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NOTE:
(1) Il borgo medievale di Grodzisko fu fondato dal Re HENRYK BRODATY nel 1228 con, al centro, la Chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Ma nel 1262 questo tempio fu trasformato dal Re BOLESŁAW WSTYDLIWY in Chiesa e Convento di Clausura per le Clarisse, fra le quali andò a vivere sua sorella SALOME. Nel 1281 una parte delle monache si trasferì nel Monastero delle Clarisse di Sącz appena fondato da Santa KINGA e nel 1320 le altre restanti si trasferirono a Cracovia. La Chiesa così abbandonata cadde in rovina finché, tra il 1642 e il 1677, non venne ricostruita da Padre SEBASTIANO PISKORSKI, Professore all’Accademia Jagellonica di Cracovia. Sorse così una nuova chiesa in mattoni e intonaco con una torre eretta proprio sulle fondamenta dell’antica chiesa romanica, con la navata centrale rettangolare e con il presbiterio disposto, contrariamente alla tradizione, verso occidente. A sud venne posta la sacrestia. La navata centrale fu collegata da est con un ingresso rotondo che all’interno costituiva l’atrio. Nel pianoterra della torre fu costruito un porticato ad arco, il cui soffitto venne coperto da volte a culla. Sulle volte furono creati cassettoni decorati con stucchi, nel cui centro vennero rappresentate alcune stelle e alcune corone, due palme a croce e uno stemma del casato LELIWA costituito da una mezzaluna disposta orizzontalmente con sopra una stella. L’Altare Maggiore e i due altari laterali, tutti di marmo, vennero realizzati rigorosamente in stile barocco. L’Altare Maggiore a forma di edicola, realizzato in modo assolutamente originale, comprendeva colonne disposte in prospettiva. Ai lati le statue di San Giuseppe e di San Sebastiano. In alto al centro un quadro della Vergine con Bambino in stile rococò. L’originalità di questo altare fu testimoniata dalla conoscenza e dall’elevazione dell’arte che Padre Sebastian Piskorski manifestò usando l’artificio della prospettiva, come dimostra l’effetto che ancora oggi produce, grazie ad una ”ingegnosa organizzazione dello spazio” che, per l’inventiva, diviene straordinariamente pittoresco. Sul frontale di questo Altare Maggiore un secolo più tardi verrà posto un quadro che rappresenta l’”Incoronazione della Vergine” del pittore FRACISZEK SMUGLEWICZ (1745 – 1807) di cui si conosce un’altra sua opera posta nella Chiesa della Vergine Maria a Chełm, (Giuseppe Carletti, F. Smuglewicz – 1745 – 1807 – dell’album Le Terme di Tito conservato al Louvre con dipinti di F. Smuglewicz,, Stamperia Giovanni Salomoni, Roma 1776) (Pinot De Villecheron e Marie Noëlle, Domus Aurea, le cui pitture murali figurano sull’album Terme di Tito conservato al Louvre e dipinto da F. Smuglewicz, Ed. Franco Maria Ricci, Milano 1998) (Vladas Drema, Pranciskus Smuglevicius, ed. Vaga, Milano 1973, totale pagine 422, con tavole, illustrazioni, ritratti, riproduzioni, pp. 368-404, con sommario in inglese) (Giambattista Spampani e Carlo Antonini, Il Vignola Illustrato, il cui Catalogo di Berlino è inciso da F. Smuglewicz e i cui frontespizio da F. Smuglewicz, Stamperia Marco Pagliarini, Roma 1770). L’altare nella cappella di destra fu edificato a forma arrotondata come l’abside. Qui vi fu posta la statua di marmo di quella Beata SALOME del XII secolo sorella del Re di Polonia BOLESLAO IL PUDICO. Stessa struttura l’altare di sinistra, ma qui vi fu collocata la statua, sempre di marmo, di Santa Maria Maddalena. Pulpito, banchi e confessionali di legno in stile tardo barocco. Sulla parete esterna, ad occidente, fu sistemata, in tempi successivi, una grotta nel cui interno fu rappresentato l’”Orto degli Ulivi con Cristo che prega l’Angelo”. All’esterno in alto, ai lati della torre, sulle volute, furono disposti due piccoli obelischi. La Chiesa poi fu contornata da una cinta rettangolare di mura, con gli angoli arrotondati a nord, comprendente due portali barocchi. Sopra gli angoli vi furono poste cinque statue barocche del 1677: di COLOMANNO Re d’Ungheria, di Beata KINGA, del Re di Polonia BOLESLAO IL PUDICO, dell’altro Re di Polonia ENRICO IL BARBUTO e di Santa JADWIGA di Slesia. Sulla colonna davanti all’entrata fu collocata la statua di Santa CHIARA, colei che dette il nome alle Clarisse. Ad occidente della Chiesa fu realizzato un piano più basso di livello, come un cortile, delimitato da mura comprendenti alcuni archi barocchi. Al centro di questo cortile fu posta una scultura di pietra calcarea, risalente al 1686, che raffigura un elefante che porta sulla schiena un obelisco, fatto scolpire da Padre SEBASTIANO PISKORSKI, ad opera di qualche artigiano locale. Ad occidente successivamente fu costruita una casa di preghiera decorata da affreschi e con una statuina della Beata SALOME, comprendente tre grotte con stalattiti chiamate: Grotta di San Giovanni, Grotta della Morte di Maria e Grotta di Santa Maria Maddalena. Per la presenza di un pericoloso dirupo roccioso senza uno spazio agibile dietro il presbiterio della chiesa, fu costruita colà una piattaforma praticabile, concepita secondo le regole dell’asse di veduta, tale da ottenere così uno spazio ampliato in modo prospettico. Nel versante sud della collina infine, fu collocato un eremo della Beata SALOME in miniatura del XVII secolo accanto ad un’altra cinta di mura medievali preesistenti.
(2) SEBASTIAN JAN PISKORSKI: (Cracovia 1636 – Cracovia 1707) Stemma Dołęga. Membro della nobile famiglia SKAWINA presso Cracovia. Agiografo. Prete Prebendario, divenne Canonico di Cracovia e Professore all’Accademia Jagellonica. Nel 1660 acquistò il titolo di Baccelliere e nel 1664 quello di Maestro d’Arte e di Dottore di Filosofia. Nel 1668 fu membro del Collegio Minore. Tra gli anni 1664 e 1668 ha lavorato come docente di poesia e di retorica nella scuola di Nowodworski. Poi si recò in Italia all’Università La Sapienza dove ottenne il titolo di Dottore in Giurisprudenza Canonica e Civile. Quando ritornò a Cracovia fu nominato Membro del Collegio dei Gesuiti. A Poznań fu Direttore dell’Accademia di Lubrański dal 1672 al 1675. Dal 1683 lavorò come Professore di Giurisprudenza Canonica e Civile all’Accademia di Cracovia. Maestro di casa di famiglie nobili, in particolare di quella di GIOVANNI SOBIESKI III in cui fu educatore di JACOPO e ALESSANDRO SOBIESKI, figli del re. Fu anche Maestro di GIORGIO e di CARLO RADZIWIŁŁ. Fece un viaggio in Italia e giunse a Roma. Tornato in Polonia, grazie all’aiuto finanziario che ricevette da CATERINA RADZIWIŁŁ madre dei suoi allievi GIORGIO e CARLO, riuscì a pubblicare nel 1688 una sua opera importantissima, “Le Vite dei Padri”. Dal 1693 fino al 1699 ebbe per ben sei volte la funzione di Rettore dell’Accademia di Cracovia. In quest’occasione scrisse alcuni testi e diresse personalmente la ristrutturazione dell’Accademia di Sant’Anna a Cracovia durata dal 1692 al 1703. Nel 1692 è anche Canonico del Duomo di Cracovia. Grande conoscitore dell’Architettura, ha progettato e diretto i lavori per la costruzione della Chiesa a Zębocin e della Chiesa a Grodzisko, dove, nel 1686, in un cortile ha fatto collocare un elefante di pietra sormontato da un obelisco, simile a quello del 1667 di GIAN LORENZO BERNINI di Piazza della Minerva che aveva ammirato a Roma nel 1669. È morto a Cracovia il 18 agosto del 1707 ed è stato sepolto nella Chiesa di Sant’Anna della stessa città. Tra le sue opere letterarie figurano: “Dissertazioni sulla Giurisprudenza e Panigirici”, ”La Questione dei Giudici”, “Le Vite dei Santi”, “Le Vite dei Padri” pubblicata nel 1688, “Flores Vitae”, “Beatae Salomeae Virginis” e “Barlaan i Joasaph Zywot i Wstepem Poprzedzil Jan Janów”. L’wów, na kl. Towarzystwa Naukowego 1935. SEBASTJAN PISKORSKI, Libro II della parte I di Zywoty Oyców abo dziele y dychowne powiesci starców zakonników pustelników wschodnich. Pubblicato da SEBASTJAN PSIKORSKI, Kraków 1688. Ha scritto anche sull’eremita ALESSANDRO SOBONIEWSKI famoso traduttore in forma poetica delle Sacre Scritture.
(3) SALOME (Cracovia 1211 – Grodzisko 17/11/1268), Principessa di Polonia, nasce a Cracovia nel 1211. È figlia del Re di Polonia LESZEK BIAŁY di Sandomierz (1202 – 1227) e della Duchessa GRZYMISŁAWA, Cinqie anni più tardi nasce suo fratello BOLESLAO IL PUDICO futuro Re di Polonia. Nella primavera del 1214, a soli tre anni, viene promessa sposa a KÀLMÀN ossia COLEMANNUS (Budapest 1208 - 1241) figlio, di sei anni, di ANDREA II Re d’Ungheria. E nell’autunno dello stesso anno, ottenuta l’autorizzazione da parte di Papa INNOCENZO III, i due si sposano con una cerimonia officiata dal Vescovo di Strigonia. Ia loro unione però dura meno di tre anni, perché la loro città viene occupata dal Principe Ruteno MISTISŁAW che fa prigioniero COLEMANNO. Ma presto il giovane viene liberato, per cui può far ritorno alla Corte di Ungheria dove può riabbracciare la sua sposa. All’età di nove anni lei e di dodici anni lui, con un solenne giuramento entrambi si impegnano, malgrado il matrimonio, di mantenersi casti per tutta la vita. Quando SALOME compie sedici anni, quindi la maggiore età, i due riconfermano il loro giuramento di castità. COLOMANNO finchè e vivo suo padre governa la Dalmazia e la Slavonia. Comunque insieme a sua moglie, in Ungheria, è impegnato a proteggere i Conventi dei Francescani e dei Domenicani. Ma nel 1241, all’età di 33 anni, COLOMANNO muore in una battaglia contro i Tartari. Allora SALOME, un anno più tardi, lascia l’Ungheria e se ne ritorna in Polonia. Nel 1245 decide di frequentare, come laica, il Monastero delle Clarisse di Sandomierz. Poi nel 1245, assieme a suo fratello BOLESLAO IL PUDICO divenuto Re di Polonia, fonda una Chiesa con un Convento dei Francescani a Zawichost e un Ospedale e un Monastero delle Clarisse del secondo Ordine con la regola di San Francesco, in cui entra a fare parte come monaca ella stessa. Prima dell’invasione dei Tartari, nel 1259, una parte di queste monache trasloca a Grodzisko vicino a Skała, dove SALOME fonda un nuovo monastero. SALOME vive ancora ventotto anni nella pace di questo monastero ed è modello di santità, di abnegazione, di umiltà e di carità per tutte le altre consorelle. Diviene Badessa, carica che manterrà per molti anni. Il 17 novembre del 1268 ha una apparizione della Vergine e di Suo Figlio che la esorta a mantenere la purezza d’animo, la carità, il distacco dalle cose del mondo. Quello stesso giorno muore e le sue consorelle vedono come una stella che esce dal suo corpo e si dirige verso il cielo. Papa Clemente X approverà il suo culto il 17/5/1673. I suoi resti oggi si trovano nelle chiese dei Francescani a Cracovia. La sua festa ricorre il 18 novembre. (Giuseppe Maria Lancisi, Sonetto per Beata Salomea, Stamperia del Pubblico, Siena 1673)
(4) BOLESLAO V IL PUDICO (Cracovia 1226 - 7/12/1279) Re di Polonia. Nel 1239 sposa la futura Santa KINGA (Esztergom 1224 – Sącz 24/7/1292) figlia del Re d’Ungheria BELA IV che è stata educata dalla Duchessa GRZYMISŁAWA, sua madre e madre della futura Beata SALOME. Insieme scelgono di conservare la castità per tutta la vita. Dal 1241 al 1242 BOLESLAO V è impegnato a resistere all’invasione dei Mongoli chiamati Tartari. Ma tornata la pace, assieme a sua moglie, si impegna con tutte le sue energie presso il Tribunale Ecclesiastico per la Causa dei Santi a favore di STANISLAO VESCOVO (1030 –1079) e di EDVIGE DI SLESIA (1174 – 1243) finché, nel 1253 l’uno e alcuni anni dopo l’altra, vengono entrambi canonizzati. Nell'anno 1257 poi concede il privilegio di "locatio civitatis" permettendo così alla città di Cracovia di sorgere. Quando nel 1279 muore, sua moglie KINGA si fa monaca così fonda il Monastero delle Clarisse a Sącz dove nel 1281 si trasferiscono gran parte delle sorelle del Monastero di Grodzisko. Il 24 aprile 1289 prende gli ordini. Ed ecco subito che fa i suoi primi miracoli. Infatti viene alla luce una miniera di salgemma a Bochnia che darà lavoro a tutti gli abitanti della regione e sgorga una provvidenziale fonte di acqua purissima dentro l’area del suo monastero.
(5) L’Elefante con l’Obelisco di Grodzisko è costituito da una scultura di pietra calcarea, realizzata da qualche artigiano della Vallata del fiume Prądnik nella regione di Cracovia, ma commissionata e su disegno dell’Architetto Padre SEBASTIAN JAN PISKORSKI nel 1686, il quale volle riprodurre l’Elefante della Minerva del BERNINI, essendo rimasto affascinato da quell’opera barocca che aveva ammirato durante un suo viaggio a Roma nel 1669. Questo gruppo scultoreo però, a differenza di quello di Roma, doveva fungere da fontana, la cui acqua zampillava dall’estremità della coda dell’elefante. Da notare che gli altri monumenti con elefanti con obelischi o torri che seguirono questo polacco, come quello di Catania del secolo successivo e quello di Parigi di due secoli più tardi, tutti furono destinati a fungere da fontane. Quest’opera fu posta in un cortile accanto ad una chiesa e ad un antico convento ristrutturati, dentro la roccaforte, ancora circondata da un muro di cinta, di Grodzisko.
(6) L’Elefante con l’Obelisco di Roma è un gruppo marmoreo che scaturisce da un progetto di GIAN LORENZO BERNINI (Napoli 7/12/1598 – Roma 28/11/1689), dopo che Papa ALESSANDRO VII aveva scartato quello dell’architetto domenicano Padre DOMENICO PAGLIA. Questo monumento è stato realizzato nel 1667 da ERCOLE FERRATA. Esso è costituito da un elefante in marmo bianco che sorregge sulla groppa un obelisco in granito rosso con incisi geroglifici egizi. L’obelisco, creato in Egitto nel 589-570 a. C. e dedicato al Faraone Ofra (VI secolo a. C.) nominato nella Sacra Scrittura: Ger. 44,30, venne ritovato nel 1665 a Roma dai Domenicani nel giardino annesso alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Questo monumento è chiamato dai romani “il pulcino della Minerva” dopo che nel XVII secolo il popolo lo difinì “il porcino della Minerva” per la sua figura appesantita a causa di un sostegno posto sotto il ventre benchè questo fosse stato poi mascherato dal BERNINI scolpendovi su una gualdrappa. Su uno dei lati della statua, un’iscrizione dice: “è necessaria una robusta mente per sorreggere una solida sapienza”.
(7) L’Elefante con l’Obelisco di Catania è un gruppo marmoreo con la figura di Sant’Agata e i suoi stemmi, opera di GIOVAN BATTISTA VACCARINI (Palermo 1702 – Milazzo 12/2/1768). Questo monumento è stato realizzato nel 1736 ed è stato posto nella Piazza del Duomo per fungere da fontana. Dai catanesi è chiamato “u liotru”, parola che dericerebbe da “Eliodoro” il nome del mago che secondo la leggenda cavalcava sempre un elefante. Qui l’elefante è il simbolo della sconfitta dei cartaginesi venuti a conquistare la città con i loro giganteschi pachidermi africani, l’obelisco invece rappresenta la grande civiltà degli egizi. L’elefante è di pietra lavica e l’obelisco è di granito di Siene. Il primo risale all’epoca romana, il secondo a quella egizia. Questi due elementi separati, circa duemila anni fa, decoravano la spina del Circo Massimo a Roma.
(8) L’Elefante con la Torre di Parigi, ancora un modello in gesso di una fontana, fu ordinato da NAPOLEONE BUONAPARTE (Ajaccio 15/8/1769 - Sant’Elena 5/5/1821). Questo modello, che scaturì dopo diversi progetti e saggi di fusione, fu realizzato nel 1806 e accantonato in un angolo della Piazza della Bastiglia a Parigi, luogo dove il monumento definitivo doveva essere effettivamente collocato. Questa scultura, divenuta l’abitazione di Gavroche nei “Miserabili” di VICTOR HUGO, dimenticata dal 1814, consumata dalle intemperie e dal tempo, è andata totalmente distrutta soltanto venti anni fa. Era un gran bel monumento, quantunque non fosse che un modello, in gesso, ma già costruito con travi e muratura, costituito da un elefante alto quaranta piedi, recante sul dorso una grossa torre.
(9) L’Elefante con la Torre di Bomarzo è opera di PIRRO LIGORIO (Napoli 1510 – Ferrara 30/10/1583) Questa scultura di pietra tufacea è stata realizzata nel 1552 e posta dentro il Parco degli Orsini. Essa sta a rappresentare l’elefante fortificato con cui Annibale sbaragliò le legioni romane, ma vuol rievocare anche l’immagine di quegli elefanti dell’esercito di Pirro Re dell’Epiro che arrivarono in Italia.
(10) Tutte le riproduzioni del XVIII e del XIX secolo, solitamente in un formato ridotto, come: la Tomba di Cecilia Metella di Roma dentro il Parco di Villa Królikarnia a Varsavia, il Pantheon di Roma e il Tempio della Sibilla di Tivoli nel Parco di Puławy, la Piramide di Ghiza (come monumento funerario di un eccentrico signore aristocratico del passato) nel Parco di Gorlice, la Casa di Loreto nel Parco della Chiesa di Gołąb, la statua del Cristo di Rio de Janeiro nella campagna di Mała presso Tarnów, il Circo di Massenzio con le spine e un tronco dell’Acquedotto Romano nel Parco dell’Arcadia presso Nieborów, il quadro della “Madonna dei Pellegrini” di Caravaggio nella Chiesa di Frombork E così via…
(11) Elefante con Torre, statuetta in argilla chiara con ingobbio bianco del II–I secolo a. C. da Pompei, alta circa 35 cm., presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli - Elefante con Torre, decoro su un piatto in terracotta, detto Piatto di Capena, presso il Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma - Elefante con Obelisco, una incisione del 1499 sul libro dal titolo “Hypnerotomachia Poliphili” di FRANCESCO COLONNA, edito da ALDO MANUZIO, nell’Archivio di Roma - Elefante con Torre, disegno a colori, della metà del XIII secolo, sul “Bestiario” , manoscritto nr. 764 di Bodley - Elefante con Torre, disegno per una macchina di scena, a forma di elefante con torre, che sputa fuochi pirotecnici, di G. L. BERNINI, comparsa in piazza di Spagna a Roma il 21 e il 22 ottobre del 1651 in occasione della nascita di A. MARGHERITA TERESA figlia di FFILIPPO IV DI SPAGNA - Baldacchino costituito da un elefante con torre, del 1625, allestito per la canonizzazione di Elisabetta del Portogallo - Elefante con obelisco, apparato per la Festa di fuochi artificiali in occasione della nascita dell'infanta di Spagna - Elefante con Torre, in un quadro del XIX secolo intitolato “Ritratto del Barone VIVANT-DENON tra le sue raccolte”, di BENJAMIN ZIX, presso il Museo del Louvre a Parigi - Elefante con Obelisco, un opera del XIX secolo in malachite e bronzo dorato, di 50 cm. di altezza, presso la Collezione di ALESSIO e PATRIZIO BERTI, a Scandicci vicino a Firenze - Elefante con Obelisco, un’opera del XIX secolo in marmo colorato di 100 cm., di BENEDUCE, presso la Galleria di PAOLO IPPOLITO, a Roma - Elefante con Obelisco, in un quadro del 1944 intitolato “Sogno dal volo d’un ape”, olio su tavola, cm. 51x41, di SALVADOR D’ALI’, presso la Collezione THYSSEN a Lugano in Svizzera.

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SCRITTI INEDITI:

LA CITTADINA DI FUMONE
Con il suo Castello Caetani
Foto di Giovanni Lattanzi (da http://www.archart.it/archart/italia/lazio/provincia%20Frosinone/Fumone/foto-fumoneC003.html)
”Marchesino Longhi imbalsamato”

Nel Castello, già Maniero del X secolo, appartenuto alla Famiglia dei Caitani e ai Marchesi Longhi De Paolis
Cittadina dei Monti Ernici, con circa 2000 abitanti, in provincia di Frosinone sulla strada tra Alatri e Fiuggi raggiungibile col servizio locale di autobus dalla stazione ferroviaria di Ferentino sulla linea Roma Termini-Napoli o dalla fermata degli autobus dell’Acotral, sempre a Ferentino, sulla linea Roma Anagnina-Frosinone. Questa cittadina, racchiusa da mura con porte e bastioni, ha origini oscure e antichissime. Un castello di pietra appartenuto alla famiglia Caetani, è situato sopra la rocca, a 800 metri d’altitudine. Dal XVI secolo è abitato dai Marchesi Longhi De Paolis. Già maniero dal X secolo fu usato fino al XVI secolo come antiguardo verso il Mezzogiorno e come prigione pontificia. Nel XVII secolo il castello venne arricchito d’un giardino pensile, il secondo più alto in Europa, costruito sui torrioni dell’antico maniero; è denominato “Babilonia” e si sviluppa su 3500 mq. Da qui si può godere della vista d’un ampio panorama con ben 43 paesi tutt’intorno. E proprio di quassù venivano fatte le fumate, che hanno dato il nome alla cittadina, per avvertire le popolazioni sottostanti del pericolo di invasioni nemiche. Si diceva infatti a quei tempi ”Quando Fumone fuma la campagna trema”. Questo giardino ancora oggi è considerato luogo di protezione, d’amore e di fortuna. Infatti i visitatori sono soliti toccare una pietra portafortuna che emerge dal terreno dove venivano fatti ardere i fuochi che appunto con le loro fumate salvavano tante vite umane. E un albero di trecento anni nato dalla fusione di due alberi che si sono abbracciati, è ancora lì a simboleggiare l’amore eterno. Quindici sale del piano nobile del castello, tutte intercomunicanti, sono oggi utilizzate come ristorante. In una saletta è conservato dentro un mobile il corpo imbalsamato col viso ricoperto di cera, d’un bambino di appena cinque anni, della famiglia Longhi del 1700, assassinato con l’arsenico dalle sue sette sorelle per impedire che questi ereditasse da solo, in quanto unico figlio maschio, tutte le ricchezze della famiglia. Accanto al corpo sono conservati alcuni giocattoli e vestiti che appartennero al bambino. Oggi il suo fantasma vaga ancora ogni notte senza pace nel castello in attesa forse d’una degna sepoltura che lo conduca definitivamente ad un giusto sonno eterno. All’interno del Castello c’è ancora una cappella e la prigione dove Papa Bonifacio VIII fece rinchiudere Papa Celestino V che aveva rinunciato alla Tiara Pontificia, fino alla morte avvenuta nel 1296. Nella cappella, visitata da Papa Paolo VI nel 1968, sono custoditi un frammento del corpo di Celestino V e un suo dente. Qui nei giorni 30 e 31 ottobre del 1968 la sua salma, trasportata dalla Chiesa di Sant’Onofrio di Sulmona dove giaceva, è stata esposta prima di essere trasferita definitivamente nella Cattedrale dell’Aquila dove si fa ricorrere il 28 agosto di ogni anno la Festa della “Perdonanza” in ricordo di Celestino V. Nel febbraio del 1999 sembra sia stato appurato che la morte di Celestino V è avvenuta non in modo naturale come s’era sempre creduto, ma perché gli fu conficcato un chiodo nel cranio. Dentro le mura della cittadina, oltre alle antiche case medievali in pietra, ci sono la Chiesa della Santissima Maria Annunziata con una copia del quadro della Madonna del Perpetuo Soccorso il cui originale è conservato a Roma presso il Santuario di Via Merulana e la cui festa ricorre il 5 novembre di ogni anno e quella di San Gangarico del XVI secolo. (Alberto Macchi, Articolo, Roma 1999)
PARCO DELLA CAFFARELLA A ROMA
Nella Campagna Romana
Capo di Bove nella Campagna Romana
Targa che indica tale località, dove arrivò la punta estrema della colata lavica dell'antico Vulcano dei Castelli Romani
Entrando dalla Via Appia Nuova e procedendo verso destra si incontra subito un casale del 1700, caratteristico della Campagna Romana col suo colore rosso mattone. Si sorpassa un Ailanto, una pianta arborea originaria della Cina con fiori bianchi dalla forma di grosse campanule; è chiamata anche "Albero del Paradiso". Sopra un colle a destra, appare il Casale Tarani, originale del 1600, con una facciata barocca e qualche pianta di Fico d'India nell'orto.(La famiglia Tarani forse è originaria della provincia di Rieti). Prati di Malva, Fiori Bianchi (Ombrellifere) di Carote Selvatiche, piante di Sambuco e un rampicante dai fiori a campanule bianche detto Vitalsa. Sempre sulla destra, si erge dentro un prato una Cisterna Romana a forma rettangolare del II secolo d.C. eretta da Antonino Pio. Un viale con Olmi e poi Lecci e Querce, tre alberi che si rassomigliano. Prima dei campi coltivati a carciofi, si scorge il Gigaro dai fiori come Galle di colore verde-giallo. Alberi di Fico, Aceri. Mucche, Cavalli, Capre e Pecore che pascolano, Colombe Bianche a coppie, Tortore e Cornacchie, Lucertole Bisce, Bruchi delle Falene, Farfalle Cavolaie, moscerini. Ancora Felci, marroni d'inverno e verdi d'estate, Cicuta e Stramonio, due piante velenosissime, là dove ci sono intere zone di Tufo Litoide Lionato (detto così perché di colore rosso leone) derivato dalle eruzioni di polvere vulcanica di 7000 anni fa che qui s'è venuta a depositare dai Castelli Romani. Ma il monumento più caratteristico della Caffarella è il Casale della Vaccareccia, una costruzione del 1500 contornata da mura, che comprende anche un antico Granaio in muratura più recente e una torre medievale del 1200. In questa fattoria appartenuta per lungo tempo alla famiglia dei Caffarelli originari di Napoli, sono custoditi tanti animali da cortile, come Galline, Oche, Maiali, Cani e Gatti. Su un muro delle stalle c'è ancora una targa in pietra con lo stemma della famiglia Torlonia raffigurante la stella cometa. Più avanti, dopo un viale di Pioppi, tra cui si eleva l'unico Platano di tutto il territorio, ci sono il Fiume Almone col ponte del II secolo d.C. e i Canali di Irrigazione costruiti dalla famiglia Torlonia succeduta ai Caffarelli. Gli ultimi proprietari della Caffarella sono stati i Gerini. Proseguendo il cammino, a destra si scorgono accanto ad un campo di carciofi, alcune collinette dove sotto esiste una Necropoli Romana. La Fonte della Ninfa Egeria, amante di Numa Pompilio, appare imponente davanti, fra Canne, Ortiche e Rovi di More, appena dopo un altra Fonte d'età romana, situata in alto su un colle a destra. Proprio di fronte alla Fonte Egeria un tempo c'era il Lagus Salutaris, dove i malati si immergevano per curare infinite malattie. In tutto il territorio ci sono altre 12 sorgenti di acque minerali. Sulla sinistra appare una collina di Tufo con Grotte utilizzate dagli antichi Romani come depositi. Orazio menziona questa zona parlando del Fiume Almone e del Boschetto Sacro, di Lecci, che appare più avanti, sulla nostra destra, creato da Erode Attico. Due di quei Lecci risalgono a quell'epoca, cioè a II secolo d.C. Di fronte al boschetto, la Chiesa di Sant'Urbano Vescovo dell'VIII secolo d.C. sorta sul tempio del II secolo d.C. dedicato alla Dea Cerere e alla Regina Faustina, figlia di Antonino Pio, divinizzata dopo la morte. All'interno affreschi ben conservati con una straordinaria immagine della Madonna. Da qui si scorgono, una Cisterna Romana, il Circo di Massenzio con la tomba di Romolo figlio di Massenzio, la Tomba di Cecilia Metella, la Porta San Sebastiano con le Mura Latine e l'Acquedotto Romano, oltre al mare di Ostia e ai Castelli Romani all'orizzonte. Da notare che la Chiesa di Sant'Urbano è detta "Tempio dei Barberini" perché restaurato dai Barberini. Accanto al Casale Tarani c'è la Vasca con mosaici in ceramica sempre del II secolo d.C. dove venivano esposti alcuni pesci come in un acquario. Entrando dalla Via Appia Antica si incontra la Chiesa del Quo Vadis. Proseguendo si vede la Cappelletta del Cardinal Reginald Poe eretta come ex voto per esser sfuggito ad un attentato perpretato ai suoi danni da Enrico VIII. Addentrandosi si vede l'albero esotico dalle bacche viola, dolci che allappano, detto Bagolaro o Spaccasassi, il Gelso del Baco da Seta, la Quercia sforacchiata dalle Cerambici, le foglie grandi, come tropicali opache del Farfaraccio e l'Equiseto, pianta dell'Età del Carbonifero di 400 milioni di anni fa. A sinistra il Tempio del Dio Redicolo con attaccata la Valca del XVI secolo, un mulino con la ruota di pietra usato durante la peste del 1656 per strizzare i panni infetti e utilizzato sempre per lavare i panni fin nel 1948 durante la seconda guerra mondiale. A destra si estendono i Pratoni sotto cui si trovano le Catacombe di Pretestato dove furono trovate le ossa del Vescovo Martire Urbano. In cima ai Pratoni si erge un Ninfeo da dove stranamente sgorgava una fonte d'acqua. Di fronte il cosiddetto Boschetto, sulla cui sommità c'è un grosso Cedro del Libano che sta ad indicare un Cimitero Ebraico del II secolo d.C.. Nel versante opposto, dopo aver oltrepassato il Colombario Costantiniano del III secolo d.C. e la Torre Medievale del XIII secolo col ponte distrutto sull'Almone, c'e il Costone di Tufo e Pozzolana, con i Cunicoli dell'Acqua di scarico costruiti dagli Antichi Romani da cui sporgono le uniche ginestre della Caffarella fra campi di Mentuccia e Verbasco (pianta verde-grigia vellutata con fiori alti fino a 2 metri). Qui c'erano le Cave dove i Romani estraevano la Pozzolana per fabbricare i Laterizi. Lì c'è il Fosso dell'Almone detto dei Cessati Spiriti, creduto una dimora delle Streghe, in verità un antico covo di briganti prima e scippatori e prostitute poi. (Alberto Macchi, Articolo, Roma 1998)
ROMA SEPOLTA
Come appariva il Territorio del IX Municipio nel periodo che va dal II secolo a. C. fino alla caduta dell'Impero Romano
Mercato del Pesce dell'Antica Roma
sotto il Portico di Ottavia.
Al di fuori delle Mura Aureliane, oggi si estende una Roma prevalentemente assalita dal cemento, in tutto e per tutto simile ad altri quartieri della stessa città. Ma questo territorio, che oggi costituisce il IX Municipio, già dal II secolo a. C., per tutto il periodo di Traiano, di Adriano e degli Antonini e ancora dopo, fino alla caduta dell'Impero Romano, era costituito dal "Suburbio", un complesso di villae rusticae appartenenti ai nobili e ai ricchi personaggi del tempo, sontuose case di campagna dotate di parchi, di cisterne per l'approvvigionamento dell'acqua e qualche volta anche di piccole terme private, come la Villa di età repubblicana, i cui ruderi sono stati rinvenuti nei pressi di Via Polpulonia e la residenza di Erode Attico situata nella Valle dell'Almone (poi diverrà una tenuta agricola di proprietà della famiglia dei Caffarelli, luogo che durante i secoli XVII, XVIII e XIX assumerà il nome di "Campagna Romana" e che sarà meta di parecchi viaggiatori del Grand Tour, provenienti da tutta Italia e da tutta Europa, come il poeta italiano Giovanni Briccio, lo scrittore tedesco J. W. Goethe, lo scrittore britannico Lord Byron, la pittrice svizzera Angelica Kauffmann, il principe polacco Michele Poniatowski, lo scrittore francese Stendhal o quello danese H. C. Andersen).
Ancora, all'interno di questo territorio sorgevano tre acquedotti, due dei quali tuttora ben conservati, quello Marcio e quello Claudio. Del terzo, quello Antonino, restano soltanto alcuni ruderi di un arco all'interno di un palazzo sulla Circonvallazione Appia e tracce di due tronconi a Piazza Galeria, alcuni templi, come il Tempio di Cerere e Faustina, alla Caffarella, che oggi conosciamo come Chiesa di S. Urbano Vescovo, alcuni mulini, come la Mola della Porta nei pressi di Porta Asinara, alcuni mausolei, come e il Mausoleo detto Torre dell'Angelo sulla Via Latina all'incrocio con via Vescia, e quello a forma di parallelepipedo nei pressi di Largo dei Cessati Spiriti, qualche ninfeo, come quello della Fonte Egeria, alla Caffarella, alcune cisterne come quella rinvenuta nel cortile di un condominio in Via Elea o quella inglobata dentro il casale Rampa in Via Tor Fiscale. E poi c'erano i corsi d'acqua, come l'Almone, considerato allora un fiume sacro, che oggi scorre ancora all'interno del Parco della Caffarella e la Marrana, torrente che è stato coperto, ma che invece allora scorreva in superficie lungo il percorso dell'attuale asse Via Taranto-Via Magna Grecia C'erano i laghi, come il Lacus Decennii (lo chiameranno "Lo Pantano" a partire dal basso medioevo), le Catacombe come quelle dei SS. Gordiano ed Epimaco, una serie di gallerie sotto i fabbricati tra l'attuale Via Latina, Vicolo dell'Acqua Mariana e Via Acaia, quella di Tertullino che si estende da Via Latina a Via Numanzia a Via Tabarrini fino oltre la Circonvallazione Appia, quella di Aproniano tra Via Latina e Via C. Correnti; infine l'Ipogeo (vasta camera funeraria sotterranea) di Trebio Giusto rinvenuto in Via Mantellini.
E due zone riservate ai sepolcri, come i Colombari tra Via Taranto e Via Pescara e il complesso funerario delle Tombe Latine nel parco in Via dell'Arco di Travertino.
Un'area, ancora, fu riservata agli edifici per gli spettacoli, come l'Anfiteatro Castrense inglobato dentro le Mura Aureliane in Via Castrense all'incrocio con Via Nola e il Circo Variano, dal nome dell'Imperatore Vario Avito Bassiano noto come Eliogabalo, i cui resti si trovano sepolti sotto Piazza Lodi e dintorni, che era disposto parallelamente alla Via Casilina.
Le strade principali che traversavano il "Suburbio", oltre alle consolari Via Latina Vetus, Via Campana (l'attuale Via Appia Nuova) e Via Tuscolana, erano, la Via Metropi (successivamente verrà chiamata Via Metronia o Gabiusa), corrispondente pressappoco all'attuale asse Via Gallia-Via Etruria, la Via dei Canneti corrispondente all'odierna Via Taranto e la Via Asinara, quella, ormai scomparsa, che passava sotto la Porta Asinara.
I quartieri, poi, che costituivano il mosaico di questo territorio, erano quello di Porta Libera et Castangiola all'inizio della Via Latina, quello di Cerchio Vetere all'inizio della Via Tuscolana, quello della Marmorea nella Valle delle Noci lungo il fiume Almone, quello di Decennie intorno a Porta Metronia e, quello più popolato, di Mons Calcatorius, (che successivamente chiamato "Contrada dei Tre Pizzi", da cui Treppiccione) all'inizio della Via Campana (che oggi riguarda l'area compresa tra Piazza dei Re di Roma, Piazza Tuscolo, Ponte Lungo, Via Taranto e Porta San Giovanni) dove, in corrispondenza dell'attuale Via Ceneda, sorgeva appunto il Monte Calcatorio, una collina interamente ricoperta di vigneti della vite del tipo vinifera silvestris, con sopra una serie di casupole utilizzate per la pigiatura dell'uva. Il vino che qui veniva prodotto poteva essere del colore albus (bianco), fulvus (biondo) o niger (rosso scuro) e poteva risultare sia fugiens, (debole), sia crassum (pesante), che ardens (fortemente alcolico), comunque dello stesso tipo di quello prodotto nelle vicine città di Marino e Frascati.
Il metodo di produzione di questo vino era alquanto elaborato Già prima della fermentazione infatti, il mosto veniva mescolato con pece, con resine o con miele e diluito con acqua di mare o comunque con acqua di fonte e sale. Poi questa miscela veniva "condita" con erbe aromatiche come rosmarino, lauro, mirto, ruta, o con spezie come pepe, cannella, chiodi di garofano e qualche volta anche con l'aggiunta di essenza di petali di rose. Poi, per finire, si versava il tutto nelle anfore dove all'interno era stato spalmato il bitume, in modo da aggiungere a una tale bevanda, già tanto "intrugliata", anche quest'ultimo "aroma".
Il vino puro comunque esisteva, ma non circolava davvero fra il popolo. Esso, espressamente prodotto con le uve migliori e con la semplice pigiatura dei piedi, veniva bevuto soltanto durante le libagioni nelle case patrizie ed era sempre un vino novello, non trattato in alcun modo. C'era poi un vino particolarmente dolce ottenuto con uve disseccate, anche questo andava bevuto puro.
Quello da conservare per poi essere distribuito (che andava lasciato invecchiare da un minimo di sette anni ad un massimo di venti) o da esportare, invece, si ricavava dalle uve comuni schiacciate con il torchio e, oltre a tutti i trattamenti che ho descritto sopra, doveva essere anche bollito, altrimenti così al naturale, si sarebbe presto trasformato in aceto.
I nostri antenati non usavano far invecchiare, come facciamo noi, il vino in botti di legno, ma erano soliti custodire questa preziosa bevanda in appositi recipienti di terracotta detti dolia.
Dunque, questo vino così carico, una volta giunto nelle cauponae, ossia nelle osterie e nelle taverne che pullulavano nei pressi del bivio tra la Via Tuscolana e la Via Campana (oggi Largo Sulmona), prima di essere servito nei crateri o nei bicchieri veniva ancora addizionato di acqua piovana calda o di neve per ridurre così la sua densità, il gusto troppo forte e il contenuto alcolico.
Tutta la zona era abitata prevalentemente dai Vinaria, ossia dagli osti e dai trattori. E loro clienti erano i viaggiatori, i soldati e i mercanti che ogni giorno percorrevano le due strade consolari. Qui, inoltre si svolgevano le feste celebrative del vino, dette Vinalia, dedicate ogni anno a Venere il 19 agosto e a Giove il 23 aprile.
Concludo elencando i nomi delle Porte disposte lungo le Mura Aureliane, che già da quei tempi erano comprese nell'attuale territorio del IX Municipio. Esse erano, Porta Furba (dal latino furbus = ladro), Porta Majore, Porta Asinara Lateranensis (solo nel 1574 vi fu costruita accanto la Porta San Giovanni), Porta Metropii (Metronia), Porta Libera (Latina) e Porta Appia (poi detta "Accia" e più avanti "San Sebastiano"). (Alberto Macchi, Articolo, Roma 2001)
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Spettacolo e non solo... teatro, cinema, televisione, ma anche storia, poesia, arte e... fantasia
Rubrica a cura di Alberto Macchi
Spektackl i nie tylko... teatr, kino, telewizja, ale także historia, poezja, sztuka i... wyobraźnia
Stała rubryka Alberta Macchiego
Chi di noi non ha una poesia dimenticata in un cassetto, magari da anni? Ebbene è giunta l’ora di tirarla fuori, di rispolverarla, di inviarla a “Gazzetta Italia”. Le Poesie, i Versi, le Rime, le Liriche, chiamatele come volete, saranno il tema dominante dei nostri prossimi appuntamenti! Ecco per voi quindi:
“L’ANGOLO DELLA POESIA”/ “KĄCIK POEZJI”
Inviate le vostre poesie in italiano o in polacco!
Przysyłajcie wasze wiersze po włosku lub po polsku!
Alcuni affezionati lettori mi hanno già spedito delle loro composizioni, con preghiera di pubblicarle. Allora ho pensato di creare, in seno alla mia rubrica, a partire da questo numero, uno spazio riservato ai poeti, che chiamerò “L’angolo della Poesia” e magari, chissà, in seguito, tutti insieme, istituiremo anche un “Concorso di Poesia”. Certo non avremo la pretesa di restaurare la settecentesca Accademia dell’Arcadia di Roma, col suo Bosco Parrasio, ma chissà ..., le cose si sa come iniziano e spesso non si sa come vanno a finire, vedi l’iter, per grandi linee, che i versi hanno percorso nella storia per poter giungere fino a noi: Saffo cominciò a scriverne in Grecia circa 2.600 anni orsono, Catullo la seguì a Roma, poi Dante Alighieri, Isabella Morra, Giovanni M. Crescimbeni, Corilla Olimpica, Emily E. Dickinson, Boris Vian fecero altrettanto, fino a Wisława Szymborska, coronata nel 1996 con il massimo riconoscimento: il Premio Nobel per la Letteratura.
Niektórzy zaprzyjaźnieni czytelnicy przysłali mi już swoje wiersze prosząc o ich opublikowanie. Postanowiłem więc stworzyć wewnątrz mojej rubryki, począwszy od tego numeru, przestrzeń zarezerwowaną dla poetów, którą będę nazywał „Kącikiem poezji”, a później, kto wie, w następstwie wszyscy razem stworzymy „Konkurs Poetycki”. Oczywiście nie mamy ambicji wskrzeszania osiemnastowiecznej rzymskiej Akademii „Arkadia” z jej gajem parrazyjskim, ale kto wie..., wiadomo jaki początek mają rzeczy, najczęsciej jednak nie wiadomo, jaki będą miały koniec, spójrzcie jaką drogę przybyła poezja na przestrzeni dziejów, aby dotrwać do naszych czasów: Safona zaczyna pisać wiersze w Grecji około 2600 lat temu, po niej Katullus w Rzymie, potem Dante Alighieri, Isabella Mora, Giovani M. Crescimbeni, Corilla Olimpica, Emily E. Dickinson, Boris Vian aż po Wisławę Szymborską, nagrodzoną w 1996 r. laurem najwyższego uznania: Nagrodą Nobla w dziedzinie Literatury.
Apro “L’Angolo della Poesia” con i versi della mia cara amica Irena Conti Di Mauro, scomparsa ormai circa un anno fa, all’età di settant’anni; una straordinaria poetessa di origine italiana, nata a Varsavia, nota per aver pubblicato diverse raccolte poetiche e per aver ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti sia in Polonia che in Italia.
Otwieram “Kącik poezji” wierszami mojej drogiej przyjaciółki, Ireny Conti Di Mauro, zmarłej już blisko rok temu, w wieku lat siedemdziesięciu, wspaniałej poetki pochodzenia włoskiego, urodzonej w Warszawie, znanej z wielu opublikowanych tomików poezji, laureatki prestiżowych nagród,cenionej i uznawanej tak w Polsce jak we Włoszech.
Moja pamięć jest bosa
spaceruje niepewna
po ścieżkach przeszłości
potyka się o przerwy w życiorysie
rani sobie stopy kuleje
Od pewnego czasu
nie skacze po drzewach
nie wspina się po górach
ani śladu po niej na jeziorach
Zmęczona jakoś po nowemu
tłucze się na umilkłych
kamieniach własnej historii
od siebie... do siebie
i z powrotem
Myśli ma jakże niewesołe
ograniczone długością
przemierzonych szlaków więc i marzenia
proporcjonalnie skromniutkie
Tylko zabezpieczyć sobie miejsce
na pustej jeszcze niemodnej plaży
może fala obmywająca brzegi
zabliźni choćby obrzeża jej ran
ciągle otwartych pod wyblakłym
sklepieniem odpływających
w szarość obłoków
(Irena Conti Di Mauro, ze Zbioru ”Cztery pory pieśni nieustającej: Wiersze włoskie", Czytelnik 1998)
Ecco ora le prime composizioni poetiche che sono giunte in redazione per e-mail in questi giorni:
Oto pierwsze utwory poetyckie, które dotarły do mnie pocztą mailową w tych dniach:
"Bambini"
Voci chiassose irruppero nell’aria
colata,
riscaldando la mia pelle più fredda
del marmo.
Assorto e spensierato me ne godevo
la gioia,
come una lucertola ubriaca di sole.
Chiusi la porta celando i ricordi
ma vennero suoni e colori a dirmi:
“Perché ti nascondi”?
(Luca D’ambrosio, dalla Raccolta “Voci chiassose”, Sora 1996)
Chiudi gli occhi ...
Parti per quel mondo migliore ...
Quanto è lontano ...?
Dove ti portano i tuoi sogni ...?
Non lasciarmi sola con le tue parole ...
Torna ... io ti amo ...
(Anetta S., dalla Raccolta “Ricordi”, Varsavia 2004)
"DelicatoProfumatoFiore"
L'egoismo mi dice
di innalzare una serra,
Sarebbe ciò Amore?
Posso solo sperare.
Eccellente è la terra.
Le radici son sane
posso solo annaffiare
con Acqua di Fonte, con Fertile Amore.
I petali al sole
allietano i cuori
propagando profumo
sprigionando colori.
Posso solo coprirli
d'impercettibili gocce
di malcelate apprensioni
e velate emozioni.
Posso solo scacciare
parassiti malsani
provocando un vento
agitando le mani.
Posso solo sperare.
Posso solo pregare.
(Mario Zaccaria, dalla Raccolta “Piume in caduta libera”, Varsavia 2010)
Approfitto di questa occasione per inserire, a chiusura, una mia modesta composizione del “millennio scorso” perché, credo, questa esprima bene l’amore profondo e l’ammirazione sincera che avevo e ancora ho per la Polonia e per il popolo polacco, dopo quindici anni di permanenza in questo paese.
Korzystam z tej okazji, aby na zakończenie umieścić także moją skromną kompozycję, którą napisałem w „ubiegłym tysiącleciu”, ponieważ, jak sądzę, dobrze wyraża ona moją głęboką miłość do Polski i do Polaków, po piętnastu latach pobytu w tym kraju.
E' sera,
sto per addormentarmi col sole biondo e col cielo azzurro ancora negli occhi,
come i capelli e lo sguardo timido delle polacche,
dal proceder nobile, eleganti.
E ripercorro i discorsi silenziosi della gente così fiera dei propri eroi,
gente romantica, discreta, paziente.
Rievoco il fascino dei giardini di Łazienki coronati dall'arcobaleno,
gli scoiattoli, i pavoni,
Mokotów,
il Parco della Felicità; con le sue anatre, le sue folaghe, i suoi piccioni;
le altane cinesi di Wilanów e Jabłonna,
le magnolie, le statue, i laghetti,
la raffinata atmosfera d'una Kawiarnia sotto le stelle a Rynek,
i rossi tramonti e le variopinte albe di Ochota,
il dolce Miód Pitny, le lune sopra i tetti.
In questa città di Wars, Sawa, di Basilisco e del Goliat,
dove il cuore di Chopin batte ancora a Santa Croce
come quello di Kosciuszko nel Castello,
aleggiano dovunque, fra i palazzi,
i fantasmi di Sobieski e Poniatowski,
di Bona, di Batory, di Merlini e Bacciarelli.
E dall'alto della sua colonna Sigismondo domina,
mentre la Sirena continua ad infierire contro 'l tempo.
Ma ecco che mi sveglio, è mattino: fuori tutto è innevato.
Come per un incantesimo, confuse tra mille corvi neri,
le ragazze giù in istrada nei loro ampi e lunghi cappotti neri
sembrano volare,
simili a tante Mary Poppins co' gli ombrelli,
in un bianco autentico paesaggio d'inverno.
Provo un brivido di freddo, torno a dormire.
E quando mi risveglio
m'accorgo che un sole generoso ha già sciolto tutto quel bianco vero
e quel nero,
ricollocando Varsavia nei toni e nei colori del Canaletto,
nella sua magica originaria dimensione.
Allora ho un brivido, di nuovo lungo 'l petto;
ma stavolta non è freddo, … è commozione!
(Alberto Macchi, dalla Raccolta “Polonia: dove i sogni sono realtà”, Roma 1997)
(Articolo di Alberto Macchi, "Gazzetta Italia", Dicembre 2010 - (Artykuł Alberta Macchiego, “Gazzetta Italia”, Grudzień 2010)
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Stowarzyszenie kulturalne “Italiani In Polonia” ogłasza, że jego warszawski zespół teatralny “Esperiente”, którego kierownikiem jest Alberto Macchi, rozpoczął próby do przedstawień, których wystawienie przewiduje się na sezon 2011-2012.
Odbywają się one w teatrze Uczelni Vistula w Warszawie. W przygotowaniu są następujące sztuki:

* ”Cecè” (premiera przewidziana na rok 2011), autor: Luigi Pirandello. Język włoski. Obsada: NICOLA SANSOTTA, ADRIANA CALOVINI, MARIANO CALDARELLA, ALESSANDRO BRUZZONE, MATTEO D'ALESSIO ze swoim zespołem tanecznym.
* “Włodzimierz Majakowski” (premiera przewidziana na rok 2011), autor Alberto Macchi. Język polski. W tłumaczeniu Zofii Dziubińskiej. Obsada: TOMASZ KRUPA, KATJA BERT, ROCH SIEMIANOWSKI, EWA KOTWICA-LIS.
* ”Vladimiro Majakowski” (premiera przewidziana na rok 2011), tekst: Włodzimierz Majakowski i Alberto Macchi. Język włoski. Obsada: MARIUS NOVADARU, SARA ZERBO, ORIETTA LOMBARDI, ALESSANDRO BRUZZONE.


W lipcu i sierpniu, w Teatro delle Emozioni w Rzymie zespół “Esperiente” będzie odbywać próby do spektaklu:

* “Euro 2012” (premiera przewidziana na rok 2012), Alberto Macchi. Język włoski. Obsada: GUIDO RUVOLO, ASTREA AMADUZZI (sopran), MATTIA PELI (pianino). Planowana jest również wersja poska: obsada do ustalenia.
("Gazzetta Italia", Lipiec 2011)


L’Associazione Culturale “Italiani In Polonia” annuncia che la sua Compagnia teatrale “Esperiente” di Varsavia diretta da Alberto Macchi, al Teatro della Vistula University di Varsavia, ha iniziato le prove degli spettacoli previsti in cartellone per la prossima stagione teatrale 2011-2012.
Le opere in preparazione sono le seguenti:

* “Cecè” (debutto previsto nel 2011) di Luigi Pirandello. In italiano. Interpreti: Nicola Sansotta, Adriana Calovini, Mariano Caldarella, Alessandro Bruzzone, Matteo D'Alessio con il suo gruppo di danza.
* “Włodzimierz Majakowski” (deb. Prev. 2011) di Alberto Macchi. In polacco. Traduzione di Zofia Dziubińska. Interpreti: Tomasz Krupa, Katja Bert, Roch Siemianowski, Ewa Kotwica-Lis.
* “Vladimiro Majakowski” (debutto previsto nel 2011) di Vladimiro Majakovskij e Alberto Macchi. In italiano. Interpreti: Marius Novadaru, Sara Zerbo, Orietta Lombardi, Alessandro Bruzzone.

Nei prossimi mesi di luglio e agosto inoltre, al Teatro delle Emozioni di Roma, la Compagnia “Esperiente” proverà il seguente spettacolo:

* “Euro 2012” (debutto previsto nel 2012) di Alberto Macchi. In italiano. Interpreti: Guido Ruvolo, Astrea Amaduzzi (soprano), Mattia Peli (piano). In polacco. Interpreti: da definire.
("Gazzetta Italia", Luglio 2011)
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GIACOMO GIROLAMO CASANOVA (Wenecja 2/4/1725 – Dux 4/6/1798) to poszukiwacz przygód, alchemik oraz niestrudzony kochanek i zalotnik, którego nazwisko do dziś jest synonimem “uwodziciela”. Jako pisarz i poeta tworzy po francusku, czyli w języku, który był ówcześnie bardziej popularny od włoskiego, co notuje w swoih pismach: J'ai écrit en français, et non pas en italien parce que la langue française est plus répandue que la mienne”. W związku z jego ogromną sławą ograniczę się do opisania okresu, który spędził w Polsce. Giacomo, najstarszy z sześciorga rodzeństwa, należy do artystycznej rodziny. Jego ojciec, Gaetano Casanova, jest aktorem i tancerzem, a matka Maria Giovanna Farussi – aktorką i śpiewaczką o pseudonimie Zanetta, nazywana również Brunellą, którą w swoich “Wspomnianiach” wymienia Goldoni.
Spośród rodzeństwa również Giovanni, Alvise i Maria Maddalena zajmuja się teatrem, natomiast Francesco i Giovanni Battista zostają malarzami. Pierwszy, uznany artysta, maluje głównie olejne przedstawienia scen bitewnych; drugi, który przyjaźni się z Antonem Raphaelem Mengsem, jest znanym kopistą i autorem portretu archeologa Johanna Joachima Winkelmanna. Giacomo, wychowany przez babkę ze strony ojca, w wieku czternastu lat poznaje Henriette, a właściwie Jeanne Marie D'Albert de Saint-Hippolyte, piękną dziewczynę, która pozostanie największą miłością jego życia. Po pielgrzymce po środkowoeuropejskich dworach i salonach, w 1765 Casanova przystępuje do Loży Masońskiej w Lionie, a w październiku tegoż roku przyjeżdża do Warszawy z Petersburga. Tu przedstawia się jako Jakob Kasanow, dodając do tego De Farussi – nazwisko matki, która była znana w Warszawie, ponieważ szesnaście lat wcześniej dwie wystawione przez nią sztuki (występowała jako autorka i odtwórczyni głównej roli) odniosły tu duży sukces. Podaje się również za Księcia Cassaneusa z Seingaltu, używając zmyślonego tytułu i niesitniejącej posiadłości. Ponadto nosi Krzyż Zakonu Złotej Ostrogi Rycerzy i Protonotariuszy Apostolskich, niewiele znaczący order, o którego zdjęcie poprosi go podczas pewnego bankietu książę Czartoryski w trosce, by wielmoże nie wzięli go za szarlatana. Sam papież, który wręcza te odznaczenia swoim ambasadorom, doskonale zdaje sobie sprawę, że wyróżnieni nigdy ich nie założą, prędzej udekorują nimi swoich majordomów. W Warszawie Casanova spędza Święta i Nowy Rok, goszcząc u nowych przyjaciół: księcia Branickiego, Carola Tomatisa, Arnolda Byszewskiego, księcia Mosztyńskiego, rodziny Czartoryskich. Rok później, podczas karnawału, w Woli pod Warszawą dochodzi do zdarzenia, które odciśnie trwały ślad w duszy naszego bohatera. Jerzy Łojek w swojej książce “Strusie Króla Stasia” wydawnictwa PIW, która ukazała się w 1961 roku w Warszawie, opowiada tę historię, po dokonaniu zestawienia fragmentów ze “Wspomnień” Casanovy, z informacjami, które ukazały się w ówczesnych, warszawskich gazetach, w celu sprawdzenia prawdomówności Wenecjanina. Ten sam epizod, rozszerzony o pewne szczegóły, opisuje Antonio Fichera w swoim studium “Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: giustizia originaria” wydanym w 2004 roku, w Rzymie, nakładem Castelvecchi. A zatem: jest koniec lutego 1766 roku. Giacomo Casanova od pewnego czasu bezwstydnie zabiega o względy Cateriny Gattai, świetnej aktorki i przeciętnej tancerki, mimo że ta jest oficjalnie zaręczona z Carlem Tomatisem – dyrektorem warszawskiego teatru publicznego. W tym samym czasie adoruje też Annę Binetti, kolejną utalentowaną aktorkę i zaciekłą rywalkę Gattai, która prowadzi w mieście głośny salon. Czartoryscy stoją po stronie Gattai, natomiast Branicki i sam Casanova opowiadają się za Binetti. Po dłuższym czasie trwania intryg, 4 marca, po gali w Operze, w której uczestniczył król Stanisław Poniatowski, jak zwykle szarmancki Casanova udaje się do garderoby Binetti, mimo że kieruje się do niej również Kasiążę Branicki ze swoją eskortą, który jest oficjanlnym pretendentem do ręki damy. Uświadomiwszy sobie ryzyko, Casanova postanawia się ukryć w garderobie innej pięknej damy - Teresy Casacci, znanej aktorki i śpiewaczki. Ale książę dociera i tam. Beszta naszego bohatera, nazywając go “bezczelnym” i “leniwym” Wenecjaninem. Obrażony Casanova w początkowym odruchu chciałby poskarzyć królowi, ale postanawia wrócić do domu, żeby nie komplikować sprawy. Ponieważ jednak należy do temperamentnych osób niezonszących potwarzy, w nocy ze złości nie może zasnąć, a o świcie pisze do Branickiego list, w którym wyzywa go na pojedynek na śmierć i życie z użyciem pistoletów, a jeśli to nie wystarczy, również szpad. Branicki musi przyjąć wyzwanie, chociaż właściwie mógłby odmówić, wiedząc o fałszywych tytułach szlacheckich swego przeciwnika. Boi się jednak, że Casanova może podać w wątpliwość i jego tytuł książęcy, ponieważ Branicki jest kozackim “parweniuszem”, który tak naprawdę nazywa się Branecki, i dopiero niedawno uzyskał (pozyskał) tytuł książęcy. Przeciwnicy spotykają się pewnego mroźnego poranka, w samym środku parku, obok altany, w okolicach Woli. Każdy przyprowadza swojego sekundanta. Zaraz po odbyciu zwyczajowych rytuałów, dochodzi do pojedynku. Wynik: Branicki zostaje ciężko ranny w bok, a Casanova, którego również dosięga kula, lżej, w ramię. Wtedy, dziwnym trafem, chłop opłacony przez Branickiego zabiera Casanovę saniami z Woli do Warszawy, aby uchronić go przed zemstą przyjaciół i krewnych księcia, który jest już pod opieką chirurga. W mieście naszym uwodzicielem również zajmuje się medyk. Gospodarz znajduje mu bezpieczne schronienie w stodole. Wspólny przyjaciel rannych w pojedynku, Arnold Byszewski, w pijanym widzie, idzie do domu Tomatisa, któremu przypisuje winę za to, co się stało, i strzela do niego, acz niecelnie. Oddaje drugi strzał, raniąc w twarz księcia Moszyńskiego, który był u Tomatisa z wizytą. Potem w popłochu ucieka konno. Casanova korzysta z gościny ojców franciszkanów, którzy przechowują go w klasztorze. Po wyleczeniu doznanych obrażeń, Casanova postanawia pogodzić się z Branickim i podziękować mu za udzielenie pomocy. Potem udaje się na Podole (dzisiejsza Ukraina), które jest częścią Korony. Szczęście przestaje mu sprzyjać. Najpierw zostaje wydalony z Wiednia, a następnie z Paryża. W Hiszpanii trafia do więzienia, a w Prowansji się rozchorowuje. Po powrocie do Włoch, zajmuje się nim i leczy Henrietta, jego dawna miłość, która najpierw była żoną Jeana Baptista Laurenta de Fonscolombe, potem Kaspara Friedricha von Schuckmanna, ale dwukrotnie owdowiała. Casanova opuszcza Wenecję w 1783 roku, kierując się do Wiednia. Dwa lata później przeprowadza się do Dux w Czechach (dzisiejsze Duchcov), gdzie pracuje jako bibliotekarz w Zamku Księcia Józefa Karola Emanuela von Waldenstein-Wartemberg i gdzie umiera 13 lat poźniej. (Noty autorstwa Alberto Macchi przy współpracy dr Angeli Sołtys z Zamku Królewskiego w Warszawie, "Gazzetta Italia", 7-8/2011)

Giacomo Casanova

GIACOMO GIROLAMO CASANOVA (Venezia 2/4/1725 – Dux 4/6/1798) è un avventuriero, un alchimista oltre che un amante e corteggiatore instancabile di belle dame, tanto che ancora oggi il suo cognome “Casanova” è sinonimo di “seduttore”. Come scrittore e poeta si esprime principalmente in francese perché la lingua francese in quell’epoca in Europa era più diffusa dell’italiano. Dichiara infatti: “J'ai écrit en français, et non pas en italien parce que la langue française est plus répandue que la mienne”. Ma egli è un personaggio talmente noto per cui io, qui, mi limiterò a parlare di lui soltanto relativamente al periodo in cui egli ha soggiornato in Polonia. Giacomo, primogenito di sei fratelli, fa parte di una famiglia di artisti.
Suo padre Gaetano Casanova e sua madre Maria Giovanna Farussi sono: attore e ballerino lui, attrice e cantante lei, con lo pseudonimo di Zanetta, detta La Buranella, citata anche da Carlo Goldoni nelle sue “Memorie”. Tra i suoi fratelli e sorelle, Giovanni, Alvise e Maria Maddalena sono anche loro teatranti, mentre Francesco e Giovanni Battista sono due pittori. L’uno, bene affermato, dipinge principalmente scene di battaglie, ad olio su tela; l’altro, amico di Anton Raphael Mengs, è invece noto come copista e per aver eseguito un disegno che ritrae l'archeologo Johann Joachim Winkelmann. Allevato dalla nonna materna, Giacomo, alla tenera età di quattordici anni incontra Henriette ovvero Jeanne Marie D'Albert de Saint-Hippolyte, una bella ragazza che rappresenterà il più grande amore di tutta la sua vita. Dopo aver frequentato corti e salotti di mezza Europa, nell’agosto del 1765 si affilia alla Loggia Massonica di Lione e nell’ottobre dello stesso anno approda a Varsavia proveniente da San Pietroburgo. Qui si propone come Conte Jakob Kasanow a cui aggiunge De Farussi, cognome di sua madre, conosciuta nella capitale polacca perché sedici anni prima ella vi aveva rappresentato con successo, due commedie, nelle vesti di autrice e di protagonista; e si spaccia anche per Jakob Cassaneus Cavaliere di Seingalt, titolo inventato, peraltro d’un feudo inesistente. Indossa poi la Croce dell’Ordine dello Speron d’Oro dei Cavalieri e Protonotari Apostolici, una onorificenza affatto prestigiosa, tanto che il Principe Czartoryski un giorno, durante un banchetto, consiglia a lui di togliersela dal petto per non far la figura del ciarlatano davanti alla folta schiera di nobili presenti. Il papa stesso, che continua a conferire queste croci ai suoi ambasciatori, sa bene che costoro non le porteranno mai e che anzi con esse invece fregeranno i loro camerieri. Trascorre a Varsavia il Natale e il Capodanno ospite di tanti nuovi amici come il Conte Branicki, Carlo Tomatis, Arnold Byszewski, il Conte Moszyński, la famiglia Czartoryski. L’anno successivo sotto Carnevale, però, a Wola presso Varsavia, avviene un fatto che segnerà il nostro personaggio nel profondo dell’animo. Jerzy Łojek nel suo “Strusie Króla Stasia” pubblicato da PIW a Varsavia nel 1961, racconta tutta la faccenda dopo aver confrontato quanto Casanova ha asserito nelle sue “Memorie” con i giornali di quell’epoca a Varsavia, quindi dopo aver verificato che quegli scritti avevano riportato il vero. Anche Antonio Fichera nel suo “Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria” edito nel 2004 a Roma da Castelvecchi, descrive questo stesso episodio, aggiungendo però ulteriori dettagli. Dunque: siamo alla fine di febbraio del 1766. Giacomo Casanova corteggia da qualche giorno, senza ritegno, Caterina Gattai, ottima attrice e cantante ma ballerina mediocre, benché questa sia già pubblicamente considerata promessa sposa di Carlo Tomatis Direttore del Teatro Pubblico di Varsavia. Nel contempo insegue Anna Binetti, brava attrice, con un suo rinomato salotto in città, però accanita rivale della Gattai. I Czartoryski parteggiano per la Gattai mentre i Branicki e Casanova stesso sono dalla parte della Binetti. Dopo diversi giorni che perdurano certi intrighi, esattamente il 4 di marzo, durante una serata di gala al Teatro dell’Opera con la presenza in sala del Re Stanislao Augusto, Casanova, galante come sempre, entra nel camerino della Binetti malgrado stia sopraggiungendo il Conte Branicki seguito dalla sua scorta, il legittimo pretendente della donna. Valutato il rischio che sta correndo, il nostro avventuriero decide di andare a rifugiarsi nel camerino di Teresa Casacci, un’altra bella donna, attrice e cantante famosa. Ma il Conte lo raggiunge per contrastarlo anche lì. Quindi lo redarguisce chiamandolo “insolente” e “veneziano indolente”. Casanova, si sente profondamente offeso e, d’istinto, vorrebbe rivolgersi al re. Decide invece d’andarsene a casa per evitare complicazioni. Però, essendo un tipo sanguigno, che non accetta soprusi, durante la notte non riesce a dormire dalla rabbia, per cui all’alba invia una lettera a Branicki sfidandolo in un duello all’ultimo sangue, alla pistola e, se non bastasse, alla spada. Branicki deve accettare la sfida anche se potrebbe rifiutarsi dal momento che sa dei falsi titoli nobiliari del suo avversario. Però teme che Casanova potrebbe, a sua volta, sconfessarlo come conte, in quanto egli, in verità, altro non è che un “parvenu” cosacco, di nome Branecki e non Branicki, col titolo fresco di conte acquisito (“acquistato”) di recente. Così i due si incontrano, con i rispettivi padrini, in una mattina gelida, nel bel mezzo d’un parco, accanto ad un’altana, nei pressi di Wola. Dopo i riti usuali in queste circostanze, ha immediatamente luogo la sfida tra i due. Risultato: Branicki viene pesantemente ferito ad un fianco. Casanova è meno grave, ma anche lui è stato colpito da un proiettile in un braccio. A questo punto, stranamente, un contadino, pagato da Branicki, si premura di condurre Casanova con una slitta da Wola a Varsavia, perché possa sottrarsi alla vendetta degli amici e parenti del conte che intanto è già stato soccorso da un chirurgo. Una volta giunto in città, il nostro seduttore viene anch’egli affidato alle cure d’un cerusico e subito dopo trova rifugio in un fienile. La sera però accade un fatto strano. L’amico comune Arnold Byszewski, in preda ai fumi dell’alcool, ritenendo responsabile di ogni cosa Carlo Tomatis, va a casa di questi e gli spara un colpo di pistola senza però, fortunatamente, colpirlo. Spara ancora, ma questa volta ferisce al volto il Conte Moszyński lì presente. Allora fugge spaventato a cavallo. Casanova per i giorni a seguire viene accolto in un convento sotto la protezione dei Frati Francescani.
Una volta rimessosi dalle conseguenze della ferita, decide di riconciliarsi con Branicki, per cui vuole incontrarlo per ringraziarlo dell’aiuto offertogli e si allontana da Varsavia diretto in Podolia, (l’attuale Ucraina) uno dei territori della Corona di Polonia. Da quel momento però la buona sorte gli volterà le spalle. Infatti verrà espulso da Vienna prima e da Parigi poi. Incontra il carcere in Spagna e s’ammala in Provenza. Tornato in Italia, viene assistito e curato da Henriette, suo antico amore, che è stata sposata prima con Jean Baptiste Laurent de Fonscolombe, poi con Kaspar Friedrich von Schuckmann, ma che ora è rimasta vedova. Lascia Venezia nel 1783 diretto a Vienna. Due anni dopo, Casanova si trasferisce in Boemia a Dux, l’odierna Duchcov, dove lavora come bibliotecario presso il Castello del Conte Giuseppe Carlo Emanuele von Waldenstein-Wartemberg, dove muore 13 anni più tardi. (Alberto Macchi col contributo di Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", 7-8/2011)

Papa Clemente X e la sua Polonia
Emilio Altieri, che sarà Papa col nome di Clemente X, durante la sua vita soggiorna due volte in Polonia. La prima volta, per tre lunghi anni, dal 1624 al 1627, in veste di Uditore presso la Nunziatura di Varsavia, mentre la seconda volta, all’età di circa sessantacinque anni, come Nunzio Apostolico inviato da Papa Alessandro VII.
Discendente da una ricca e nobile famiglia, nasce a Roma il 13 luglio 1590. È figlio di Lorenzo Altieri, nobiluomo romano e di Vittoria Dolfin, nobildonna veneziana. Studia giurisprudenza, prende i voti e viene nominato Vescovo di Camerino e Nunzio Apostolico a Napoli. A settantanove anni diviene il 239º Papa della Chiesa Cattolica. Il suo papato durerà sei anni. Muore infatti a Roma il 22 luglio del 1676.
Emilio Bonaventura Altieri, dopo aver terminato gli studi presso il Collegio Romano, nel 1611 ottiene a Roma il titolo di Dottore Utroque Jure. Inizia così in Italia la professione di avvocato andando a lavorare nello studio di Giovanni Battista Pamphili, il futuro Papa Innocenzo X, che a quel tempo è Auditore della Rota; così può conquistarsi in breve tempo la fama d'essere un ottimo avvocato. A 33 anni sceglie di prendere i voti e, appena consacrato sacerdote viene immediatamente sollecitato da Ludovico Ludovisi a intraprendere la carriera nell’ambito della Curia Romana. Ma accade che nel 1623 è nominato Auditor, ovvero Revisore dei Conti di Gian Battista Lancellotti, per cui è costretto ad abbandonare l’Italia per recarsi presso la Nunziatura di Varsavia. Accetta volentieri di trasferirsi in Polonia, dove resterà per circa tre anni facendo così moltissime esperienze e conoscendo a fondo il popolo e il governo polacco. Al suo ritorno a Roma, trentasettenne, in seguito alla rinuncia di suo fratello Giovanni Battista, è nominato Vescovo di Camerino e subito dopo Governatore di Loreto e della Regione Umbria. Papa Urbano VIII successivamente gli offre l'incarico di Sovrintendente ai Lavori di Protezione del Territorio di Ravenna, città continuamente invasa dalle piene del fiume Po.
Papa Innocenzo X, nel 1667, lo invia come Nunzio Pontificio a Napoli, dove resta per ben otto anni. Durante tutto questo periodo egli riesce ad acquietare le turbolente giornate della rivolta di Masaniello. Allora ecco che il Papa successivo Alessandro VII, viste le sue straordinarie doti di mediatore, gli affida una nuova difficile missione, in Polonia. Papa Clemente IX, succeduto ad Alessandro VII, lo nomina Sovrintendente del Ministero delle Finanze Papali, suo Maestro di Camera e Segretario della Congregazione dei Vescovi e dei Membri del Clero Regolare. Il 3 dicembre 1669 anche Clemente IX si interessa a lui e, pochi giorni prima della propria morte, lo nomina Cardinale nonché Membro del Collegio Cardinalizio, confidandogli in un orecchio: «Sarai il nostro successore». Il 29 aprile 1670, infatti la carica a nuovo papa gli viene offerta dai 59 cardinali presenti all'elezione: solo due risultano contrari alla sua nomina. Emilio Altieri però, vista la sua età ormai avanzata, accenna inizialmente ad un rifiuto ed esclama: «Sono troppo vecchio per affrontare una responsabilità così grande». E anche nei giorni successivi, continua a rifiutare, affermando di non aver più né forza né memoria; ma, nonostante il suo dissenso, l'11 maggio, è nominato Pontefice. Viene trascinato dal suo letto mentre grida «Non voglio essere il Papa!». Finisce però, anche se in lacrime, con l’accettare l’incarico. Come atto di ringraziamento al suo benefattore, assume lo stesso nome di lui: Clemente. Consapevole però dei suoi limiti di uomo di governo affida immediatamente gli affari amministrativi dello Stato della Chiesa al Card. Paluzzo Paluzzi. I primi provvedimenti del suo pontificato riguardano i decreti di Canonizzazione di Pietro de Alcantara e di Maria Maddalena de' Pazzi (già, di fatto, proclamati santi da Papa Clemente IX) a cui seguiranno le Canonizzazioni di Gaetano da Thiene, di Francesco Borgia, di Filippo Benizi, di Luigi Beltran e di Rosa, oltre a numerose beatificazioni tra le quali, di particolare importanza, quelle di Pio V e di Giovanni della Croce, ma soprattutto, nel 1672, quella di Salomea sposa di Colomanno, figlio di Andrea II, divenuta poi regina d’Ungheria; Salomea che alla morte del marito, aveva indossato l’abito francescano fra le Clarisse di Cracovia, nel monastero, del quale divenne badessa.
Quindi, malgrado la sua tarda età, alla fine si rivela comunque un papa abbastanza attivo. Continua infatti le tensioni con la Francia sulle questioni ecclesiastiche mentre favorisce la sua amata Polonia offrendo un valido supporto finanziario a Giovanni Sobieski per la sua lotta contro i Turchi. Come riporta Luciano Osbat sull’Enciclopedia dei Papi della Treccani, il Re Michał Tomasz Korybut Wiśniowiecki o Michele I di Polonia è in mezzo a difficoltà sempre crescenti per le divisioni e le lotte interne. Nel 1672 il sultano Maometto IV attacca il fronte della Polonia, conquista quindi la Podolia e si sta dirigendo su Leopoli quando viene fermato dall'intervento dell'esercito polacco guidato da Jan Sobieski. Re Michele I, convinto che sarebbe stato impossibile resistere di fronte ad una nuova campagna di guerra, si affretta a concludere la pace di Buczacz con la quale però cede definitivamente ai conquistatori i territori già occupati. Allora il Parlamento polacco insorge contro quest'atto del sovrano e rigetta quella pace. La morte di Re Michele I ed una vittoria esaltante di Sobieski a Chotin l’11 novembre del 1673, aprono a quest'ultimo la via della successione al trono. La sua candidatura, appoggiata da Roma pur dopo alcune esitazioni, è la garanzia che il paese si porrà alla testa della guerra contro i Turchi. L'anno successivo una nuova importante vittoria a Leopoli verrà infatti a confermare questa ipotesi e conterrà per alcuni anni la spinta offensiva turca in quella direzione. Clemente X, sempre molto sollecito e attento alle sorti della Polonia, invia grandi somme di denaro per le necessità della difesa militare, provvede a contrastare ogni possibile candidatura di principi protestanti al trono polacco, ma anche di candidati delle grandi potenze, spedisce nunzi e ministri straordinari che possano dare corpo alle consistenti iniziative romane per la difesa della cristianità, si esalta per i successi delle armi polacche. L'intervento di Roma nella soluzione degli affari polacchi è quindi ampio e continuato, ma è reso possibile dal sostanziale disinteresse delle potenze europee verso la guerra contro i Turchi in quello scacchiere: lì dove si affronta il problema della supremazia o dell'equilibrio delle potenze in Europa, la Sede apostolica è tenuta lontana e la sua voce rimane inascoltata. Si conferma così una volta di più, anche in questa circostanza, il ruolo marginale che lo Stato Pontificio era venuto assumendo dopo la pace di Vestfalia.
Alcuni mesi prima di morire, poi, con la bolla “Ad Apostolicae Vocis Oraculum” del 16 aprile 1674, Clemente X indice il Giubileo del 1675 e celebra l’Anno Santo alla presenza di circa un milione e mezzo di pellegrini, molti dei quali accorsi da mezza Europa. Il giorno di Pasqua, durante una Cerimonia per l’Anno Giubilare in Piazza Navona a Roma partecipa anche la Regina Cristina di Svezia. Clemente X si spegne il pomeriggio del 22 luglio dopo aver sofferto a lungo di gotta, degenerata in podagra e alla fine per sopraggiunta idropisia.
Come riporta anche Ludwig von Pastor, egli è giudicato dai suoi contemporanei, "umile di cuore, sincero, compassionevole, benefico ed estremamente indulgente, parsimonioso nell'uso dei denari della Chiesa ma sollecito nel soccorrere i poveri, gli ammalati, gli abbandonati"; altri invece lo rimproverano per essere completamente dipendente dai suoi più giovani parenti, per cui la sua umiltà maschererebbe la pavidità e l'indulgenza la rinuncia.
Per volere del Card. Paluzzo Paluzzi viene realizzato un monumento funebre a San Pietro in Vaticano, accanto alla Cappella del Ss. Sacramento, un’opera scultorea grandiosa dell’Architetto Mattia de' Rossi. (Alberto Macchi col contributo di Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", 12/2013)


ALBERTO MACCHI
“Tele di Penelope”
(Storie dell’Arte)
Monologhi e Dialoghi Teatrali


Teatrosztuka
Roma-Warszawa 2014

 
Scena Prima: IRENE E ARCANGELA


Siamo a Firenze, ai giorni nostri. Si accendono sulla scena luci colorate, di taglio e a pioggia. Appare l’interno: d’una bottega da pittore. La pittrice e poetessa Irène Duclos Parenti è seduta di spalle sopra uno sgabello al centro del palcoscenico che declama, tra se e se, alcune sue rime anacreontiche (*).


IRENE: (Voltandosi di scatto) Sarò breve. Qui, in quest’altro mondo nessuno è mai libero di muoversi, di comportarsi. E comunicare con qualcuno è difficilissimo. Dappertutto sono distribuiti custodi che ci controllano, a volte anonimi, mescolati tra di noi. Allora, adesso che ho l’impressione d’essere sola qui con voi, vorrei approfittare di questa occasione unica per provare a dissipare ogni vostro dubbio sulla mia vita e sulla mia natura di donna e di artista. Ma non credo sarà facile. Dopo chissà quanto tempo dalla mia morte, potrei addirittura fare confusione circa la cronologia e l’esposizione dei fatti. Devo premettere che qui, in quest’altro mondo, dove non regna il tempo, sogno e realtà si alternano nella nostra mente e spesso si mescolano tra di loro. Così la nostra immaginazione e la nostra fantasia viaggiano continuamente a briglie sciolte. Sulla terra, dove invece il tempo confonde la mente in un’altra maniera, accade il fenomeno contrario: che spesso si è propensi a credere..., (Si alza in piedi e voltandosi di spalle) si è inclini a credere..., sì, a credere..., (Si volta di nuovo verso il pubblico) a non credere!? Si crede, si pensa. E così la giovinezza passa. (Mostra una tela dipinta ad olio: l’Autoritratto di Arcangela Paladini) Ne sa qualcosa lei, Arcangela Paladini, che fu condannata a vivere tutta una vita nell’arco della sola giovinezza. (Urla, facendo un giro su se stessa, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Poi da sopra un cavalletto prende una tela con l’autoritratto di Arcangela Paladini. Lo guarda e lo mostra al pubblico) Non è stato così? (Rimette a posto quel ritratto e mentre lo osserva) Tu però, Arcangela, per quanto riguarda la tua arte, devi riconoscere, sei stata favorita dalla sorte. È vero, sei vissuta nel Seicento, un secolo e mezzo prima di me! Ma tu hai ricevuto ogni bene e ogni beneficio in anticipo, per poter dare poi. Io invece ho solo offerto la mia conoscenza e la mia esperienza, acquisite a dura fatica, finanche le mie sostanze, senza aver mai ricevuto né beni né benefici dalla vita, senza mai aver ricevuto compensi spontanei: con tutto quello che ho donato agli uomini che ho amato! O quello che ho saputo dare alla mia allieva preferita Emma Greenland! Quando poi non sono stata più in grado di dare o nessuno aveva più bisogno di me, allora mi sono chiusa in me stessa, senza ricevere un benché minimo sostegno da chicchessia. E ne ho conosciuti di egoisti! Ce ne sono di tutte le risme al mondo, di egoisti. Di quelli che puoi ricoprire d’oro, ma che non sarebbero mai disponibili nei tuoi confronti, per nessuna ragione. Qualche volta mi son sentita morire. Ebbene, nulla da fare, non c’era nessuno disposto ad assistermi. Se qualcuno poi è comparso, questi era un estraneo, che passava di lì, così, per caso. Ecco quindi perché oggi sono arrivata alla conclusione che anche nel privilegiato ambito dell’amore o dell’arte, il mondo è dei cosiddetti furbi. Allora voglio cambiare mondo, cambiare universo, fatemi scendere da questa carrozza, fermatelo questo mondo, questo universo! Fermatelo, devo cambiare mezzo di locomozione, devo cambiare direzione, cambiare mondo, cambiare universo! Immaginereste che neanche i miei genitori mi hanno mai capita? Finanche mio marito, un temperamento artistico anche lui! Benché, devo dire, tutti loro mi abbiano comunque amato tanto. Il mio sposo era un gran signore, un perfetto gentiluomo, un uomo estremamente galante che sapeva, forse fin troppo, corteggiare una donna. Pensate, mi conquistò con un biglietto con su scritto “Ad una donna come voi, Madame, manca un solo dettaglio per essere perfetta..., un difetto!”, quella stessa galanteria che, devo dire, mi riservava il Principe Michele Poniatowski, Primate di Polonia, uno tra i miei estimatori e acquirenti più assidui il quale, oltre alle copie che, di volta in volta, mi andava commissionando, un giorno - in mancanza d’un mio ritratto - volle acquistare per sé, a tutti i costi, un ritratto di mia figlia, magari chissà, come ricordo di me. Emma, la mia allieva inglese prediletta invece, furbescamente ha carpito dovunque ha potuto: dai maestri, da Roma, da Firenze, dall’Italia..., da me. E poi traeva sempre profitti dai rapporti con gli uomini: “Sono così mutevoli oggi questi nostri amanti, che se non approfitti subito dei loro favori nel momento in cui hanno perso la testa per te, va a finire che poi ti ritrovi all’improvviso abbandonata e con un pugno di mosche in mano!” soleva dire. Capite l’astuzia di questa mia allieva! Alla fine se n’è tornata nella sua Gran Bretagna, per sposarsi felicemente con un vicario, per raccogliere ogni gloria da sola, ignorando in particolar modo me, quasi non fossi mai esistita, proprio me che a lei - una capace pittrice, non lo nego, ma disorientata, fuori dal giro degli artisti e dei mercanti d’arte che contavano veramente – l’avevo introdotta a Firenze e in Italia, nel complesso e sconosciuto mondo della pittura ad encausto. Appena s’è realizzata non ha saputo spendere una sola parola per farmi apparire nel suo saggio pubblicato sulla famosa rivista Society Transaction, non mi ha neanche menzionata nel suo curriculum quando ha esposto l’autoritratto alla Royal Academy of Art di Londra. Il suo successo è stato suo e basta! I geni raccontano soltanto la loro storia, non storicizzano! E loro che nascono geni, non si propongono, non si confondono con gli altri: amano essere scoperti, per essere considerati tali. Lei si sentiva un genio, anche se a me non è parso lo fosse. A suo dire si sarebbe fatta tutta da sola. Nessuno l’avrebbe mai aiutata. Alla fine neanche suo marito, il Reverendo Vicario Thomas Hooker di Rottingdean, un uomo potente, titolare d’una scuola per nobili rampolli, che, di tutta risposta, ella seppe ripagarlo con una trasgressiva storia d’amore, diventando, credo, almeno per un periodo, l’amante di Johann Christian Bach figlio del grande Johann Sebastian. Non è un caso infatti se questo compositore le dedicò “Sei Sonate”. Capite? Io dovevo scomparire dalla scena; perché io, a quel punto, per lei, potevo essere soltanto un testimone scomodo. A quel punto non aveva più bisogno di me! Anche se, quand’era ancora una ragazza, io l’avevo accolta in casa come una figlia. E la Storia? Neanche lei m’ha reso giustizia! Se oggi non ci fosse stato quell’Alberto Macchi, ricercatore silenzioso, altruista, imbecille come me, a disseppellirmi, dopo oltre duecento anni, malgrado tutto quello che ho fatto, sarei restata ancora immersa nell’oblio sia come pittrice che come poetessa, benché fossi stata Membro dell’Accademia des Beaux-Arts in Francia, e Membro dell’Accademia di San Luca e dell’Accademia dell’Arcadia in Italia. Lo so, è sconveniente per me dire certe cose e sgradevole per voi stare ad ascoltarle per bocca di una povera donna, irrisolta, un’artista fallita, che ora per giunta si sta manifestando logorroica come una vecchia pazza. Allora parliamo d’altro. Benché avrei da dire anche su Macchi. Questo drammaturgo che tutto d’un tratto s’improvvisa biografo, m’ha fatto passare, per una mangiatrice di uomini, per una che ha sconvolto la vita a più d’un abate gesuita, in particolare quella di Jacopo Vittorelli; quando invece in realtà io potrei essere stata una donna così timida e riservata che aveva fin troppe difficoltà a relazionarsi con gli altri. E poi questo teatrante ha stabilito che io dovessi essere un’italiana sposata con un francese. Non potevo essere invece una francese sposata con un italiano? Insomma secondo lui io dovevo essere figlia del Sig. Parenti e moglie del Sig. Duclos, quando poteva essere l’esatto contrario. Ed avrei avuto una sola figlia, quando invece potevo avere avuto anche un figlio, che si sarebbe arruolato poi nell’esercito di Napoleone. Mah! Queste cose, certo, possono capitare a chi si cimenta con le ricerche storiche. Sentite, per divagare un momento, voglio farvi ascoltare dei versi che però credo possano risultare familiari soltanto ai francesi; qualcosa che i parigini cantavano negli anni ottanta del Settecento, mi riferisco al Re di Francia Luigi XVI: “Louis si tu veux voir/bâtard, cocu, putain/regarde en ton miroir/toi, la reine et le dauphin!”, ovvero “Luigi se vuoi vedere un cornuto, una puttana e un bastardino/guardati allo specchio con la regina e il Delfino!” (Lunga pausa). Ritornando ad Arcangela Paladini, lei, ancora più di me, è stata penalizzata da Macchi. Per costui, infatti, questa pittrice e poetessa del Seicento, sarebbe morta, oltre che giovanissima, anche senza il sollievo d’essere diventata madre. Quando invece Arcangela nella realtà ebbe due figlie, Maddalena che intraprese, come sua madre, la strada del canto e Neera, una creatura dolcissima, che sposò un noto personaggio di Firenze, tale Giuseppe Verdi. Ma, tornando a me, è bene che si sappia: io non sono stata soltanto una copista! Non ho copiato soltanto Guido Reni, Andrea del Sarto, Guercino, Raffaello, Zoffany, Tiziano ed alti. Anzi approfitto ora di questa forse unica opportunità che ho di parlare e lo dichiaro qui davanti a questa platea: io ho realizzato ad olio, a pastello o ad encausto, anche in miniatura, parecchi dipinti originali, come gli autoritratti, il ritratto di mia figlia, quello di vari personaggi italiani e stranieri, da Guido III Villa a Joseph Eckhel, paesaggi, teste e statue ispirate ad antiche sculture, Cleopatra, Polimnia,  … E, prima di scomparire dalla vostra vista, ribadisco: “La mia breve esistenza terrena non è stata allegra e spensierata, fatta essenzialmente di amori e di seduzioni!”; e in Arcadia non mi sono davvero assegnata lo pseudonimo di Lincasta Ericinia per definirmi la incasta Dea dell’Amore che seduce ovvero l’impura, la svergognata Venere ammaliatrice di uomini, semmai la maestra, la Dea dell’Amore per l’arte che seduce con l’encausto.



SIPARIO
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IMPORTANTE!
Tutti i testi teatrali di Alberto Macchi che seguono sono depositati alla S. I. A. E. Ognuno è dotato di note e bibliografia, in quanto frutto di scrupolose ricerche in Archivi e Biblioteche d'Italia e d'Europa. Se si vogliono utilizzare basta inviare un'e-mail, con una dettagliata richiesta, all’autore il quale provvederà ad inviarvi l'ultima versione aggiornata: macchi.alberto@libero.it

"BENE E MALE", VITA E MORTE", PASSI TRATTI DAI TESTI TEATRALI DI ALBERTO MACCHI:

"CARAVAGGIO: ... Vita! Tu che vieni dall'eterno e sei proiettata verso l'Infinito, fermati assieme a me, qui, adesso! ... Morte, infine, tu non sperare di portarti via un uomo vinto, un corpo morto. Dovrai strapparmi da questa terra con tutte le tue forze … vivo!” (L'Uomo Caravaggio, Dramma Teatrale, Roma 1992)

"FILLIDE: Io invece sento che adesso non ho più interesse a vivere, a continuare a convivere con la mia vita. Tutto è così ovvio e ripetitivo ormai che desidero soltanto andare incontro alla morte; quella morte che è lì che ci aspetta fin dalla nascita". (L'Uomo Caravaggio, Dramma Teatrale, Roma 1992)
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ALBERTO: La mia vita ha avuto un senso. Ora infatti non ho 'r'impianti, 'r'imorsi o 'r'ancori, ma sono 'e'ntusiasta, 'o'rgoglioso, 'a'ppagato; per cui la morte adesso altro non è che un estremo compenso della vita. (Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, Dialogo Teatrale, Roma 2004)

"BAROCCI: Certo, la vita stanca! Col passar del tempo la vita, di per sé, stanca chiunque. Scopriamo peraltro che la nostra vita sta volgendo al termine proprio quando sentiamo sopraggiunge questa stanchezza. Un po’ come quando avvertiamo la presenza del nostro cuore, che allora ci si accorge di avere quell’organo malato o quando incominciamo ad aver paura d’aver paura, che si prende coscienza d’aver perduta la serenità". (Federico Barocci, Monologo Teatrale, Roma 2007)
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“BARONIO: Sí però ho l’impressione che voi pittori non badiate mai alla morte dell’uomo e dell’universo, come invece faccio io. Io, addirittura già so che morirò all’età di sessantanove anni, per cui ...
PITTORE: ... per cui le parole ‘memento mori’, adesso che avete soltanto sessantaquattro anni, dovrebbero esservi familiari non dovrebbero significare più nulla per voi, Eminenza!?
BARONIO: Forse, chissà, voi pittori, dentro di voi, ci sapete convivere, meglio di me, con la morte.
PITTORE: La morte, la morte ..., la morte. Caro Cardinal Baronio, possibile è così importante per voi la morte? A pensarci bene, non è un caso che Caravaggio vi abbia ritratto nella sua ‘Deposizione’, in quella figura dell’uomo avvinto alle gambe del Cristo morto!” (Cesare Baronio, Dramma Teatrale, Roma 2007)
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"COLOMBO: La colpa è tutta della Vita. Perché la Vita è così. Lei è come una bella signora, ti entusiasma, ti seduce, ti eccita, ti lascia credere, poi, quando meno te l'aspetti, t'abbandona …, quantomeno t’abbandona a te stesso. Anche mia madre, lei che mi ha messo al mondo, come la Vita, anche lei mi ha abbandonato, forse per seguire sua madre nell'aldilà. La Vita insomma è una bella promessa che prima o poi ti delude. Ma credo che se guardassimo di più, invece di vedere soltanto, chissà, forse non incorreremo in certe delusioni, in certe sorprese. Invero io sono stato una persona entusiasta di vivere, curiosissimo, tenacissimo, eppure ecco che ad un certo momento – anche se con qualche ritardo e forse con un po’ di riguardo rispetto alla massa degli altri esseri umani – la vita alla fine mi si è parata davanti in tutta la sua crudezza per annunciarmi che il tempo mio è trascorso. Ho più di mezzo secolo di vita alle spalle, è primavera, stagione in cui tutta la natura si risveglia e io dovrei addormentarmi, per abbandonarmi alla Morte? Quando mi spingevo per mare verso l'ignoto, un giorno, ricordo, ebbi la percezione che la Morte dovesse essere un po' come la mia meta. Infatti, vicina o lontana che fosse, essa era lì davanti a me ad aspettarmi. Ma anche allora, appena fui in vista della terra, volli illudermi e sperai in altri approdi successivi, in un mondo infinito, con infinite mete. Eppure sapevo che il mondo è una sfera, che il mondo è finito. Una volta ultimata la circumnavigazione si torna al punto di partenza, come la Vita che, con la Morte, in un certo senso ti riconduce alla Nascita. Insomma, avevo sfidato la Vita e la Morte insieme, le mie potenzialità e l’ignoto contemporaneamente! "Però un uomo come me, al servizio della Spagna, al servizio del mondo intero, non può morire, non deve morire, non morirà mai!", mi andavo ripetendo. Invece eccomi qua, senza forze, senza volontà, vecchio, che sto morendo. Questa stanza, questo letto, queste stoffe di velluto rosso, sento che saranno fatalmente la mia tomba. Qui, costretto fra queste mura, lontano dal mio oceano, dovrò lasciare questo mio mondo, solo, abbandonato da tutti. Ho avuto sempre un rapporto difficile con la realtà, avendo troppa fantasia e spirito d'avventura. E ora vorrei illudermi che non morirò. Ma mi sento come svuotato. Un tempo, quando avevo qualche problema nel rapporto con la mia donna, con le persone in genere o col Cielo, allora mi dicevo: "Se ci sono i problemi, allora non c'è la coppia, allora non c'è l'amicizia, non ci sono io, non c'è Dio". Erano tutte elucubrazioni mentali, è vero, però esprimevano desiderio di vivere, di lottare per risolvere quei problemi. Oggi invece non temo nulla, non credo più a niente! Vivo nell'equanimità della mente, quella mente che so bene che mente sempre e che mente soprattutto a quella parte di suoi possessori non educati a certa volontà di superare le proprie tendenze negative, che rincorrono l’altra volontà, quella di superare difficoltà concrete al solo scopo di realizzare cose materiali; quella mente che, essendo appunto mentale, fa fatica ad affidarsi al sentimentale, allo spirituale. Però oggi, devo confessare, ho paura dell'ignoto, quello stesso ignoto che una volta invece m'affascinava e che ha stimolato tutta la mia vita. Si nasce, si conosce, ci si conosce, si muore. Sì, si muore quando si acquisisce consapevolezza che la vita è di per se una sconfitta, una sorta d’espiazione. E rivedo le onde immense dell'oceano, la luce accecante del sole, il buio ossessivo delle notti, le terre lontane, i gabbiani, l'azzurro, le albe, i tramonti, la disperazione e l'euforia riflesse negli occhi dei miei compagni di viaggio. E riodo le loro grida di paura, le loro urla di felicità, le loro sbornie, i rumori del mare, del vento, delle tempeste, dei remi, del legno, delle vele, i lunghi, infiniti silenzi. E risento il forte odore del mare, la brezza sulle membra, il sapore del sale sulle labbra, il panico improvviso, l'estrema felicità, il caldo soffocante, il freddo insopportabile. Ed eccomi ad elemosinare presso le Corti di Spagna e di Portogallo; ecco l’estrosa regina Isabella, i fratelli Pinzon, l'ago della bussola che, così d’improvviso, impazzisce e che mi disorienta l’anima, la testa e i nervi, ecco la Stella Polare, l'amico Diego, l'ammutinamento, ecco quel venerdì 12 ottobre la terra, l'isola di San Salvador e Cuba, l'amaca dei selvaggi, i selvaggi che fumano, i loro pappagalli, l'oro; la fuga di Pinzon, la Santa Maria incagliata e Diego che resta a governare delle terre conquistate. I selvaggi deportati in Spagna come schiavi. Me incatenato, rimandato in Spagna insieme a mio fratello e umiliato davanti ai miei compagni, la conseguente mia perdita del titolo di Viceré delle terre conquistate, la rinuncia forzata ad ogni ricchezza, il mio totale disfacimento. A nulla è valso avere dignità, orgoglio, rispetto e attenzione per gli altri! È valsa soltanto l’acquisizione dell’idea della vacuità e dell'illusione di tutte le cose, sensazione quest’ultima, che ci occorre per esorcizzare la morte, per tutto il tempo che siamo impegnati a trascorrere questa maledetta esistenza. Per esorcizzare appunto la morte, quella stessa morte che fin dalla nascita mi ha sempre condotto per mano e che non mi mai abbandonato e che non abbandona tuttora neppure per un attimo, neppure adesso che, sconfitto, sto lasciando la vita". (Cristoforo Colombo, Monologo Teatrale, Roma 1992)
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"ARCANGELA: A proposito della morte; perché, spesso prima di raccoglierci,
questa ci deve tormentare così tanto a lungo,
sottoponendoci alla pietà degli altri e deve offendere la nostra dignità?
Quella dignità che magari abbiamo sempre difeso con tutte le nostre forze ...
Che poi non c’è nessuna relazione fra la vita e la morte.
Sì, è difficile vivere, è vero, ma è ancora più difficile morire!”
(Arcangela Paladini, Monologo Teatrale, Roma 2004)
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"ALBERTO: Le vicende umane, spesso dolorose e incomprensibili, sono tutte protese verso un avvenire di bene, sono condotte dal Cristo risorto che ci ama e che ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. Il male è essenzialmente già vinto: Satana è già stato sconfitto sulla croce! Ci sono state, ci sono e ci saranno persecuzioni, lotte, difficoltà, ma tutto questo poi un giorno cesserà per sempre. Al potere del male e del peccato è anteposto un potere ancora più forte. Per cui la fine della storia vedrà il trionfo del bene, il trionfo di Cristo. E l'"Apocalisse" altro non è che una denuncia della ‘grande mascherata del male’ che continua a spacciarsi per impunito e trionfante. Gesù è costantemente presente all'interno della Sua Chiesa. Egli verrà di nuovo alla fine dei tempi, ma già adesso è qui presente, tra noi.
TOMMASO: E pensare che io m'ero fatto tutta un'altra idea circa l'"Apocalisse" che consideravo una sorta di ‘almanacco delle catastrofi’. Quindi oggi, Padre, devo ringraziarvi con tutto il cuore per il tempo che mi avete dedicato, per i vostri chiarimenti e soprattutto per le vostre rassicurazioni.
ALBERTO: Un ‘almanacco delle catastrofi’? Con la sua carica teologica e simbolica, questo libro, come ti ho già illustrato, è semmai ‘un almanacco di idee’ per una sferzata al cinismo e all'apatia di quei cristiani, che troppo spesso, rassegnati o sfiduciati per il tanto male esistente nel mondo, non sperano e non credono più. Ma tu, figliolo non hai nulla da temere. Tu hai già Cristo e la Madonna con te. (Alberto Magno e Tommaso D'Aquino, Dialogo Teatrale, Roma 2004)
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"BEATRICE: A volte ci si suicida per scampare alla Morte nel 'Mondo della Parola', in cui esiste soltanto ciò che dalla parola è espresso. Altre volte ci si suicida per una irrefrenabile curiosità d'entrare nel 'Mondo della Non-Parola' dove alberga il tutto, compresa quella parte che non è ancora espressa dalla parola. Un filosofo che per tutta la sua vita ha osservato quella parte di umanità capovolta, ha visto ed ascoltato il silenzio, il silenzio di chi si rifiuta di parlare. Di coloro che usano il tu per parlare a se stessi, per comunicare invece col mondo. Ho visto ed ascoltato l'inganno procurato dalla parola, il massacro provocato dalla lingua. Non è un caso se tutti sanno che 'uccide più la lingua che la spada'. (Beatrice Cenci, Dramma Teatrale, Roma 2003)
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"SARAH: Infine voglio dirti che le tue interpretazioni delle opere di D'Annunzio, produssero soltanto una fredda accoglienza da parte del pubblico, con pesanti riserve formulate da tutta la critica.
ELEONORA: Basta così! Me ne vado. Stavolta me ne vado davvero! Non vorrai angosciarmi con questi argomenti per l'eternità. Forse tu dimentichi che qui in Cielo non è come sulla Terra, qui dobbiamo restarci per l'eternità. O meglio fino al Giudizio Universale, l'unico giudizio che posso accettare su di me, quello di Dio appunto; che già il giudizio, di per se, è mutilante, sia per chi lo emette che per chi lo riceve. Hai visto? La Morte, lei, è silenziosa: impariamo dalla Morte!” (Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, Commedia Teatrale, Roma 2003)
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“BIANCA: Il mio amato sposo s’è spento da appena qualche ora e già mi si accusa della sua morte e mi si minaccia. Adesso io temo anche per la mia vita. E il sospetto viene soprattutto a causa del Cardinal Fernando, fratello del Granduca, uno sperperatore di ricchezze altrui, un uomo senza scrupoli e senza misura. Secondo lui io, donna sprezzante delle vite e delle morti altrui, avrei ucciso suo fratello con il veleno, con una pozione simile alla sostanza che avrei utilizzato per preparare i filtri d’amore i quali avrebbero tenuto incatenato a me Francesco e che segretamente avrei continuato a somministrargli, anche nel corso del matrimonio, in modo da tenerlo sempre legato a me e in tutto dipendente da me. Io, secondo quanto egli va diffondendo tra i nobili a Corte, sarei stata per tutta la vita una donna avida, una cortigiana godereccia, una fattucchiera senza un pizzico d’umanità, al punto che qualcuno è arrivato a definirmi ‘Bianca Veleno’. E c’è dell’altro, tra le mie molteplici aspirazioni criminose ci sarebbe stata anche quella di impossessarmi di tutti i più importanti palazzi di Firenze. Guardate che orrenda immagine di me si vuol consegnare alla Storia! Quale, dunque, delle due donne sarò io? Quella che gli altri descrivono o quella che io disperatamente vado cercando di dimostrare d’essere?” (Bianca Cappello, Monologo Teatrale, Roma 2004)
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BRAT ALBERT: Oh quanto mi fa male! Non ho mai provato tanto dolore in vita mia! Ma quanto è bello e buono un duro, lungo e doloroso agonizzare e morire, dal momento che dura, lunga e dolorosa è stata l'agonia e la morte in croce di Nostro Signore Gesù Cristo! Perché piangete? Sì, è vero, sto morendo, ma voi, come me, dovreste accettare la volontà di Dio. Potreste piuttosto recitare il Magnificat, il Te Deum! ... Ma cosa mi avete fatto? E dove mi avete adagiato? Ridatemi la mia vecchia branda e il mio vecchio cuscino di paglia tranciata …, che poi non ho più bisogno di nulla!” (Brat Albert, Dramma Teatrale, Varsavia 2002)
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“CELESTINO V: Io credo all’eterno conflitto tra luce e tenebre.
BENEDETTO: Io credo anche nella penombra!
CELESTINO V: All’assoluta ricchezza esistente nel Cielo, riscontrata da Cristo nell’assoluta povertà, anche qui tra noi durante la sua vita terrena, al giudizio del Signore Iddio, alla catarsi dell’esistenza umana, alla beatitudine dopo la morte, alla resurrezione dei corpi e al fatto che qui su questa terra tutti, dico tutti, hanno torto. E che tutti nello stesso tempo hanno ragione. Ma anche, che sbaglia in assoluto chi ignora o non si sforza di seguire l'insegnamento di Cristo. A questo io credo! Vedi, su questa terra, non c'è soltanto il Vaso di Pandora che contiene tutti i mali dell'Umanità, ma c'è anche Pan col suo gregge che la notte suona la sua siringa dai suoni misteriosi che danno il panico, ovvero il rimorso, benché ci sia Sisifo, il furbo, che sa bene come eluderlo, il rimorso.” (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

“CELESTINO V: La vita di per se non ha nulla di misterioso o di fenomenico. Dio ci ha provvisti della ragione che tutto può spiegare. Poi c’è la Fede che spiega anche quelle cose che vanno oltre, in quella parte della mente non utilizzata.” (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

“CELESTINO V: Ti ripeto vattene! Voglio star solo. Adesso in particolar modo, dopo questa sconvolgente esperienza con te, ho bisogno di riportare ordine nel mio spirito, per fare da adesso in poi un uso ancora più corretto della mia vita.
DEMONIO: Parli di vita, tu, agonizzante, che convivi già con la Morte. Certo la vita è sofferenza, meglio cominciare a familiarizzare con la Morte liberatoria; perché il tuo Dio, se c’è, è nell’aldilà; per prudenza comunque sarà bene pregare anche lui. Invece la Morte, lei che è già qui, allora per esorcizzarla, bisogna ingraziarsela. Però non capisco voi preti che vi atteggiate a detentori della Verità Assoluta, se vivere è soffrire, perché andate predicando il matrimonio con la procreazione? Procreare significa rendere eterna la sofferenza!” (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

“CELESTINO V: La malattia prima o poi uccide. È il precipitato dello spirito nel corpo. E a volte, sotto le vesti della vecchiaia, la malattia è già un desiderio inconscio di morte.” (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

“DEMONIO: L’amore è estasi. Non si può misurare con la dimensione del tempo. E poi non è per sempre. L’amore è un inconveniente di breve durata!
CELESTINO V: Zitto! Cosa ne sai tu dell’Amore, dell’amore per una donna, dell’amore per la Madonna poi!” (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

CELESTINO V: L’Amore è il mistero più grande della vita. La si confonde con la pietà, col bisogno della carne, con l’intrigo, con la paura della solitudine, coll’esigenza della maternità, col giuoco della seduzione, con la sopraffazione, col senso di protezione, con il desiderio del possesso, ma anche con la stima e con l’amicizia.. (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

“DONNA: Vi sembrerà paradossale, Padre, ma io sono qui per un problema di gelosia, della mia gelosia nei confronti del mio amante. Sapete lui è un uomo molto più grande di me. E’ stato sposato con una donna pazza, come posseduta dal Demonio, aggressiva, contro tutto e tutti e che non ha voluto più saperne di lui. È assistita, ormai da molti anni, dai benefattori di un’Arciconfraternita. Io un anno fa incontrai questo poveruomo in difficoltà, bello come il sole e gentile. Così da allora me ne sono innamorata perdutamente. Oggi viviamo insieme e tutti sanno del nostro rapporto. Adesso, a parte gli inconvenienti per la scomunica della Chiesa che giustamente colpisce sia me che lui, il problema per cui sono qui è la mia gelosia da sempre immotivata, che va a cozzare contro la sua estrema serenità. Però va considerato che lui è un uomo forte, sicuro di se, mentre io sono una povera ragazza che da quest’amore non sa trarre che sofferenza.
CELESTINO V: L’Amore è il mistero più grande del mondo. La si confonde con la pietà, col bisogno della carne, con l’intrigo, con la paura della solitudine, coll’esigenza della maternità, col giuoco della seduzione, con la sopraffazione, col senso di protezione, con il desiderio del possesso, ma anche con la stima e con l’amicizia..
DONNA: E invece che cos’è?
CELESTINO V: Vedete figliola, l’Amore innanzitutto è amare noi stessi, che poi altro non è che l’amore per Dio che ci ha creati. È la capacità d’amare il mondo intero. È quello che voi, mia cara, avete dimostrato per me quando mi avete fatto osservare che “Con la paura non si va in Paradiso”, malgrado io vi avessi considerata un demonio. Amore è la fiducia che mi avete accordato quando siete venuta a cercarmi per parlarmi, Amore è quello che avete dimostrato d’avere verso Dio quando riconoscete la Sua autorità accettando umilmente la Sua scomunica data per l’indissolubilità del matrimonio. Amore è stato quel momento in cui avete provato tenerezza nei confronti di quell’uomo che stava soffrendo perché rifiutato dalla sua sposa impazzita. Amore è poi questo vostro legittimo desiderio d’amare che ora qui davanti a me state manifestando. (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)

DONNA: E’ vero io amo profondamente quell’uomo. Non lo lascerò mai, per nessuna cosa al mondo!
CELESTINO V: Ma …
DONNA: E invece cosa “non è” Amore?
CELESTINO V: La scelta d’avere rapporti con quell’uomo, malgrado gli impedimenti. La vostra gelosia. Il vostro accanimento quando dite che non lascerete quell’uomo per nessuna cosa al mondo. Ma ora dobbiamo lasciarci. S’è fatto tardi. Perdonatemi se vi lascio così!” (Celestino V, Almanacco Teatrale, Roma 2000)
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“MICHELE: Amo apparire! Io, grazie a Dio, son apparso in passato, appaio e apparirò ancora! Sì, è vero, io non mi sono ribellato a Dio, però in qualche modo anch’io sento d’essere un Angelo ribelle. Ribelle alla mia natura, non certo al Signore. Anzi, più che ribelle, in verità, dovrei definirmi irrequieto, curioso, desideroso d’essere tra voi, creature di Dio come me. Anche se io sono fatto più di spirito che di materia e voi più di materia che di spirito. È che mi sta a cuore la vostra vita, la vostra sorte. Quindi mi rivelo a chiunque, senza troppe esplosioni di fenomeni e soprattutto nella mia vera immagine. Gli altri Angeli, in genere, possono mostrarsi soltanto ai mistici e compaiono o come una manifestazione eclatante e luminosa svelando in questo modo la loro natura celeste, oppure in modo occulto, rivestendo sembianze umane: da povero, da pellegrino, da ospite, da messaggero. La loro presenza spesso è rivelata da canti o musiche d’un’altra dimensione o da profumi paradisiaci. E poi scompaiono in un lampo, per cui chi ha la visione li vive come presenze misteriose, anche se poi anch’essi, in qualche modo, reali; comunque, certo, non appartenenti a questo mondo. Vedete? Per me il corpo è come per voi l’abito!” (Michele Arcangelo, Monologo Teatrale, Varsavia 2010)
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“EBBA: Però devo dire che stare con te è sempre un’avventura sorprendente.
CRISTINA: Perché ora dici questo?
EBBA: Mah, perché è il tuo mondo che è sempre sorprendente e piacevole. Quello esterno a te e quello dentro la tua testa. È una considerazione che mi viene da fare adesso. Non so. So soltanto che per me è bello poterci essere in questo tuo mondo.
CRISTINA: Anch’io stavo pensando qualcosa del genere: che la giornata di oggi trascorsa insieme a te, secondo me, ha costituito un tassello ancora di quel mosaico infinito che è la nostra intesa.” (Cristina di Svezia: Commedia Teatrale, Roma 2001)
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“SHAKESPEARE: 'Quando nella stessa persona convivono l’Angelo dell’Innocenza e il Demone della Coscienza'. Con ciò intendo dire che io ho trascorso e trascorro tutti i miei giorni, felice, infelice, vulnerabile e insufficiente - come qualsiasi essere umano -, però orgoglioso, entusiasta, edonista, ... costantemente consapevole e padrone di me. (William Shakespeare: Monologo Teatrale, Roma 2010)
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02.322 - 10.12.14

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